LA FIDUCIA DI MERCEDES

martedì 13th, aprile 2021 / 11:29
LA FIDUCIA DI MERCEDES
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Mercedes Garcìa Márquez se n’è andata il 16 agosto del 2020 nella sua casa di Città del Messico dove risiedeva insieme al più noto marito Gabriel dal 1981. Aveva 87 anni, la stessa età di Gabo quando lasciò questo mondo nel 2014.

Di lei scrisse nelle sue memorie che era snella, lo sguardo affilato e i capelli corti che le allungavano il collo. Caratteristica che le meritò il nomignolo di Giraffa, titolo che Gabo utilizzò per la sua rubrica dell’ Heraldo nel 1950.

La bella Mercedes, personaggio invisibile alla maggior parte dell’opinione pubblica, è la donna che ha reso possibile Cent’anni di solitudine.

Più e più volte nel corso della vita Márquez ha raccontato di quando Mercedes, a corto dei soldi necessari per spedire il manoscritto in Argentina, non esitò a tagliarlo in due come un pezzo di manzo per spedirne la prima metà. E di come, tornati a casa, impegnò il poco che restava da impegnare per spedire la seconda parte: l’asciugacapelli, il frullatore e la stufa. “Posso scrivere in qualunque circostanza” ha raccontato in proposito Gabo ” tranne che al freddo”. Come lo capisco.

E infine di come, all’uscita dall’ufficio postale, a Mercedes fossero rimasti 5 pesos e una picca di rabbia. “Ora ci manca solo che il romanzo sia brutto”, disse, dando alla luce quello che, chissà, forse fu l’unico momento di dubbio di quei 18 difficilissimi mesi.

Un mito che ha reso famosa Mercedes, soprattutto nei paesi dell’America Latina dove la chiamavano affettuosamente La Gaba, che qui da noi le meriterebbe la qualifica di grande donna dietro il grande uomo. Molti dei suoi amici più stretti l’hanno descritta come la colonna portante della coppia, colei che si è occupata della famiglia e dell’economia domestica perchè Gabo scrivesse.

Ma in un’ intervista concessa al giornalista Hector Feliciano, Mercedes rivela che las vacas flajas (le vacche magre) furono in realtà solo quei 18 mesi di stesura di Cent’anni di solitudine, periodo in cui effettivamente affrontò ristrettezze economiche e debiti, arrivando ad impegnare oggetti personali. “Mio marito sta scrivendo un libro” ripeteva ai fornitori dei vari negozi e al padrone di casa “non appena finisce paghiamo tutto” assicurava. Di quel periodo Márquez racconta che non sapeva neanche come facesse sua moglie a procurarsi il cibo da mettere a tavola ogni giorno. Per il resto, chiarisce Mercedes, furono anni felici. Gli stenti restano circoscritti a quei 18 mesi.

La grandezza di Mercedes Barcha Pardo sta nell’aver individuato il talento di quel gran genio di suo marito, di averci creduto incondizionatamente oltre le ristrettezze economiche, la disoccupazione (per scrivere Cent’anni, Márquez si licenziò), l’incertezza dell’esito, il timore per il futuro.

Ma fu vera gloria?

Me lo sono chiesto. Mi sono immaginata a fatica quanto immensa e cieca fosse la fiducia di Mercedes nelle capacità del marito, un bravo giornalista ma non ancora un Premio Nobel. Così tanta da sobbarcarsi tutto il reale mentre Gabo si occupava del magico. Per 57 anni.

Credo che la risposta sia nelle sue stesse parole, in quell’intervista pubblicata su Bocas, rubrica de El Tiempo, a firma Héctor Feliciano, nel marzo del 2013, da cui emerge che Mercedes, in fondo,  ha semplicemente fatto quello che ci si aspettava da una brava sposa degli anni 50.

Una donna meno leggendaria, con un discreto livello di cultura (era un’avida lettrice), vicina al marito nella buona e nella cattiva sorte, come  si conveniva ad una donna di quegli anni. Mercedes nasce nel 1932, si sposa nel 1958, tutto quello che le interessa far sapere di lei è quello che c’è da sapere: che è stata una brava moglie e madre.

Non ha mai lavorato,racconta nell’intervista, neanche durante quei 18 mesi. “Perchè avrei dovuto? Io non so fare nulla. A quei tempi uno si sposava e l’obbligo del marito era mantenere la sua signora, punto”.

Mercedes non capisce neanche perchè la considerano la colonna portante della famiglia: “quello che fa è Gabo, non io”, intendendo forse dire che quello che ha sempre portato i soldi a casa è lui. Lei si è limitata ad amministrare, e a crescere due figli. A svolgere, insomma, il compito che le spettava.

Un compito straordinario che comunque, per educazione o per scelta, ha implicato una dose di fiducia incondizionata. Ci mancava solo che il romanzo fosse brutto. Non lo fu. Ma nessuno dei due poteva saperlo.

Fidarsi è un impegno, ma raccogliere quella fiducia è altrettanto oneroso. Da un lato c’è l’attesa, da puntellare quotidianamente con la fede e la speranza, dall’altra incombe il peso della responsabilità. In entrambe le parti si annida il timore della delusione. Da entrambe le parti ci vuole tanto, troppo coraggio. Soprattutto se il campo in questione è quello artistico. Gabo stesso avrebbe detto che senza Mercedes non avrebbe potuto vivere di scrittura.

Mentre scrivo mi viene in mente il film La Ricerca della Felicità che affronta lo stesso tema in modo diverso, più moderno, con la differenza che quella che deve reggere il peso dell’attesa non ce la fa.

Ecco, oggi, mi chiedo, quanti di noi sarebbero disposti a farsi carico del reale  perchè un altro possa realizzare la propria magia?

 

 

 

 

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