SAI CHI ERA LARS RICKEN? QUANDO UN PALLONE TI INSEGNA A PERDERE… (ANCHE IN POLITICA)

venerdì 30th, settembre 2016 / 16:58
SAI CHI ERA LARS RICKEN? QUANDO UN PALLONE TI INSEGNA A PERDERE… (ANCHE IN POLITICA)
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In un momento in cui il mondo va un po’ così,  tra bombardamenti e esodi biblici dal sud al nord del mondo; tra elezioni americane con la sfida tra un magnate seminazista e una ex first lady molto vicina alle lobby delle armi e un referendum in Italia sulla riforma costituzionale con un premier segretario di un partito sedicente di sinistra che per vincere si appella al popolo della destra  perché della sinistra non si fida; tra una un’Inter che vince con la Juve e pi perde con una squadra israeliana e con lo Sparta Praga e una Fiorentina che si esalta per aver spezzato le reni al Quarabag che sarebbe come dire alla Lodigiani, ci siamo imbattuti in un articolo che parla di calcio (o meglio prende spunto dal calcio) per diventare un piccolo saggio sulla “disillusione”, sulla sconfitta che può arrivare all’improvviso e segnarti per tutta la vita, proprio perché inaspettata, inusitata, imprevista… su un tiro magari  sbilenco o un qualsiasi altro evento che in 3 secondi ti cambia, se non la vita quantomeno la prospettiva, l’angolo di visuale e ti demolisce in un colpo solo tutte le certezze e convinzioni…

Una volta uno scrittore, premio Nobel per la Letteratura e comunista, disse “tutto quello che so della vita l’ho imparato dal calcio”. Forse esagerava, estremizzava il concetto quello scrittore che è il francese Albert Camus.

Ma questa riflessione su Lars Ricken (uno che per una miriade di tifosi di una certa squadra ha avuto l’effetto di Annibale sui Romani), scritta per un blog di “storytelling” sul pallone che di chiama Zona Cesarini (zonacesarini.net) ci sembra pertinente ai tempi che viviamo. Illuminante. Applicabile, al di là del calcio anche ad altri ambienti e argomenti. La politica in primis. Come articolo di giornale è un po’ lungo. Ma vale la pena leggerlo. Con calma. Non scade.

Il calcio ormai è più business che gioco. Più fenomeno mediatico che metafora della vita. Ma forse aveva ragione Camus: il calcio ancora insegna e disegna parabole che restano indelebili come le pietre miliari sulle consolari…

L’articolo-riflessione in questione è il seguente. Si intitola Lars Ricken o della disillusione e l’autore è Gianluca Lorenzoni collaboratore di Primapagina e habitué di ‘Zona Cesarini‘.  Ah, già: chi è questo Lars Ricken? Segue spiegazione… Buona lettura. (a.l.)

LARS RICKEN O DELLA DISILLUSIONE

“Che cos’è che la provoca? Le parole? Le critiche?”
“I nazisti.”
“Sì anche quelli e naturalmente i ricordi, i sogni. Lo sapeva che la parola trauma viene dal greco, vuol dire ferita. E qual è la parola tedesca per sogno? Traum, ein traum. Le ferite possono creare mostri” (Shutter Island)

Nel malaugurato caso in cui mi fossi trovato nei panni dell’agente Teddy Daniels, avrei risposto che no, non sapevo come si dicesse sogno in tedesco. Ma che, a mia parziale discolpa, so bene come si dica incubo, in tedesco. Perché ne ho vissuto uno.

Un trauma che mi ha segnato e che ancora, per forza di cose, non sono riuscito a superare a pieno. Perché vedere il tuo mondo appagante e prevedibile, che con ingenuità tipicamente infantile credevi destinato a durare per sempre, venir spazzato via in un attimo, o più precisamente in sedici secondi netti, credo possa rientrare nella categoria. Ma per poter distruggere è necessario prima costruire, e io lo avevo fatto, lasciandomi trasportare in quel nuovo immaginario costellato di bellissime illusioni.

Un bravo analista sarebbe in grado di ricostruire il percorso emotivo che ha creato le premesse del mio trauma, riassumendolo in quattro fasi.

Fase 1, o dell’iniziazione. È la fase fondamentale, nella quale mi sono ritrovato ad innamorarmi di un mondo che mi avrebbe segnato in maniera permanente dal punto di vista emotivo. All’inizio non fu facile, non ero particolarmente attratto dal calcio. Ma la valenza simbolica che attribuiamo a dettagli apparentemente superflui spesso è sufficiente a scardinare anche barriere resistenti. Galeotto fu un nome: il mio e quello di un centravanti rasato che si divertiva a segnare in rovesciata ogni volta che mi imbattevo nelle sintesi di 90° Minuto. Ne rimasi affascinato e dal momento che indossava una certa maglietta non potei far altro che iniziare a simpatizzare per quei colori.

