CHIUSI, IL PD ANALIZZA LA SCONFITTA E ROTTAMA RENZI. RIPARTENZA CON SVOLTA A SINISTRA (E MOLTA PAZIENZA)

giovedì 22nd, marzo 2018 / 12:08
CHIUSI, IL PD ANALIZZA LA SCONFITTA E ROTTAMA RENZI. RIPARTENZA CON SVOLTA A SINISTRA (E MOLTA PAZIENZA)
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CHIUSI – L’elefante ferito si lecca le ferite. Alla presenza dell’on. Emanuele Fiano, quello della proposta di Legge sulla messa al bando della propaganda fascista, il Pd di Chiusi ha cominciato l’analisi della sconfitta elettorale subita il 4 marzo. Lo ha fatto ieri sera presso il circolo di Chiusi Scalo. Sala piuttosto gremita e un dibattito che è stato pressoché un coro. Nessuna voce, a difesa del gruppo dirigente nazionale, una serie di interventi che hanno messo il dito nella piaga, ammettendo errori e omissioni, sottovalutazioni e anche comportamenti personali sbagliati. Matteo Renzi, il grande sconfitto, aleggiava nell’aria come un fantasma, anzi come un vero e proprio convitato di pietra. Il segretario Francesco Cimarelli ne ha citato il nome una sola volta, en passant, nella sua relazione introduttiva. Così anche lo stesso Fiano nell’esposizione iniziale pur addebitandogli atteggiamenti personalistici, ha evitato di mettere sotto processo il segretario. Qualcuno ha sottolineato come l’arroganza renziana e la mancata valutazione politica delle sconfitte alle amministrative, al referendum e alle elezioni siciliane siano da annoverare tra le cause dello scollamento e della debacle che si è verificata il 4 marzo, così come è stata criticata l’ostentazione del rapporto con i grandi imprenditori alla Marchionne piuttosto che con il popolo e magari i sindacati, ma a finire sotto accusa non è stato solo il renzismo, quanto l’idea stessa, il progetto politico del Pd e soprattutto il modo in cui esso si è evoluto. O involuto rispetto alle premesse iniziali.

E se i militanti dichiaratamente non renziani (Paolo Scattoni, Paolo Giglioni, Alfio Anselmi, Franco Fei) hanno chi più chi meno messo in evidenza i limiti strutturali della linea politica del segretario dimissionario, chiedendo un riposizionamento e soprattutto una ripresa di un dibattito interno vero e non di plastica, gli interventi più duri, più critici sono stati proprio quelli degli esponenti di maggior peso: dal capogruppo Simone Agostinelli all’assessore Micheletti, dal sindaco Bettollini a Lino Pompili. E addirittura Stefano Scaramelli, il quale ha gettato sul tavolo una verità inconfutabile: “il Pd, da quando è nato, nel 2007, non ha mai vinto. E nonostante la vocazione maggioritaria non è mai riuscito ad essere il primo partito. Non ci riuscì all’esordio con Veltroni nel 2008, non ci riuscì con Bersani nel 2013 ed è crollato il 4 marzo con Renzi”.  Scaramelli che pure è un renziano della prima ora, considerato un pasdaran del segretario uscente, ha sconfessato la rincorsa al centro e ha rottamato in diretta, davanti ai suoi sostenitori lo slogan che andava per la maggiore dopo le Europee del 2014: “Con Renzi si vince!” che anche i militanti ex Ds assunsero come una sorta di liberazione dalla sindrome della sconfitta. Renzi però ha vinto solo le Europee. Per il resto, le elezioni le ha sempre perse, perdendo ogni volta di più…

Per questo il consigliere regionale ha chiesto al Pd di riconquistare i valori fondanti, di ritrovare la strada per rappresentare i più deboli e quindi di tornare a rappresentare la sinistra di questo Paese. E qui è sembrato prendere implicitamente le distanze (senza nominare la questione) dall’ipotesi di un partito personale di Renzi alla Macron…

Tutti hanno ammesso che il d è stato percepito anche dai propri elettori tradizionali, non solo come un partito incapace di dare risposte ai problemi quotidiani, ma come il problema o come il partito che ha contribuito a creare il problema. “E’ stato percepito come il partito del potere, del palazzo, come il partito delle banche, anche quelle che hanno truffato i correntisti”… E’ emerso nel corso del dibattito il disagio per la mutazione genetica che ha cambiato i connotati al Pd facendolo diventare oggi un partito molto diverso da quello che era stato ipotizzato nel 2007. Il capogruppo Simone Agostinelli ha parlato dell’imbarazzo personale nel ritrovarsi a fianco, nelle riunioni del partito, “persone che nulla hanno a che vedere con la storia, la tradizione, la cultura della sinistra”. E ha ritenuto una aggravante l’affermazione fatta da Fiano che ciò che è successo il 4 marzo in Italia si inquadra in un processo di ridimensionamento della sinistra in tutta Europa, aggravante perché “il Pd non è più un partito di sinistra, né tantomeno un partito socialista o socialdemocratico, è un’altra cosa”… Ma non si capisce cosa.

