LA VALDICHIANA E IL TEATRO A KM ZERO: LA PIECE GIOVANILE “AMOR FATI”, COME FAR CRESCERE LA PRODUZIONE PROPRIA DELLE COMPAGNIE LOCALI

lunedì 18th, marzo 2024 / 19:28
LA VALDICHIANA E IL TEATRO A KM ZERO: LA PIECE GIOVANILE “AMOR FATI”, COME FAR CRESCERE LA PRODUZIONE PROPRIA DELLE COMPAGNIE LOCALI
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CHIUSI –  Sul suo profilo facebook il regista teatrale Manfredi Rutelli ha postato oggi 4 locandine di altrettanti spettacolo andati in scena tra sabato e domenica a Chianciano, Chiusi, Sarteano e Montepulciano:
Antenati” di e con Marco Paolini, “Cara signora tratto da Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, con Marco Di Costanzo; “Don Milani senza mito” di Norma Angelini e Fabio Monti, con Fabio Monti (questi due presentati a Sarteano e Chiusi nell’ambito della Festa della Toscana dalla Fondazione Toscana Spettacolo) e “Amor Fati” di Marta Parri con un gruppo di giovani attori locali. Nel post si legge:  “Questa è l’offerta culturale che il nostro territorio, in questo weekend come in tanti altri durante tutto l’anno, sa proporre, organizzare, realizzare. Eventi culturali, professionali e tutti di altissima qualità. Questi, e tanti altri, sono i teatri che animano il nostro territorio.
Perché per noi la Cultura è capitale!”
Manfredi Rutelli è uno che di teatro se ne intende.  Ed ha ragione sul fatto che anche nei teatri della zona si può assistere a spettacoli di assoluta qualità. E che anche questo è sinomimo di “capitale della cultura”, al di là di come è andata la partita dell’Unione dei Comuni della Valdichiana, finita con la vittoria de L’Aquila.

E a seguire, Giannetto Marchettini, presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi, così fa eco al post di Rutelli:

“Concordo con Manfredi Rutelli, l’offerta culturale a km 0 del nostro territorio è vivace, diffusa e di alta qualità”
Anche Marchettini è uno che di teatro se ne intende ed è un “operatore”.

Personalmente concordo anche io sulla validità dell’offerta teatrale del territorio che è ricca e variegata,  adatta a platee diverse. Però se parliamo di “offerta culturale a km 0”, dei 4 spettacoli citati e portati ad esempio da Rutelli, solo “Amor Fati” rientra in questa categoria, in quanto scritto, prodotto e allestito da una compagnia del territorio, per di più giovanile, quindi con un valore aggiunto anche superiore, perché fa pensare anche ad una prospettiva. E ad un sedimento che comincia a germogliare.Premetto che non ho visto lo spettacolo, quindi ne parlerò magari più diffusamente quando mi capiterà di vederlo. Leggo che Amor fati affronta il tema del passaggio alla vita adulta, durante il quale ci si lascia alle spalle la giovinezza, periodo della vita in cui il futuro viene visto solo come incertezza e dove tutto appare sempre come origine e nuovo inizio, nel quale ci si immerge in un’apparente eternità per cercare, spesso inutilmente, di scoprirsi e darsi senso. Un gruppo di ragazzi si incontra quotidianamente in “Piazza del Pogo”, epicentro di un paese di provincia di cui non viene mai fatto il nome. La loro vita, scandita da una routine sempre uguale, viene animata dall’avvento di un cambiamento che inizialmente coglie tutti impreparati, ma che darà modo ad ognuno di rivolgere il naso verso il futuro, sul quale, nessuno dei personaggi, aveva mai riflettuto prima. L’intero spettacolo è un viaggio nel loro mondo emotivo, ma anche un modo per affrontare collettivamente dubbi, paure, desideri e incertezze, una spinta a lanciarsi con coraggio verso quel domani tanto temuto. Quindi uno spettacolo di formazione. Generazionale. Una riflessione a voce alta e collettiva. E anche senza averlo visto, dico che nelle premesse, è un tipo di teatro che mi piace e che secondo me va nella direzione giusta. Quella di portare sul palcoscenico cose proprie e non “rivisitazioni” o “cover” di testi altrui, più o meno classici, più o meno impegnati, più o meno divulgativi. Con un teatro di questo genere si va oltre la semplice prova attoriale o di regia. Si costringe il pubblico (ma anche gli attori stessi) a pensare, a riflettere. E si può costringere il territorio stesso a guardarsi dentro.