Fase 2, o dell’esaltazione. Una volta creata l’empatia, iniziai a credere che una vita di emozionanti successi sarebbe stata lì ad attendermi, un susseguirsi incessante di guizzi di Ravanelli, pennellate di Del Piero, parate di Peruzzi e rigori di Jugovic giàcampioneconlastellarossa pronti a perpetuarsi ad libitum.

Fase 3, o della cristallizzazione. Dopo aver assaporato la prima gioia continuai a nutrire le mie illusioni, pensando di ripercorrere sentieri sicuri e rassicuranti. Credetti che dopo una finale vinta ce ne sarebbe stata un’altra, e poi un’altra ancora. Senza minimamente concepire la possibilità della sconfitta. Quell’aura magica era destinata a finire, ma io non ne sapevo niente e sfortunatamente dovetti scoprirlo da solo, all’improvviso.

Fase 4, o della disillusione. Mi sono imbattuto, accidentalmente, in Lars Ricken.

Se il 1976 fu un’annata non particolarmente brillante per i viticoltori italiani, lo stesso non si può certo dire riguardo alla miriade di talento calcistico sfornata in quell’anno e pronta ad inondare i palcoscenici mondiali due decadi dopo. Dall’eterno Totti al divino Ronaldo, da Shevchenko a van Nistelrooij. E poi ancora Nesta, Vieira, Seedorf, Ballack, Morfeo, Recoba. Per arrivare a Lars Ricken, che vide la luce, non si sa fino a che punto consapevole di rientrare in questa élite anagrafica, il 10 luglio a Dortmund.

Nelle stesse ore a Seveso, in Brianza, si fanno i conti con il disastro ambientale dovuto ad una nube tossica di diossina fuoriuscita dalla fabbrica ICMESA che metterà a serio rischio la salute di centinaia di persone e l’intero ecosistema circostante. Una giornataccia, per usare un eufemismo.

Quando l’8 marzo 1994 il diciassettenne Lars, dopo la classica trafila nelle giovanili, diventò il più giovane esordiente in Bundesliga nella storia del Dortmund (record poi sottrattogli da Nuri Sahin), io stavo entrando a passi incerti nella prima fase di cui sopra, e ovviamente non avevo idea né di chi fosse il talentino giallonero né tantomeno del ginepraio emotivo in cui mi sarei cacciato di lì a poco. Il colpo di fulmine definitivo arrivò il 23 novembre ’94, verso le otto di sera. Sintesi di Juventus-Cremonese a Domenica Sprint.

Il mio omonimo (può sembrare assurdo come un particolare tanto insignificante possa aver rivestito una tale importanza nel mio immaginario) con un gesto tecnico che mi parve tanto bizzarro quanto affascinante mi aprì di fatto le porte di quella che a vent’anni di distanza non esiterei a definire dipendenza da pallone. Da quell’epifania la mia attenzione per il calcio crebbe in maniera spasmodica ed eccitante e la stagione successiva focalizzai l’attenzione sulla cavalcata europea degli uomini di Lippi, attratto forse dall’esotismo che quella coppa trasudava: Glasgow, Bucarest, Madrid, Nantes. Ogni volta una nuova scoperta, coronata da una vittoria.

In tutto questo però, preso com’ero dall’euforia di sentirmi partecipe di un qualcosa che capii subito essere grandioso, ed impegnato a guardare alla tappa successiva piuttosto che al passato più prossimo, mi lasciai sfuggire un piccolo dettaglio. Se solo avessi prestato più attenzione forse non sarei arrivato al momento fatidico totalmente impreparato.

Perché il nostro Ricken nel frattempo si era ritagliato sempre più spazio nelle file giallonere e mi sarei potuto (dovuto) accorgere della sua esistenza almeno in un paio di occasioni: passi la prima, nell’esordio stagionale della Juve a Dortmund quando Lars entrò in campo al 28° del secondo tempo al posto di tale Hellrich giusto per assistere alla netta vittoria bianconera firmata da uno dei primi gol “alla Del Piero” (1-3 il finale); ma nel ritorno di Torino quello che veniva considerato il talento più fulgido nell’asfittico panorama del calcio tedesco post Italia ’90, finì addirittura nel tabellino marcatori per l’1-2 definitivo. Un gol che lascia pochi dubbi sull’istinto e il talento del fantasista tedesco.

Avvisaglie che, come spesso succede prima delle catastrofi, furono lontane dallo sfiorarmi minimamente. Ricken rimase un perfetto sconosciuto, seppellito da quell’euforia tipicamente fanciullesca in cui scoperta e conquista vanno di pari passo, e non c’è né il tempo né la volontà di accorgersi di una lieve stonatura in quella sinfonia.

