PUNTI DI (S)VISTA SUL GIORNALISMO

venerdì 17th, luglio 2020 / 12:48
PUNTI DI (S)VISTA SUL GIORNALISMO
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Leggendo i commenti agli articoli delle testate giornalistiche, soprattutto locali, emergono alcuni convincimenti dei lettori assai singolari.

Uno è che un giornalista possa ( anzi, debba) scrivere solo di avvenimenti che accadono nel suo luogo di nascita ( o residenza, se vive altrove).

Soprattutto quando è in ballo la stampa locale, lo scrivere di altre città o comuni scatena il lancio dell’epiteto da parte degli autoctoni, unito ad un elenco di ragioni personali che avrebbero spinto alla stesura dell’oltraggioso testo, tipo che uno non sa cosa scrivere (e quindi si diverte a inventare storielle gustose ambientate oltre confine), o che gli rode proprio tanto qualcosa (vai a sapere cosa e perchè), oppure che scrive per antipatia nei confronti di questo o quel primo cittadino. Come è costume sui social, ma pure al bar dello sport, si addita l’autore, si ignora il contenuto.

Una volta, neanche tanto tempo fa, se non si era d’accordo con l’interpretazione di un giornalista, il dibattito verteva sulla divergenza appunto di opinioni. Le presunte antipatie o insofferenze di chi scriveva non suscitavano alcun interesse.

È un convincimento curioso. Una fede più che un prodotto del pensiero. Se c’entrasse il pensiero, si ragionerebbe sul fatto che con questo criterio un Marco Travaglio dovrebbe scrivere solo di faccende torinesi,  Marco Damilano di assunti romani, Antonio Polito di avvenimenti stabiesi, e così via. Insomma, non esisterebbe una stampa nazionale, e quella locale resterebbe confinata tra le mura natìe. Ne consegue ( se si vuole seguire la logica del ragionamento) che ci vorrebbe una testata giornalistica per ogni singolo comune d’Italia e l’annullamento di una stampa nazionale, per  non parlare di quella estera.

È spassoso anche come, a volte, la pietra si scagli contro un giornalista pur non essendo egli (o ella) l’autore di quell’articolo. Un fenomeno tanto bislacco quanto diffuso. Lo rilevò anni fa lo stesso Travaglio quando dichiarò che avrebbe chiuso il suo profilo social perchè lo riempivano di insulti anche per articoli che non portavano la sua firma. Scrisse qualcosa come “ma prima di scrivere, leggete?“. Un’affermazione tendenziosa assai.

Un’altra convinzione, meno eclatante ma non meno degna di menzione, è che un giornale non debba riportare notizie di cronaca nera “per rispetto alla famiglia”. Ora, a meno che la notizia non sia condita con dettagli morbosi, descrizioni truculente, particolari piccanti sulla vita sessuale della vittima e del presunto assassino, domande cretine ai famigliari tipo Cosa prova in questo momento, il dovere di un giornalista è quello di informare. E il diritto dei cittadini è quello di essere informati. Lo afferma la Corte Costituzionale. Riportare un evento di cronaca nera non è un reato nè un atto di insensibilità verso i famigliari di un giornalista brutto e cattivo. È semplicemente un dovere, ma anche un diritto, di divulgare una notizia di interesse pubblico.

Quasi quasi verrebbe da pensare che non tutti leggono gli articoli, che basta una fugace (s)vista al titolo per accendere gli animi (ma non le menti); o forse che non tutti sono in grado di decifrare quello che leggono, di trarre spunto per una riflessione o magari un approfondimento (magari proprio), ma anche questi sono pensieri tendenziosi. Sicuramente infondati

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