LA LINGUA SCIATTA

lunedì 22nd, marzo 2021 / 16:14
LA LINGUA SCIATTA
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Questa settimana Draghi ha detto ma chissà perchè dobbiamo usare tutte queste parole inglesi. Gramellini ha scritto ma come, proprio lui che whatever it takes. Ed è subito questione linguistica.

Al volo, l’Accademia della Crusca ha fatto una lista di parole inglesi più usate, invitando a sostituirle con il loro equivalente italiano, e ci ha messo anche baby-sitting che però ormai ha una certa età, come audience, cameraman, check-up, copyright, stress, sponsor, partner, killer, che abbiamo fatto entrare nella lingua un bel po’ di anni fa senza tanti snobismi.

Che poi con il criterio della lingua pura bisognerebbe cambiare anche il titolo del film Sciuscià, termine che pure ha un’età di tutto rispetto, o chiedere ai napoletani di non usare più la parola  taùto, per esempio, perchè originaria dello spagnolo ataùd o dell’arabo tabu’t. Per dire che molte delle parole che usiamo vengono da altre lingue. Solo che non sempre ce lo ricordiamo perchè quando accadeva o non c’eravamo ancora, o eravamo giovani e non ce ne curavamo.

E però confesso che io con  la contaminazione linguistica non ci vado per niente d’accordo. Sono un amante delle lingue e dei dialetti in purezza. Non solo io, evidentemente, se il napoletano, seconda lingua d’Italia, è diventato patrimonio dell’Unesco.

Ammetto anche che rispetto alle altre lingue, l’inglese è come la gramigna, infestante. Fastidioso soprattutto quando è pronunciato male. Una sciatteria che mi irrita assai, ancor più dell’infilare uno spread e uno smart-working qui e là. Se dobbiamo usarlo, almeno premuriamoci di farlo con accuratezza.

Invece ecco saltar fuori una pèrformance invece di perfòrmance, rèport invece di repòrt, all ìnclusive invece di all inclùsive, quèry invece di quìry, epple invece di apple, kesh invece di cash, cargiver invece di keargiver (caregiver). Quest’ultima non si può sentire, meno ancora da un giornalista Rai.  Cambia proprio il significato: il primo è un donatore di automobili, l’altro un infermiere o badante.

La preservazione della lingua è tuttavia una preoccupazione propria di accademici, intellettuali e parlanti over 40, nostalgici delle bellezze che furono. Le nuove generazioni sono su un altro pianeta. Chattano, whatsappano, lollano e asappano, cosa vuoi che gli interessi se i panni sono sciacquati nell’Arno o nel Tamigi.

Le lingue cambiano e con loro le (s)grammatiche. Una quarantina di anni fa in inglese c’era differenza tra it’s e its, rispettivamente è e suo (riferiti a cose o animali). Un errore da ginocchia sui ceci. Oggi quella differenza sta scomparendo, si scrive its in entrambi i casi, e non c’è cecio che tenga. In italiano una volta si scriveva un gruppo di persone dice, ora se qualcuno scrive (e lo scrive) un gruppo di persone dicono, va bene uguale. Per tacere di qual’è, fà,dò,sà, i bracci, i ginocchi e i c’è la faremo.

L’inglese è la lingua della rivoluzione tecnologica, dell’informatica, del marketing, di Hollywood e Instagram.  Insomma, dell’era moderna. Se Steve Jobs fosse nato a Torre Annunziata, la language revolùscion l’avremmo fatta in italiano, o forse nel napoletano dell’Unesco. Ma è andata in un altro modo.  E pur essendo una purista delle lingue temo che la language revolùscion, evolùscion o involùscion, come si voglia definire, sia inarrestabile.

Recentemente ho avuto a che fare con il marketing digitale. Come tutti i settori ha un suo linguaggio specifico ma, a differenza del politichese, legalese o burocratese, il vocabolario è pieno zeppo di inglesismi e di acronimi (ingleseggianti anche quelli) che vantano glossari dalla A alla Z.

Ma in generale, l’uso e consumo dell’inglese è scrauso, più o meno come quello dell’italiano. Il problema non è tanto nella contaminazione, quanto nella sciattezza.

È su quella, mi sa, che dovremmo intervenire

 

 

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