CITTA’ DELLA PIEVE: DARIO LEONE E QUEL PUPAZZO COI PIEDI BRUCIATI SIMBOLO DELLA LOTTA ALLA MAFIA

venerdì 24th, marzo 2023 / 11:33
CITTA’ DELLA PIEVE: DARIO LEONE E QUEL PUPAZZO COI PIEDI BRUCIATI SIMBOLO DELLA LOTTA ALLA MAFIA
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AL TEATRO DEGLI AVVALORANTI UN BEL MONOLOGO SULLA VITA E LA MORTE DI GIOVANNI FALCONE

CITTA’ DELLA PIEVE – Bum è un pupazzo, un “orangotango” di peluche ed ha i piedi bruciati. Non se li bruciò però come Pinocchio cercando di scaldarseli nella stufa, ma perché qualcuno fece saltare in aria il negozio in cui era in vendita. A Palermo, quando i negozi saltavano e bruciavano facilmente. E non solo i negozi, anche i magistrati, i questori, i generali, i deputati, e pure i carabinieri e poliziotti che ai magistrati, ai questori, ai deputati facevano da scorta o da autisti, saltavano facilmente.

“Bum ha i piedi bruciati” è lo spettacolo che l’attore Dario Leone sta portando in giro per l’Italia da sette anni e che ieri sera è andato in scena al Teatro degli Avvaloranti di Città della Pieve.

E’ un monologo di due ore filate, intervallate solo da diapositive, brevi filmati e qualche stacchetto musicale. E’ la storia di un ragazzino che giocava a pallone e a “pingo pongo” nel quartiere Kalsa, il più arabo di Palermo, e amava visceralmente il suo mare, la spiaggia di Mondello e dopo aver provato a fare l’ingegnere navale si iscrive alla facoltà di legge e diventa magistrato. Un magistrato agguerrito, convinto che “non esistono uomini invincibili” e che quindi anche i mafiosi non lo sono e si possono battere. Si chiama Giovanni. Uno degli amici con cui giocava a pallone alla Kalsa, da ragazzo, si chiama Paolo ed è magistrato pure lui.

Lo spettacolo è un one man show, ma non annoia. Dario Leone con ritmo incalzante e un linguaggio chiaro, asciutto, con un accento siciliano che rende il tutto più reale, perché di Sicilia si parla, è una lezione appassionata sulla vita, le opere e la morte di Giovanni Falcone e anche una lezione su cosa sia la “lotta alla mafia”. Diciamo la lotta alla mafia spiegata al popolo, anche ai più giovani e non a caso “Bum ha i piedi bruciati” questa mattina Dario Leone lo ha riproposto anche agli studenti pievesi, che proprio tre giorni fa il 21 marzo hanno ricordato le vittime delle mafie, nella Giornata dedicata alla loro memoria.

Il monologo di Leone ricorda uno dopo l’altro gli episodi, le speranze, le delusioni, le difficoltà della vita blindata e sotto scorta di Falcone. Ricorda uno dopo l’altro gli omicidi del deputato Pci Pio La Torre, poi del generale Dalla Chiesa e di sua moglie lasciati senza scorta, del giudice Rocco Chinnici, del giudice Terranova, di Ninni Cassarà… Ricorda quello che fu il “metodo Falcone” per incastrare i mafiosi, quello di seguire la traccia dei soldi con cui i boss di Cosa Nostra pagavano i loro investimenti e le mazzette, ricorda la spedizione negli Usa, alla Fbi, e l’intuizione di servirsi di Buscetta, il primo pentito di mafia convinto a collaborare con la giustizia per potersi vendicare di chi gli aveva sterminato la famiglia…

Un viaggio lungo in cui Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e tutti gli altri del Pool Antimafia sono stati spesso lasciati soli, non di rado con i bastoni della politica e dello Stato tra le ruote. Un viaggio che passa per i successi e gli insuccessi di Falcone, per gli attentati sventati, per i matrimoni complicati da quella vita da animale braccato, dal dolore per la morte di amici e colleghi, con la consapevolezza che prima o poi toccherà anche a lui…

E infatti il viaggio finisce sull’autostrada tra l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo, allo svincolo di Capaci. Finisce con l’auto di Falcone e quelle della scorta che saltano in aria, per lo scoppio di 500 kg di tritolo piazzati in un cunicolo sotto la carreggiata. Due mesi dopo toccherà anche a Paolo Borsellino, con una autobomba piazzata in via D’Amelio, un attentato simile a quello che uccise Rocco Chinnici.

Il viaggio e la storia di Falcone finiscono in quello scoppio. Lo spettacolo no, va avanti per un po’, c’è tempo per un’altra bomba, quella che fa bruciare il negozio di giocattoli e i piedi di Bum, l’orangotango di peluche. Una bomba, questa, piazzata per punire un rifiuto, il rifiuto del giovane negoziante di continuare a pagare il pizzo, come aveva fatto per anni e prima di lui avevano fatto suo padre, suo nonno, il padre di suo nonno, perché il pizzo era considerato una cosa normale, come la bolletta della luce. No, non è normale e la mafia si può battere, questo l’insegnamento di Giovanni Falcone che ha perso la vita, come Borsellino e tanti altri, ma ha anche dimostrato che la mafia si può combattere e si può mettere alla sbarra come successe con il maxiprocesso…

Nel suo monologo Dario Leone, spiegando le modalità dell’attentato di Capaci, ricorda come poco prima che passassero le auto di Falcone e della scorta, proprio lì sopra quel cunicolo in cui i mafiosi avevano piazzato 5 quintali di tritolo, si fermò un’auto dei carabinieri, coi militi che diedero un’occhiata ma non si accorsero di niente…

Sembra la storia del sequestro Moro con gli agenti e gli investigatori che arrivano a pochi metri dall’appartamento in cui le Br tengono prigioniero il presidente della Dc, ma non lo individuano e se ne vanno.

Qualcuno in questi 30 anni dal 1992, ha paragonato gli omicidi di Falcone e Borsellino per la lotta alla mafia, all’uccisione di Moro e di Guido Rossa del ’78-79 per la lotta al terrorismo. In tutti i casi l’epilogo è stato tragico, ma da quei fatti in poi è cambiata la percezione del terrorismo rosso da un lato e della mafia dall’altro. E’ finito, con quegli omicidi, ogni “alibi”, è caduta ogni parvenza di legittimità del terrorismo e della mafia, da allora ne è emersa solo la ferocia, la barbarie, la faccia vigliacca.

Tornando allo spettacolo di Dario Leone, gli applausi del teatro di Città della Pieve se li è meritati tutti. La cultura della legalità, la cultura “antimafia” si costruisce anche così.

m.l.

 

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