“SAI, IO SONO UNA PERSONA DIRETTA”, E PIÙ NON DIMANDARE

martedì 16th, giugno 2020 / 17:27
“SAI, IO SONO UNA PERSONA DIRETTA”, E PIÙ NON DIMANDARE
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Nell’ampia scala delle tipologie sociali, alcune danno il meglio di sé sui social, altre nella cara, vecchia vita reale. Per esempio.

Mi è capitato tempo fa di avere a che fare con una persona Diretta.  Al servizio bevande allestito in occasione di una manifestazione culturale chiedo se hanno del vino bianco. L’addetta al servizio, ligia al codice deontologico della categoria, mi risponde con un NO bello secco e, che ve lo dico a fare, diretto. Poi, di fronte al mio stupore, aggiunge Sai, io sono una persona diretta. Ma pensa. E io che per un attimo l’avevo scambiata per sgarbatezza. Ignorantemente.

I Diretti sono quelli che “non si formalizzano”. Anche se non si palesano (ma succede di rado), un Diretto lo riconoscete subito. Non usa smancerie linguistiche come grazie,prego,scusi,per favore o, peggio ancora, leziosaggini tipo ledispiacerebbe/grazieleiègentilissimo/masifiguri. Per il Diretto sono indice di deferenza, tipica dei buonimanieristi falsi e cortesi, che contrasta con tenacia.

I Diretti ci tengono a sottolineare che sono appunto diretti, che non fanno giri di parole loro, creature dalla natura essenziale, nate per abbattere le formalità della società contemporanea e ristabilire l’ordine della verità pura. In grezzo veritas. Come i diamanti prima del clivaggio.

Quando un diretto si identifica, non è per giustificare un comportamento all’apparenza (solo all’apparenza, eh?) poco cordiale, ma per rendere nota la sua appartenenza, rimarcando la differenza tra loro, razza adamantina, e voi, buonimanieristi (sempre falsi e cortesi).

In questo il Diretto ha un grande merito. Mentre le etichette, per dire, di Buonista o Complottista sono affibbiate dall’esterno e i categorizzati quasi mai vi si riconoscono, il Diretto si autodefinisce tale. È una classificazione di tipo endogeno in cui il Diretto si riconosce con orgoglio.

Limpidi come un cielo sempre più blu, questi soggetti sono maniacali nel precisare che loro dicono quello che pensano, laddove la maggioranza degli umani evidentemente dice quello che non pensa. Per il Diretto dire quello che pensa equivale a dire come stanno veramente le cose, con buona pace del pluralismo di opinioni e libertà di vedute.

Ora. Quando si appresta a dire come stanno veramente le cose, il Diretto non valuta lo stato d’animo del destinatario. Non è compito suo stabilire se sia idoneo o meno a recepire il verbo. La verità è sempre illuminante e non bisogna mai dolersi di dirla, o di averla detta. Empatia, compassione (che il nostro confonde con la commiserazione), omissione di giudizi (che ama chiamare opinioni), sono vezzi socio-linguistici che gli altri , i buonimanieristi eccetera, utilizzano al solo scopo di indorare la pillola. Una pratica aberrante cui il Diretto giammai si presterà. In un mondo di falsità e menzogna, dire la verità è un atto doveroso.

Capita (spesso) che questa brutale (ma ineluttabile) verità non sia espressamente richiesta, ma un autentico Diretto non tradisce mai la sua natura cristallina. Vede le cose con chiarezza e con la stessa chiarezza le deve comunicare, epurate da un bon ton decadente, e per quanto lo riguarda, decaduto.

Invero, quella del Diretto è un’abilità non sempre riconosciuta. Si scontra quotidianamente con la falsa cortesia dei buonimanieristi che si ostinano a scambiare l’essere diretti per mancanza di tatto o garbo. Nella peggiore delle ipotesi, di educazione. Niente di più errato.

Il Diretto è un progressista di rara coerenza nella misura in cui predica ( e applica) un modello di comunicazione avanzata, fondata sul principio della magna semplificatio. Egli nobilita il (suo) pensiero esprimendolo nelle (sue) forme sintattiche più incontaminate. Ed è un modello di cui, in questa era di formalità salottiere, c’è veramente bisogno.

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