La gara di ritorno tra Juve e Borussia era tra l’altro una partita abbastanza inutile ai fini della qualificazione, dopo le goleade coi Rangers, e Ricken finì così per essere un piccolo bug ininfluente per l’ordinario funzionamento del sistema, prontamente rimosso dall’antivirus. In pratica, mi trovavo in uno di quei thriller magistrali in cui lo sceneggiatore si diverte a far comparire il killer fin dalle battute iniziali, senza però lasciare il minimo indizio sulla sua vera natura. Tanto più che dentro di me pensavo di star assistendo ad una commedia romantica.

La notte di Roma mi innestò, neanche fossi il protagonista di Inception, un’idea definitiva e distorta su quello che potevano essere il calcio, il tifo e la passione. Un’idea per cui le vittorie e quindi le gioie sportive e le emozioni più forti dovessero essere parte integrante e necessaria di quel sistema che in quel momento mi si mostrava davanti con una solidità e perfezione apparentemente incrollabili.

A fugare ogni dubbio sul fatto che si potesse uscire da questo schema contribuì l’ennesima stagione superlativa in campo europeo con annessa vittoria all’Old Trafford nel girone, il gol di Alex a Tokyo e il secondo Scudetto dell’era Lippi. Non c’erano più né Vialli né Ravanelli, le icone del mio apprendistato, ma in compenso arrivarono Boksic, Vieri, Montero e soprattutto Zidane, il principale artefice del netto successo in semifinale con l’Ajax.

A Monaco di Baviera sarebbe stata ancora una volta Juventus-Borussia Dortmund, l’ennesima riproduzione di uno spettacolo conosciuto e familiare il cui esito pareva scontato. D’altra parte le mie convinzioni si erano cristallizzate in una fiducia totale nella necessità di un epilogo giusto e doveroso, quasi naturale. Come detto, la possibilità di non vincere era quanto di più lontano mi aspettassi da quella partita.

Leggere i giornali nell’immediata vigilia del match non contribuiva minimamente ad intaccare questi sentori. Dopo il secco 4-1 rifilato all’Ajax, i bianconeri arrivavano in Germania come i naturali favoriti, a differenza dell’anno precedente quando la squadra da battere era quella di Van Gaal, e la finale sembrava ridursi a una pura formalità.

“Basta leggere la formazione per ritrovare sempre gli stessi protagonisti, in gran parte vicino alla pensione e scaricati dalla stessa Juve: ci sono gli eterni Kohler e Reuter oltre a Sammer che fece una sfortunata e fugace apparizione nell’Inter; a centrocampo Möller, in attacco i soliti Chapuisat e Riedle. Gente di consumato mestiere finché si vuole e capace di renderci pan per focaccia sull’approccio alla partita, ma niente più” (Gazzetta dello Sport, 28 maggio ’97)

Più che sull’analisi delle peculiarità della squadra di Hitzfeld, era tutto un focalizzarsi sugli ex che i bianconeri si sarebbero trovati di fronte e ai quali non di rado veniva accostato il termine “scarti”.

Raccontare quella partita è come riaprire una ferita dolorosa (non ancora pienamente cicatrizzata, come ormai dovreste aver capito); mi limiterò quindi a riportare solo i pochi dettagli che mi ricordo ancora, solo leggermente offuscati dal tempo. Il sole primaverile che tramontava dietro la curva dell’Olympiastadion, il giallo fluo delle maglie tedesche e il blu scaramantico di Zidane e compagni. Del Piero febbricitante seduto in panchina. E le due mazzate, improvvise, di Riedle a metà del primo tempo.

Non ero evidentemente preparato ad una cosa del genere. Stavo assistendo impotente al crollo inesorabile delle mie illusioni.

Lippi manda dentro Del Piero per Porrini appena dopo l’intervallo e al 58° il cross basso di Boksic trova la deviazione col tacco del numero 10. La partita si riapre, in fondo manca un’eternità e la Juve nonostante tutto è la squadra più forte in campo. D’un tratto quell’alone di negatività totalmente inaspettata che mi aveva fatto sprofondare sul divano con gli occhi lucidi lascia di nuovo il campo alla fiducia e alla speranza.
Siamo al 70° e non so ancora che quello che sta per succedere di lì a sedici miseri secondi porrà definitivamente fine alle mie più profonde convinzioni riguardo il calcio.