Poi per quanto riguarda invece gli spettacoli professionali, pur apprezzando i grandi attori e i classici (da Aristofane a Pirandello, da Shakespeare a De Filippo, da Dostoevskj a Pinter…) e ritenendo giusto che i teatri del territorio ne mettano alcuni in cartellone nelle loro stagioni, apprezzo di più il “teatro civile” alla Paolini per intenderci o come gli spettacoli sulla figura di Don Milani proposti in questi giorni, perché a mio avviso aggiungono qualcosa in più. Sono meno “standard”. Non sono mai fini a se stessi. Come certe pieces di grido, sempre belle a vedersi, ma che una volta usciti dal teatro lasciano solo il piacere di aver visto all’opera attori famosi, senza appunto, aggiungere niente che non si sappia già.

Qualcuno dirà: tu parli così, perché scrivi spettacoli teatrali che hanno a che fare con il territorio, con le storie del territorio, spettacoli di teatro a km 0, e perché usi sempre attori, musicisti e tecnici a km zero…

Forse sì. E’ anche per questo. Ma io parlo così e pigio su questo tasto non perché penso di proporre spettacoli di eccezionale valore (ci mancherebbe), ma perché sono convinto che una delle funzioni del teatro, nei territori, oltre a proporre spettacoli belli a vedersi, sia anche e soprattutto quella di far pensare le persone, di dire cose che altrimenti e con altri mezzi è difficile dire, e anche quella di aiutare la conoscenza del territorio stesso e la crescita culturale dei cittadini, creare dei sedimenti che possano germogliare e dare altri frutti, anche come professionalità e capacità tecniche, offrendo delle opportunità di imparare e crescere a chi recita, a chi suona, a chi maneggia luci e audio e scenografie…

Tutto questo per dire che secondo me anche nei festival estivi, nei cartelloni invernali dei vari teatri della zona, oltre agli spettacoli professionali classici o di “narrazione” dovrebbe essere garantito ovunque uno spazio per le compagnie del territorio, stimolandole a produrre spettacoli propri che non siano “cover” ma testi originali e offrendo opportunità per rappresentarli. Cosa che in parte avviene, ma non dappertutto e non sempre. E spesso, laddove avviene, la cosa ha dei costi molto alti e procedure complicate, talvolta insostenibili per una compagnia locale.

Tutti i sindaci della Valdichiana senese in questi giorni, dopo l’assegnazione del titolo di Capitale Italiana della Cultura 2026 a L’Aquila, hanno espresso la propria amarezza, ma hanno anche sottolineato la necessità che il lavoro fatto per sostenere la candidatura della zona non vada perduto e anzi costituisca una base a questo punto “unitaria” e condivisa, su cui costruire le politiche culturali del futuro, da oggi in avanti. Ecco, si potrebbe cominciare da una riflessione su come stimolare la produzione teatrale e musicale “made in  Val di Chiana” e su come garantire la fruizione dei teatri e delle sale in maniera accessibile e sostenibile, professionalizzando sempre più le esperienze locali. Hi citato la Val di Chiana, ma lo stesso discorso vale anche per altri territori, quello del Trasimeno per esempio.

Non parlo di esperienze come quelle messe in piedi da primapagina (una decina di spettacoli dal 2006 ad oggi, ultimo “Tradire! La notte prima dell’assedio” che a breve sarà portato anche nelle scuole), ma soprattutto di espierienze di prospettiva come Amor Fati, di Marta Parri.

m.l.

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