UNA RISATA MI SEPPELLIRÀ

lunedì 15th, febbraio 2021 / 15:15
UNA RISATA MI SEPPELLIRÀ
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Puntuale come le cimici ad ottobre, anche questa settimana l’Ansa ha informato l’Italia sugli spostamenti Roma-Pieve-Roma del beato Mario, fornendo avvincenti dettagli  “fuori programma” (cit). Uno su tutti, dall’auto con i vetri oscurati che si dirigeva verso casa, in data 11 febbraio, Draghi unodinoi, ha salutato con la mano due vicini che portavano a spasso il cane.

Nel mentre di questi intriganti risvolti nella vita del primo ministro, come da prassi costituzionale i pievesi hanno sciolto la riserva sul nuovo governo di cui apprezzano la formazione con qualche perplessità ma tanta fiducia nel proprio concittadino. Centro nevralgico del nuovo mondo, Città della Pieve ombelico del mondo.

Intanto a Roma…

la rentrèè di Brunetta alla PA lascia di stucco (forse è un barbatrucco), ma sui social si leva un appello al politically correct. Basta offendere il Brunetta meno amato dagli statali sulla base dell’aspetto fisico (suvvia, non se ne può più), la critica si concentri sull’operato. E ce ne sarebbe ben donde, il politico Brunetta non resta impresso per affabilità e simpatia.

Ma lo sbeffeggio fisico tira tanto quanto, i satiri non ci rinunceranno così facilmente. Penso alle orecchie di Andreotti, fonte inesauribile dei più acclamati satiri d’Italia, ma anche alle imitazioni della Guzzanti di una Lucia Annunziata massacrata nell’aspetto e nell’accento marcatamente campano. La satira è impietosa.

Ma forse anche noi che di quegli sbeffeggi ne ridiamo o sorridiamo a seconda del grado di empatia di cui siamo dotati.

Ma perchè la rappresentazione caricaturale di una situazione o di un aspetto fisico fa ridere? Ho scomodato Platone e altri illustri che si sono interessati alla questione della comicità. E vengo al dunque.

Secondo Platone il senso del comico nasce dalla consapevolezza della propria superiorità rispetto al difetto della situazione o del personaggio rappresentato. Se sono alta, bionda, con gli occhi verdi mi farà ridere l’esasperazione di un difetto fisico altrui. Se non lo sono (alta,bionda eccetera) molto probabilmente prevarrà l’empatia, e il dileggio non mi farà ridere affatto. Al contrario, ne rileverò la malignità.

Più o meno lo stesso meccanismo scatta nella comicità di carattere linguistico. La storpiatura di una parola alla Frassica o Zalone fa ridere a chi conosce la parola originale. Se non la conosci, non ti fa ridere più. Anzi, il senso di superiorità è mortificato dall’ignoranza.

Il più cinico è Mel Brooks: “tragedia è quando io mi taglio un dito. Comicità è quando tu cadi in un tombino aperto e muori”. Banale ma vero: ridere di qualcun altro è sempre più facile che ridere di sè stessi. E ci sta. Un attimo di imprevista e paradossale sventura altrui è un divertimento assicurato.

Generazioni di umani hanno riso ( e ridono) dell’altrui scivolata sulla buccia di banana, la testata contro il palo o la vetrata, il rovinoso precipitare da una sedia dondolante. Nel suo scoppio liberatorio, la risata spesso contiene una dose di cattiveria verso il prossimo.

Non è gratificante per il genere umano ma la satira è satira, mordace, affilata, crudele, terribilmente politically incorrect. Strappargli un bottino ghiotto come la levatura di Brunetta sarà un’impresa.

In quanto a me che di satira non ne so fare per limiti morali che non sto qui ad esporre, vedo e prevedo che se una risata mi seppellirà, quasi certamente non sarà la mia

 

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