E’ MORTO GIULIO BROGI, NEL ’72 GIRO’ UN FILM MEMORABILE A CITTA’ DELLA PIEVE

mercoledì 20th, febbraio 2019 / 10:52
E’ MORTO GIULIO BROGI, NEL ’72 GIRO’ UN FILM MEMORABILE A CITTA’ DELLA PIEVE
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E’ morto ieri a Negrar in Veneto, l’attore Giulio Brogi. Aveva 83 anni. Un grande attore che ha lavorato con grandi registi come i Fratelli Taviani, Ermanno Olmi, Liliana Cavani, Angelopolus e  Sorrentino. Lo ricordiamo su queste colonne, perché c’è un film che lega indissolubilmente Giulio Brogi a questo territorio. Il film è “San Michele aveva un gallo“. I fratelli Taviani lo girarono in gran parte a Città della Pieve nel 1972. San Michele aveva un gallo è il terzo dei quattro film dei Taviani interpretati da Giulio Brogi, dopo I Sovversivi (1967) e Sotto il segno dello scorpione (1969) e prima de Il prato (1979). Secondo la critica cinematografica San Michele è “uno dei film più armoniosi ed equilibrati e anche uno dei più riusciti e sentiti dei Fratelli Taviani che riuscirono attraverso l’interpretazione di Brogi a sopperire ai limiti del budget”.

Città della Pieve si scoprì per la prima volta set da film. E la presenza della troupe fece un certo scalpore, così come fece scalpore il tema trattato: il ’68 era ancora vicino e la sinistra all’epoca era in crescita, ma anche attraversata da fermenti e fratture dolorose, come quella dolorosa dell’espulsione del gruppo del Manifesto, dal Pci. Era l’anno dell’elezione di Berlinguer a segretario nazionale del partito e quel film riaprì il dibattito sull’utopia rivoluzionaria. Tema molto caro ai Taviani, che lo ripresero anche nel successivo “Allonsanfan” del ’74. Altro film sul risorgimento, ma con chiari riferimenti all’attualità e al fallimento di quell’utopia, della rivoluzione romantica. Probabilmente un messaggio neanche troppo cifrato a chi in quegli anni cominciava a strizzare l’occhio alla lotta armata e alla compagna P38.

San Michele aveva un gallo è la storia, liberamente tratta da un racconto di Tolstoj,  dell’anarchico internazionalista Giulio Manieri che nel 1870 guida un gruppo di compagni in un velleitario tentativo rivoluzionario in un piccolo paese umbro, Città della Pieve, appunto, che si conclude in un inevitabile fallimento che gli costa la condanna a morte. La pena gli viene però commutata nell’ergastolo e Manieri trascorre le interminabili giornate di reclusione solitaria inscenando con sé stesso dei dibattiti politici, riuscendo così a sopravvivere all’isolamento, ma scivolando progressivamente verso la pazzia. Dopo dieci anni di prigionia, deve essere trasferito in un altro carcere. Durante il viaggio in barca verso la nuova sistemazione, nella laguna di Venezia, incontra un’altra barca che trasporta verso la stessa meta un gruppo di giovani sovversivi. Convinto di trovare in loro un comune sentire e di poter riprendere insieme quel dibattito che per anni ha proseguito da solo, scopre invece che il suo idealismo utopico e i suoi metodi di lotta non sono affatto condivisi, ma anzi sconfessati se non addirittura irrisi da quella nuova generazione di ribelli, animati da una strategia politica radicalmente diversa, meno sognatrice e più concreta, fondata sull’analisi scientifica della realtà, e convinti di non poter assistere in prima persona ai grandi cambiamenti, ma di lavorare per il futuro. Profondamente deluso da questo confronto, sentendosi ormai inutile e sorpassato dalla storia, si lascia scivolare in acqua  annegandosi… Il film è un apologo sul conflitto politico-esistenziale tra socialismo utopistico e socialismo scientifico tra due modi di intendere la rivoluzione, quello anarchico e quello marxista. Un tema che anche negli anni intorno tra il ’68 e il ’77 animò fortemente il dibattito nel “movimento” e nella sinistra.

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