POTREI CANDIDARMI MA NON CI PENSO NEMMENO

lunedì 22nd, febbraio 2021 / 11:08
POTREI CANDIDARMI MA NON CI PENSO NEMMENO
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Spezzo una lancia a favore di due parole, ingiustamente deformate sia dal linguaggio giornalistico che dall’immaginario collettivo. Due parole che dovrebbero essere reinserite nel codice linguistico e comportamentale di chi aspira a governare un paese, una regione, un comune, le ferrovie o l’associazione micologica bresadola.

La prima è compromesso, che in questi tempi un po’ così  passa per una parola brutta e sporca, sinonimo di disonestà, contrario di integrità morale. Vessillo cettolaqualunquista, indebitamente omologato al termine inciucio dal linguaggio giornalistico. In napoletano, lingua da cui proviene, l’inciucio è un pettegolezzo. Se volete, chiamatelo pure gossip, ma non compromesso. Mai accostamento fu più errato, e tossico perchè, chiaro, tutti a dire che quella sporca parola non poteva che venire dal Sud.

Invece.

Il compromesso è un accordo, un patto, un impegno che persone o gruppi di persone si assumono per garantire la riuscita di un progetto o di un obiettivo comune. Implica una rinuncia, ma non ai propri valori. Casomai ad una prospettiva, un modo di vedere o fare da cui non riusciamo a distaccarci.

Il compromesso, spesso scambiato per accondiscendenza o tradimento di sé, è al contrario simbolo di apertura, significa riconoscere che il punto di vista avversario potrebbe contenere una briciola di verità, che la nostra potrebbe non essere l’unica verità possibile.  Astenersi narcisi, egocentrici, egosistemici, assolutisti della verità. Stiamo parlando di pluralità di vedute, facile da definire ma assai faticosa da perseguire.

Secondo Amos Oz, che io non ho letto ma ho letto Gianrico Carofiglio che lo cita nel suo libretto Con i piedi nel fango, il contrario di compromesso non è integrità ma fanatismo. Al compromesso ci si arriva attraverso il confronto, la mediazione, l’accordo tra le parti. Se non c’è accordo vuol dire che una verità ha schiacciato le altre. Ben lontano dall’essere uno sporco inciucio, il compromesso è linfa vitale della democrazia.

La seconda parola è persuasione, più che deformata sostituita dal drasticismo cosmico, banalmente traducibile nella formula chi è contro di me, peste lo colga. Ci si libera di soggetti scomodi, rompipalle, avversi alle nostre sacrosantissime, giustissimissime verità con un insulto o un invito ad esprimere altrove la propria “dissidenza”. In altre parole, epurando. Nella vita come nella politica.

Salvini fa scuola ma in questo terzo millennio l’ostracizzazione è entrata nel codice delle regole non scritte della classe istituzionale.  Sui social l’epurazione avviene sistematicamente tra gli applausi di una clack fatta però  passare per l’intera, solidale comunità in modo da rafforzare la forza numerica e politica del NOI contro un impotente, miserrimo VOI.

Una prassi consolidata ma ahimè antidemocratica e molto (moltissimo) grave da parte di un’istituzione laddove si mette a tacere chiunque non si esprima in termini di bravo il re, viva il re. E per re intendete pure un leader politico, un ministro, un sindaco. Insomma, un delegato del popolo.

Ad altro mondo appartiene l’arte della persuasione, ovvero la capacità di comunicare in maniera empatica, metodica, convincente, inclusiva. Da qualche parte ho letto che saper comunicare in modo persuasivo significa conquistare l’attenzione, l’interesse e la fiducia delle persone che abbiamo davanti a noi.

Ecco. Conquistare è la parola chiave. Il consenso è una conquista che mira alla costituzione di una comunità forte e coesa allo scopo di realizzare un’idea comune. Ci vogliono tempo, esperienza, impegno, capacità di argomentazione e documentazione, ars oratoria, pensiero stupendo. Tutta roba di cui l’attuale classe politica, priva di identità, in balia delle correnti modaiole e sloganiste, non ha contezza.

Sono d’accordo con Michele Serra quando afferma che se la funzione di Conte era quella di dimostrare che chiunque può governare, tutto sommato non ci è andata tanto male. Giuseppi, bontà sua, ce l’ha messa tutta.

Ma per governare non è sufficiente essere una brava persona. È auspicabile, per carità. Sempre meglio uno buono e onesto che uno cattivo e ladro ma se questo è , alla prossima potrei candidarmi anche io. Dopodichè, non essendo figlia dell’ipersemplificazione, non avendo fatto un percorso diplomatico ed essendo pure scarsa nell’arte della persuasione non saprei proprio dove mettere le mani. Con o senza pandemia.

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