C’è un cambio nelle file del Dortmund, esce uno stanco Chapuisat, sostituito da un ventenne col numero 18. Il ragazzino entra nell’inquadratura dal basso, corricchiando verso la trequarti bianconera. Nessuno ci fa caso, il pallone è vicino alla linea laterale, in alto sul teleschermo. Paulo Sousa lo conquista con la solita eleganza e con un palleggio volante lo serve lateralmente verso Möller. L’ex numero 7 della Juve trapattoniana vede un corridoio e di prima lancia un compagno nello spazio. È Ricken, appena entrato.

Montero prova ad accorciare ma è in ritardo. Siamo a trenta metri dalla porta, Ricken rincorre il pallone senza ancora averlo toccato, poi con il piattone destro disegna una parabola che sembra dover concludere la propria corsa sulla sterminata pista di atletica dietro la porta, la stessa che vide il primo bronzo olimpico di Mennea nel ’72. E invece si abbassa, con Peruzzi pietrificato 4-5 metri fuori dai pali che non può che girare il collo. E sperare, invano.

“Non ero felice della panchina. Avevo segnato gol decisivi contro United e Auxerre ed eravamo in finale anche grazie a me. Ma aspettare mi è servito. Per settanta minuti ho guardato Peruzzi, era sempre fuori area. Così mi sono detto “Lars, appena entri tira subito”. L’ho fatto al primo pallone”

Quel primo pallone toccato finisce sotto la traversa, o forse mi arriva dritto al petto come una saetta improvvisa perché mi blocco. Capisco che è finita. Piango, come mai avevo fatto prima per una partita di calcio. E la colpa è tutta la tua, caro Lars, che hai voluto colpire così, a freddo, come fanno i vigliacchi. Neanche il tempo di presentarsi e scambiare due convenevoli che già stavi esultando, uscito da chissà dove.

Lars Ricken ha distrutto il mio idillio calcistico con i suoi sedici secondi di celebrità, neanche fosse un adepto del warholesimo più estremista. Lars Ricken è passato, quasi per caso, mentre stavo ancora costruendo il castello di carte delle mie illusioni e non ha resistito dal toglierne una, forse per vedere l’effetto che fa.

Dopo vent’anni ovviamente sono consapevole che le mie aspettative rispondevano ad un bisogno infantile di certezze e che prima o poi avrebbero dovuto cozzare, in maniera anche abbastanza brusca, con la realtà. Da una parte potrei anche essergli grato per avermi aperto gli occhi su ciò che mi attendeva da lì in avanti, per avermi istruito sulla dignità e addirittura sull’ineluttabile necessità della sconfitta.

Potrei. Ma non ce la faccio. Perché ormai il giocattolo si era rotto, e la colpa era principalmente la sua.
Credo di non esagerare se dico che per la mia generazione di juventini larsricken abbia rappresentato il corrispettivo del paolorossi per i brasiliani o del Magath per la generazione precedente: in sostanza, una sciagura. La massima delle calamità. E credo che il motivo, più di quanto non suggerisca la razionalità che vedrebbe meglio Riedle nella parte del boia, sia da rintracciare nella brutalità improvvisa e beffarda di quel pallonetto col quale ha messo la parola fine a sogni e speranze, forse tenui ma ancora vive.

Avrei potuto perdonarti Lars, se non fossero passati vent’anni da quell’unica volta che ho potuto gioire per quella Coppa. Perché mentre una sfilza di infortuni stava pian piano circoscrivendo la tua carriera a quell’unico istante di gloria – più qualche gol sporadico (una trentina) nei successivi dieci anni, una finale Uefa persa col Feyenoord nell’unica stagione degna di nota dopo quella notte, che ti valse anche la convocazione per il Mondiale ’02, visto dalla panchina però – sono stati Mijatovic e i Calypso-boys a completare la tua opera tutt’altro che nobile, sgretolando definitivamente qualsiasi barlume di restaurazione.

E poi sono arrivati l’inferno di Atene, il dramma di Manchester, il SuperDepor, la straordinaria opacità europea di Capello, fino alla neve di Istanbul, il gol di Suárez e quel disimpegno di Evra all’Allianz Arena, ancora troppo fresco. Da Monaco a Monaco, vent’anni di batoste e sconfitte, più o meno umilianti.

Hai dato il via ad una vera e propria maledizione e anche se adesso quella zazzera sbarazzina e l’orecchino irriverente hanno lasciato il posto ad una chioma da rassicurante e pacato quarantenne, anche se provi a mascherarti da pompiere e sei il responsabile di uno dei migliori settori giovanili d’Europa, resti comunque una testa di cazzo.

“Conosco tanti italiani tifosi della Juve in Germania e non ho mai avvertito rancore. Al contrario, ancora oggi si congratulano perché hanno capito che quel gol è una bella storia di sport.”

Si, proprio così, Lars. Proprio così…

Gianluca Lorenzoni – (Zonacesarini.net)

 

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