LA VITA QUOTIDIANA AL TEMPO DEI SOCIAL. PERCHE’ FARNE A MENO E’ DIVENTATO DIFFICILE (E CONTROPRODUCENTE)

martedì 23rd, marzo 2021 / 09:18
LA VITA QUOTIDIANA AL TEMPO DEI SOCIAL. PERCHE’ FARNE A MENO E’ DIVENTATO DIFFICILE (E CONTROPRODUCENTE)
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Cosa penso dei social e perché ci sto. Mettiamo in pubblico le nostre idee politiche, le nostre emozioni, i ricordi più intimi come i momenti più insignificanti delle nostre anonime vite, diciamo a tutti quello che in privato non diremmo a nessuno. Attacchiamo lite con gente che non conosciamo, di cui non sappiamo nulla se non quello che ci fanno vedere, e stringiamo salde alleanze con persone che se le avessimo davanti non ci prenderemmo neanche un caffé.

Perché lo facciamo, travolgendo ogni barriera tra pubblico e privato? Per stringere nuovi legami, cercare amicizie, confermare quelle reali ma sempre più deboli che avevamo o per sfuggire alla solitudine sempre più feroce cui i social stessi, complice la pandemia ci condannano? Perché i social sono ormai l’unica, ultima possibilità di comunicazione da quando il “prossimo “, inteso come gli amici del bar, il bottegaio sotto casa, la vicina di quartiere, il nostro barista o ristoratore, ecc, è praticamente scomparso. E il prossimo sui social diventa o un antagonista cui ribattere colpo su colpo o uno spettatore cui mostrare il meglio della nostra vita. O forse lo facciamo per esibire quello che ognuno pensa sia il suo lato migliore o più originale o più definitivo (i capelli appena messi in piega, il loft figo sullo sfondo, il piatto da gourmet appena preparato, il panorama mozzafiato nel weekend o in vacanza, l’esultanza da ultras per la vittoria della squadra, l’affermazione politica, truce e apodittica, o pedante e capziosa a seconda dei caratteri, ecc..).

Forse c’ è questa ricerca di un’approvazione o anche il tentativo di suscitare plauso o perfino invidia, perché quasi nessuno nonostante il crollo della privacy si posta in ospedale o al gabinetto. Fatto sta che ormai tutti noi che stiamo sui social abbiamo una identità social che ci rappresenta, ma non coincide con la nostra reale. Basta pensare a quanto corrispondano le persone che conosciamo a quello che scrivono o mostrano. D’altronde l’occasione che il mezzo offre per restaurare se stessi è troppo ghiotta e pochi resistono. Da qui il lucro miliardario dei giganti del web.

Ma è interessante lo stesso, la gente quando mente nostra il suo lato più vero. Io cerco la verità degli altri nelle loro bugie così come nei loro atteggiamenti, più che nelle parole. Penso anche che la socialità digitale abbia radicalizzato e accelerato un processo che era già in atto da tempo, quello dell’individualismo estremo della vita, della sua polverizzazione e isolamento nell’oceano della rete dove tutto è possibile e niente si realizza.

Uscire dai social, ignorarli allora? Si può anche fare, ma sarebbe come fare a meno della luce elettrica, resteremo al buio definitivo. Perché là fuori, il bar, gli amici, il calore di un abbraccio, di una pacca sulla spalla o di una risata tutti insieme, da un pezzo non ci sono più. C’è rimasto questo. Ed è pur sempre la traccia reale del nostro atavico bisogno non solo di essere riconosciuti, al di là del narcisismo, ma anche di riconoscere l’altro, di udire una voce umana nel frastuono del caos in cui ogni giorno ci immergiamo.

Vincenzo Bologna

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