LA FASE 2 E LA FASE 3: COME EVITARE CHE SIA UN BAGNO DI SANGUE? PARLIAMONE…

martedì 28th, aprile 2020 / 18:48
LA FASE 2 E LA FASE 3: COME EVITARE CHE SIA UN BAGNO DI SANGUE? PARLIAMONE…
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Sarà dura, durissima… La fase 2 è incerta. La fase 3 non si sa quando comincerà. Potrebbe essere il 1 giugno o più facilmente il 18, secondo l’agenda Conte. Per qualcuno però potrebbe anche non ricominciare più, perché ci sono attività che non solo hanno perso due mesi di fatturato, di scontrini, ma non avranno più clientela. Perché la gente avrà paura ad andarci. Perché i soldi saranno meno per tutti, perché rimanere aperti, senza clienti, potrebbe essere più devastante, economicamente, che chiudere.

Qualcuno si attrezzerà, farà il possibile per assicurare, nel proprio negozio, laboratorio o nel proprio ristorante, bar ecc. le “giuste distanze” e tutte le protezioni per lavoratori e clientela. Ma ciò porterà inevitabilmente ad una contrazione della clientela stessa, per ragioni di spazio, di tempi, di file che non faranno piacere… Se un ristorante prima allestiva 20 tavoli da 4, con le nuove norme e i nuovi standard di sicurezza ne allestirà 10 da 2… Riaprirà, certo, lavorerà, ma incasserà di meno e avrà bisogno di meno camerieri e meno cuochi. Si salverà con l’asporto? Ma mica tutte le attività possono fare l’asporto…

Sarà un bagno di sangue, inutile girarci intorno. Chi andrà a cuor leggero dalla parrucchiera, dal barbiere, al centro estetico, o a sudare in palestra, per smaltire i kg di troppo e tenersi in forma? E dal dentista? dall’oculista, dal dermatologo o dal pedicure?

Chi continuerà ad andare alle scuole di danza o di ballo,  dove la “dovuta distanza” tra le persone certo non aiuta?

Poi ci sono le fabbriche e le fabbrichette, i laboratori artigiani, le officine, gli uffici dove prima si lavorava gomito a gomito…  Quanti avranno spazi sufficienti e possibilità di trovare soluzione adeguate alle norme? Gli abiti nelle bouitique e nei negozi di abbigliamento si potranno provare? I camerini saranno sanificati? la gente se lo chiederà e ci penserà tre volte prima di entrare.

In un vecchio spot pubblicitario Nino Manfredi diceva “il caffè è un piacere, se non è buono che piacere è?”. Ma prendere un caffè al bar, a due metri dal bancone e a due metri dall’avventore più vicino, sarà un piacere, anche se il caffè è buono? Il caffè al bar non è solo una questione di caffè. E’ un rito. Una sorta di “comunione” laica. Come la birretta al pub la sera. Se viene a mancare la compagnia viene meno lo scopo. Ed ecco che anche i caffè e le birrette diminuiranno, inevitabilmente…

Senza contare che molti avranno timore a bere in tazze e bicchieri non monouso, a mangiare nei piatti dei ristoranti. Ma non si può andare in un ristorante, magari d’eccellenza, per gustare una fiorentina o un bel brustico, e vederseli servire in un piatto di materbi, con la forchettina di legno… Non esiste. E quindi inevitabilmente caleranno anche le fiorentine e le porzioni di brustico. E dunque gli scontrini.

Le sale cinematografiche già facevano fatica prima. D’ora in poi, sarà ancora peggio. E’ vero che di spazio per distanziare gli spettatori di solito ce n’è. Ma chi sarà disposto a stare due ore con la mascherina in faccia? (a lavoro è un discorso, al cinema un altro)…

La questione trasporti è un’altra dota dolente: posti contingentati, quindi più corse e meno biglietti. E in taxi, ma anche in auto (nella propria) in quanti si potrà andare quando ricominceremo a poter viaggiare, anche se inizialmente solo nella regione?

Tre lavoratori della stessa fabbrica o dello stesso ufficio che prima andavano insieme con unico mezzo, dovranno usare ognuno il proprio. E aumenteranno le spese.

Insomma un bel casino. Per tanti, tantissimi, se non per tutti. Qualcuno rinuncerà a fare il cliente. E sarà anche quella una privazione. Molti dovranno rinunciare invece al lavoro che avevano, al proprio reddito, o ad una parte di esso. E sarà peggio.

Chi ha uno stipendio pubblico o una pensione se la caverà, chi lavora in proprio farà più fatica, chi ha un lavoro precario, non consolidato, non garantito da nulla, dovrà prepararsi alla guerra. E sarà una guerra e una strada tutta in salita anche per quelle imprese (come primapagina ad esempio) che vivono di pubblicità. Con il lockdown e poi con la riapertura scaglionata, a ranghi ridotti, la pubblicità sarà ancora meno che in passato. Sarà quella, comprensibilmente, la prima spesa che certe aziende taglieranno e chi fa il nostro mestiere, con quell’unica risorsa, vedrà affievolirsi la linfa vitale. Già adesso come si fa a fatturare pubblicità ad aziende sotto contratto, ma chiuse per decreto? Nessuno potrà farlo. E senza fatturato è difficile pagare le bollette.

