IL DIAVOLO VESTE PRADA. L’INCHIESTA DI REPORT SU COME NASCONO I CAPI GRIFFATI E GLI STRILLI DEI MAGHI DEL MADE IN ITALY (SI FA PER DIRE)

mercoledì 12th, novembre 2014 / 10:19
IL DIAVOLO VESTE PRADA. L’INCHIESTA DI REPORT SU COME NASCONO I CAPI GRIFFATI E GLI STRILLI DEI MAGHI DEL MADE IN ITALY (SI FA PER DIRE)
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Era prevedibile che il clamore suscitato nell’opinione pubblica a seguito dell’inchiesta di Report sui piumini Moncler e su altri marchi prestigiosi dell’alta moda italiana, avesse degli strascichi. Sullo schiavismo messo in atto da queste multinazionali, per produrre i loro capi d’abbigliamento e sull’utilizzo cinico e inumano di animali nella produzione,  la brava Gabanelli ha acceso riflettori che non sarà facile spegnere. Sono cominciati infatti a volare gli stracci da parte dei dirigenti di note griffe. Come volgari borgatari, hanno tirato giù la maschera di perbenismo, sono usciti dall’aureola magica che si sono saputi cucire addosso, complice anche una stampa tappetino nei confronti di certi personaggi e del potere. Il primo a reagire bruscamente è stato Patrizio Bertelli, amministratore di Prada, altro marchio messo davanti alle proprie responsabilità a seguito delle sue delocalizzazioni in Transnistria, Paese ai più sconosciuto, e non riconosciuto dall’Onu. Un fazzoletto di terra della Moldavia, governato tuttora da una dittatura beffarda, che vede le statue di Lenin ancora troneggiare nelle pubbliche piazze e attuare nei luoghi di lavoro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, come amava ripetere Marx (e lo stesso Lenin), nelle forme più oppressive.

«CULTURA SUPERATA». Così Bertelli ha definito le critiche di Milena Gabanelli. La sua inchiesta ha spiegato il padron di Prada, è viziata da una “cultura «cultura del passato oramai sorpassata». Poi è passato alle offese vere e proprie definendo la Gabanelli , «stupida».GABANELLI-PRADA

L’occasione al manager della Prada per fare sfoggio di tutta la sua cultura, è stato il summit del global fashion di Milano.

Il manager di Prada in grande vena di battute ha aggiunto: «In questo modo non capisco la distinzione tra una gallina e una balena. Naturale che in un mondo globalizzato una impresa cerchi risorse produttive con costi più contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si può impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo. Lo stesso discorso vale per Prato, dove il popolo orientale ha trovato una opportunità economica e l’ha sfruttata».
GABANELLI: «NON È MADE IN ITALY». La replica della giornalista è arrivata a stretto giro di posta precisando che : «Non è illegale andare a produrre dove costa meno, così come non è illegale essere avidi», ha detto la giornalista che non è caduta nella provocazione dell’insulto personale. “Dico – ha precisato – che quella di Prada è avidità perché parliamo dell’industria del lusso che si fregia del titolo ‘Made in Italy’ producendo invece in Paesi lontani dall’Italia. Posso capire una piccola azienda con un margine di guadagno di pochi euro che decide di delocalizzare per sopravvivenza. Capisco molto meno le aziende che hanno margini di guadagno altissimi come Prada e gli altri marchi che vivono anche sul fatto di vendere capi che usano impropriamente la dicitura Made in Italy».
Infine non ha mancato di sottolineare «SU BERTELLI INCHIESTA PER ELUSIONE FISCALE». Poi l’attacco diretto a Bertelli, che goffamente ha provato a difendersi dalle accuse dicendo che “l’azienda non può controllare tutta la filiera produttiva”. «Spende molti soldi – la chiosa della giornalista – per monitorare la stampa, ne spenda anche per controllare cosa succede negli stabilimenti di produzione».
E ancora: «Si ricordi il signor Bertelli chi davvero ha rovinato il made in Italy. A proposito noi di Report con la Guardia di finanza entrammo nei laboratori di Napoli dove artigiani in nero producevano per 28 euro al pezzo borse Prada che venivano rivendute a 400».
La giornalista ha concluso: «Sul capo di Bertelli c’è un inchiesta aperta per un’elusione fiscale per 460 milioni. Io per esempio non ho nessuna inchiesta di questo genere».

Renato Casaioli

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