LA NUOVA LEGGE SULLA CACCIA, UNA QUESTIONE CHE RIGUARDA TUTTI, NON SOLO I CACCIATORI
Comincia con questo articolo la collaborazione con la nostra testata da parte di Juri Bettollini, ex sindaco di Chiusi dal 2016 al 2021 che commenterà fatti e argomenti locali, nazionali e internazionali, ovviamente dal suo punto di vista. Un punto di vista che può anche non coincidere con il nostro, ma riteniamo possa offrire contributi interessanti e spunti di riflessione utili a tutti. Benvenuto fra noi Juri.
Il Parlamento si avvia verso la conclusione dell’iter per la modifica della legge nazionale sulla caccia, una riforma attesa da molti anni dal mondo venatorio e da tutti coloro che vivono e lavorano nelle aree rurali.
La normativa attuale, la legge n. 157 del 1992, è nata in un contesto profondamente diverso da quello odierno. In oltre trent’anni sono cambiati gli equilibri ambientali, è aumentata in modo significativo la presenza di alcune specie selvatiche e sono cresciuti i problemi legati ai danni alle colture agricole, agli incidenti stradali e, in alcuni casi, alla sicurezza dei cittadini.
La proposta di riforma sostenuta dalla maggioranza di centrodestra nasce proprio dalla volontà di aggiornare una legge ormai datata, riconoscendo che la gestione della fauna selvatica rappresenta oggi una priorità per il nostro Paese. Una gestione che deve coinvolgere istituzioni, agricoltori, tecnici, enti pubblici e mondo venatorio.
Su questo tema il confronto politico è stato molto acceso. Da una parte vi è chi ritiene necessario dotare il Paese di strumenti più efficaci per affrontare una realtà profondamente cambiata; dall’altra, diverse forze politiche e movimenti dell’area del centrosinistra e dell’ambientalismo continuano a esprimere una forte contrarietà alla riforma e, in alcuni casi, sostengono apertamente il progressivo superamento dell’attività venatoria.
È un confronto legittimo, ma che merita la massima trasparenza. Perché la caccia non riguarda soltanto i cacciatori. Riguarda gli agricoltori che ogni anno subiscono ingenti danni alle proprie coltivazioni, riguarda i cittadini che percorrono quotidianamente strade sempre più interessate dalla presenza di fauna selvatica, riguarda le amministrazioni chiamate a garantire la sicurezza pubblica e riguarda anche un importante comparto economico fatto di imprese, artigiani, allevatori, produttori, armerie, cinofilia, turismo venatorio e migliaia di posti di lavoro.
Per questo ritengo che agricoltori, cacciatori e tutti gli operatori dell’indotto economico e non solo, abbiano il diritto di conoscere con chiarezza le diverse posizioni politiche su questa materia.
Ma quali sono, in sintesi, gli elementi più importanti della riforma?
Pur attendendo il testo definitivo approvato dal Parlamento, la direzione appare chiara e, personalmente, la considero un passo nella giusta direzione.
Tra gli aspetti più significativi vi sono una maggiore responsabilizzazione delle Regioni nella gestione della fauna, procedure più efficaci per il controllo delle specie in sovrannumero, una pianificazione faunistica più aderente alle reali esigenze dei territori ed in linea con le direttive europee ma soprattutto, il riconoscimento del ruolo che il mondo venatorio può svolgere nella gestione e nel monitoraggio della fauna selvatica.
Si tratta, a mio avviso, di modifiche ispirate al buon senso. Non si vuole mettere in discussione la tutela della fauna, che rimane un patrimonio di tutti, ma si riconosce finalmente che conservazione e gestione non sono concetti in contrapposizione. Al contrario, una gestione seria, programmata e scientificamente fondata rappresenta la migliore forma di tutela dell’ambiente e dell’equilibrio naturale.
Continuare ad affrontare problemi del 2026 con strumenti normativi concepiti nel 1992 significherebbe ignorare la realtà. Oggi servono responsabilità, competenza e la capacità di adattare le regole ai cambiamenti del territorio.
Questa convinzione non nasce soltanto dall’osservazione del dibattito parlamentare. Nasce soprattutto dalla mia esperienza amministrativa.
Durante il mandato da sindaco mi sono trovato, più volte, nella necessità di autorizzare interventi di controllo del cinghiale anche all’interno del perimetro urbano, quando la presenza degli animali rappresentava un concreto pericolo per la pubblica incolumità.
Sono state decisioni tutt’altro che semplici, assunte con piena consapevolezza delle responsabilità che comportavano. In quelle occasioni ho avuto modo di verificare direttamente la professionalità, la preparazione e il senso civico dei cacciatori coinvolti, che hanno operato con grande serietà e nel rigoroso rispetto delle disposizioni impartite.
Al tempo stesso, ho potuto apprezzare il fondamentale lavoro svolto dalle Forze dell’Ordine a vario titolo coinvolte, che hanno garantito il coordinamento delle operazioni e la massima sicurezza per cittadini e operatori.
Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa molto semplice: quando istituzioni, amministrazioni, Forze dell’Ordine, agricoltori e cacciatori collaborano con responsabilità, è possibile affrontare anche le situazioni più delicate nel pieno rispetto della sicurezza e dell’interesse collettivo.