Senza qualche aiuto dallo Stato, ma concreto, che non sia solo la possibilità di contrarre nuovi debiti, per i più rialzarsi e ripartire sarà una chimera.

Infine tutto il settore degli eventi e della cultura. Si pensi solo a questo territorio: i Palii si faranno? Difficile. E i festival come Orizzonti a Chiusi, o il Cantiere Internazionale d’Arte a Montepulciano? Il Lars Rock Fest di Chiusi,  il Live Rock di Acquaviva, i Concerti in terra di Siena, Umbria Jazz, le rassegne estive dei vari paesi, il Teatro Povero di Monticchiello. Poi le feste tradizionali, tipo Civitas Infernalis a Sarteano, Tria Turris a Chiusi, le feste de l’Unità, le sagre… Tutti eventi che salteranno o rischiano seriamente di saltare. Quanti potranno essere recuperati magari tra la fine di agosto e settembre? 

Al di là del danno culturale, dell’assenza di appuntamenti rilevanti, quanta economia ruota intorno ad eventi del genere, tra cibo, bevande, service audio e noleggio strutture, ma anche come compensi agli artisti, i biglietti, la stampa dei materiali promozionali e la promozione stessa. Alcune Tv locali perderanno una delle principali fonti di entrata legata alle dirette… saranno centinaia e centinaia di migliaia di euro che per quest’anno voleranno via come la donna cannone di De Gregori. Nel vento come il bambino di Auschwitz di Guccini.

C’è l’economia quella vera, fatta di produzione e distribuzione, di commercio e servizi, ma c’è anche un’economia meno visibile, più “effimera”, che però non è meno concreta: è fatta di stipendi e compensi più bassi di quelli dei consiglieri regionali o dei direttori di banca e anche dei ferrovieri e dei medici di famiglia,  ma è vita, sostentamento per centinaia di persone. Ed è un’economia semisommersa (nel senso di poco visibile, non di illegale o abusiva) che serve a far vivere meglio le persone con la musica, il teatro, l’organizzazione di feste e sagre, rievocazioni storiche, incontri letterari, concerti, serate danzanti e così via. Questa economia sarà la più colpita e sarà anche l’ultima a ripartire.

Il Governo nazionale di task force ne ha messe insieme tante, forse troppe, per far fronte all’emergenza e anche per delineare una road map per la “ripartenza”. Ecco, secondo me qualche task force servirebbe anche a livello locale. Comune per comune. E poi magari una di area. Perché la ripresa, per quanto scaglionata, per tappe e per comparti, avrà bisogno di essere accompagnata da indicazioni e da sostegni pubblici. Servirà organizzare dei veri e propri “piani” se non quinquennali come facevano i comunisti russi dopo la rivoluzione del ’17, almeno a 5 mesi, per capire dove e come intervenire. Settore per settore: dall’agricoltura all’artigianato, dai trasporti all’industria, dal turismo alla cultura. In quest’ultimo caso, cosa si può salvare e come, cosa dovrà per forza essere rinviata a data da destinarsi e come si possano limitare i danni.

Come? mettendo intorno ad un tavolo chi ha la responsabilità di governare e qualche testa pensante e sul tavolo idee, proposte, esperienze. Ragionare su quelle e poi aprire un confronto con le parti interessate e con la popolazione.

In alcuni casi, per alcuni settori, come quello del turismo e della cultura si potrebbero cercare soluzioni tampone, utilizzando risorse, esperienze ed eccellenze locali. Almeno per non perdere tutto.

Si potrebbe pensare, per fare un esempio a iniziative per un “turismo a km zero” o “di prossimità” che creino un circuito virtuoso di gite fuori porta tra comuni limitrofi, con visite guidate a musei, cattedrali, palazzi, mostre…  eventi all’aperto per un numero di persone compatibile con le norme di sicurezza, in luoghi adatti, sia nei centri storici che in altre località, comprese le frazioni, portando qualche evento a domicilio o quasi, anche laddove non arrivano mai.

Ovviamente parliamo della fase 3, dal 18 giugno in poi, se la road map indicata dal premier Conte si rivelerà azzeccata…

Nella sua diretta di ieri il sindaco di Chiusi Bettollini ha parlato di un cambio di paradigma a partire dal 4 maggio: da “distanziamento sociale” (cioè isolamento in casa) a “distanza fisica”. Non è un gioco di parole, significa che si potrà tornare a camminare nei marciapiedi, passeggiare e correre in campagna e ci si potrà anche fermare a fare due chiacchiere con un amico davanti al giornalaio, ma “a due metri di distanza” e con la mascherina. Insomma si potranno riaprire anche se con  cautela i rapporti sociali sequestrati e messi in clausura da due mesi. Non è poco, è un segnale di ottimismo. Al 4 maggio manca poco, e anche il 18 non è poi così lontano. Portiamo pazienza, ma cominciamo a pensare a come uscire dal tunnel, se no l’uscita sarà dolorosa assai. Opinione personale, ovviamente. Tant’è che viene pubblicata in questa nuova rubrica e nella sezione “opinioni”. Ne vogliamo parlare?

 

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