In effetti anche il flop di Liberi e Uguali, è da addebitarsi alla medesima percezione. Anche il partito di Grasso, D’Alema e Bersani è stato percepito non come risposta, ma come parte del problema, per essere esso stesso espressione della casta e di quei governi che in nome dell’Europa e delle compatibilità hanno avallato la macelleria sociale di questi anni.

Diciamo – da osservatori esterni – che questa volta l’autocritica almeno sul piano nazionale, non è mancata. Anzi, forse è andata oltre le aspettative, proprio perché si è espressa nelle posizioni non solo dei soliti “criticoni”, ma soprattutto in quelle dell’establishment locale. La parola sinistra che era quasi scomparsa dal lessico è echeggiata spesso, molto più della parola Renzi. Lo stesso sindaco Bettollini ha ribadito di sentirsi “uno di sinistra, parecchio di sinistra” (parole sue), dando la sua versione di cosa voglia dire essere di sinistra oggi. E qui ha portato l’esempio di Chiusi, della sua azione amministrativa “volta a creare opportunità, posti di lavoro, migliori condizioni ambientali, più sicurezza (con una presenza più visibile delle forze dell’ordine in divisa nelle strade, non con la pistola in casa)”…

L’elefante ferito non ha insomma nascosto le ferite e i lividi. Ma nonostante l’analisi impietosa – cosa inusuale, poco frequente, spesso negata in questi ultimi anni –  non è apparso un animale rabbioso, inferocito, assetato di sangue e di vendetta. Al contrario in tutti gli interventi e in particolare in quelli dei dirigenti, è prevalsa – almeno a parole – la voglia di ricominciare a discutere, a confrontarsi, di tornare a parlare di politica e di valori, fuori dalla propaganda. E fuori dalla logica del processo al capro espiatorio. E se più o meno tutti hanno chiuso la porta a possibili intese di governo con la destra e con i 5 Stelle, chiedendo all’on. Fiano di dire alla direzione nazionale che il Pd di Chiusi è schierato per un Pd che stia “là dove lo hanno messo gli elettori, cioè all’opposizione”, tutti hanno invece auspicato “un dialogo aperto e rinnovato con le altre forze della sinistra e anche coi moderati, ma senza rincorrere nessuno”. Insomma ridisegnare il campo, coltivarlo e innaffiarlo con pazienza, aprire i cancelli e allargarlo, rilanciandone i valori, le idealità e lavorando sui contenuti con l’impegno e l’esempio quotidiano. Come quello delle amministrazioni locali. Senza però che il partito si appiattisca o venga sostituito nelle funzioni di direzione politica e di dialettica dagli amministratori, come è avvenuto in questi anni. Questo lo ha detto il sindaco Bettollini, il quale ha provato anche a “dettare la linea” riguardo ai tempi e alle modalità del confronto che dopo l’assemblea di ieri sera dovrà necessariamente continuare: “Non serve una reazione immediata. Riflessione, discussione e apertura del campo. Essere all’opposizione ci servirà per avere il nostro tempo, senza scatti in avanti e nuove conte”.

Anche Bettollini, Scaramelli & C. si sono insomma resi conto non solo che gli schiaffi fanno male e bruciano maledettamente, ma che il ricorso sistematico alla “conta” e il correntismo esasperato nella definizione degli assetti interno al partito hanno avuto esiti disastrosi, sanguinosi verrebbe da dire. In sostanza si è trattato di una vera e propria dichiarazione di fallimento, ma senza chiudere definitivamente la saracinesca, anzi con la voglia – dichiarata – di ripartire. Quanto sia reale, credibile la svolta o la ripartenza lo vedremo più avanti.

La serata al Circolo di Chiusi scalo doveva concludersi con un “focus” sulla sicurezza, perché uno dei temi su cui il Pd ha perso. Era prevista la presentazione di un libro sul tema scritto da Massimo Montebove. L’ora tarda non lo ha consentito, ma nel suo intervento Montebove ha esordito con questa frase: “Parlare di sicurezza non deve essere un tabù, nè significa inseguire Salvini. Me lo ha detto Minniti: la sicurezza è di sinistra!” Ecco: e allora che ci incastra Montebove? Adesso lavora per il sindacato di Polizia vicino alla Cgil, ma in passato ha fatto il portavoce del Sap (che è di altro segno), ha applaudito agli assassini di Aldrovandi, ha difeso i poliziotti che manganellarono gli operai delle acciaierie di Terni e i no Tav, a Chiusi ha fatto per due tornate elettorali consecutive il portavoce della lista di destra alternativa ai Ds…

Quando Simone Agostinelli ha parlato di imbarazzo nel trovarsi a fianco persone che nulla hanno a che fare con la sinistra e che sono il segno della mutazione genetica negativa del Pd, a Montebove saranno senz’altro fischiate le orecchie. Piuttosto forte, anche.

m.l.

 

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