È questo il modello che dovremmo perseguire: non lo scontro ideologico, ma una gestione condivisa del territorio, nella quale ciascuno metta a disposizione competenze, esperienza e senso di responsabilità.
La caccia, oggi più che mai, non può essere considerata esclusivamente un’attività ricreativa. È uno degli strumenti attraverso cui si realizza una corretta gestione della fauna selvatica e, di conseguenza, del territorio.
La sfida che il Parlamento è chiamato ad affrontare non riguarda soltanto il futuro del mondo venatorio. Riguarda il modello di Paese che vogliamo costruire: un Paese capace di affrontare i problemi con pragmatismo, competenza e responsabilità, oppure un Paese che preferisce continuare a negarli!
Come amministratore ho imparato che le decisioni più difficili sono spesso anche quelle più impopolari. Ma chi ha il compito di governare un territorio non può fermarsi alle contrapposizioni ideologiche: deve assumersi la responsabilità di scegliere ciò che è utile alla collettività, mettendo al primo posto la sicurezza dei cittadini, la tutela dell’agricoltura e la salvaguardia del territorio.
Le ideologie possono dividere. La realtà del territorio, invece, chiede ogni giorno risposte concrete. Ed è proprio dalla capacità di dare quelle risposte che si misura la buona politica.
È con questo spirito che guardo alla riforma della legge sulla caccia: non come a una vittoria di una parte sull’altra, ma come all’occasione per costruire un modello di gestione della fauna più moderno, più responsabile e più vicino alle esigenze reali delle nostre comunità.
Juri Bettollini









La notizia di una collaborazione di Juri Bettollini con Primapagina è una buona notizia. Sulla caccia in quanto non cacciatore ho poco da dire se non che il patrimonio faunistico è già di molto stressato da antropizzazione industrializzazione inquinamento per cui auspico che “una corretta gestione” significhi anche salvaguardia delle specie soprartutto quelle a richio e mantenimento di un certo equilibrio. Sul come mi potrei anche addirittura fidare di Juri
L’articolo riporta concetti generici sulla tutela del territorio e sugli equilibri necessari, sul come raggiungerli e quali siano i punti salienti della riforma della legge non si fa cenno, sarebbe interessante confrontarsi su quelli, perché sui concetti generali non possiamo non essere tutti daccordo se si parla di tutela del territorio ma le differenze emergono appunto sulle modalità.
X Luca Scaramelli.Nelle modalità risiede anche il ”contenuto ideologico” di come si debba intendere la protezione del territorio e delle specie,ma spesso questo discorso viene evitato perchè si commette l’errore di accantonare da una parte il fatto ideologico e valutare solo più prettamente quello immediatamente pragmatico che porta all’interventismo sul campo,che poi risulta essere sempre quello più presente e determinante,che in genere -guarda caso- evita a priori il discorso dell’antropizzazione perchè lo dà per processo scontato ed inevitabile, e quindi il tutto (parlo dell’intervento materiale sul territorio e cioè in questo caso della battuta ) il tutto si svolge ”con le dovute precauzioni” -e ci mancherebbe altro che non ci fossero- E cosa è questa se non ”ideologia” dalla quale oggi si rifugge separando le questioni per poi accettare la prassi che porta alla produzione degli atti concreti e cioè alla battuta ? Alla fine del discorso la domanda che sorge è : perchè si considera la prassi materiale indipendente da quella ”ideologica” che porterebbe e riconoscere che siamo noi umani gli invasori degli spazi dove vivono gli animali e si risolve la questione limitando la proliferazione con le uccisioni invece di una giusta,intelligente ed equilibrata programmazione della gestione della fauna selvatica ? dico questo per mettere l’accento sul mondo dove viviamo e dove ”non si ha tempo” per comprendere l’aspetto ed il contenuto ideologico dei problemi, ed è per questo che anche in futuro credo che ci troveremo a dover combattere guerre semprepiù numerose verso le specie che ci circondano, eliminandole e costringendole in spazi semprepiù angusti per la nostra sete di profitto che distrugge-questo sì- la natura intorno a noi e ci fa sostenere come inevitabili e necessari gli interventi umani.Chi pensa e dice di combattere e di opporsi alla conquista della terra da parte dello sviluppo che è solo quello capitalistico,forse degli elementi di rflessione dovrebbe applicarli e non dedicarsi anche nella politica a regolatore di tale sviluppo che a parole sembra sempre prendere le parti e contemplare una utilità sociale alla quale purtroppo oggi corrispondono solo strumenti e mezzi usati per affermare la progressività dell’eliminazione della natura. Ma se la natura muore- etremizzando il concetto- muoiono anche gli uomini.Ecco perchè non ci si può fermare solo a produrre gli atti pragmatici ed andare contro la componente umana dell’ideologia e separarla da questi perchè alla fine tutto questo porta a soluzionie sbagliate che nulla hanno a che vedere col mantenimeno delle specie e con la loro protezione.Ed anche questo lo stiamo osservando con il debordare delle esigenze degli stessi animali costretti a mutare repentinamente i loro comportamenti nei confronti di ciò che hanno intorno.E cosa è questa se non la mancanza di ideologia che si riconverte in mancanza di idee da parte degli uomini e di dare la loro prevalenza a ragioni semprepiù pragmatiche che si illudono di poter mettere nelle limitazioni di vita verso gli animali che affermano invece la piccolezza programatica della nostra invasività ?