I 50 ANNI DI “THE DARK SIDE OF THE MOON”, QUANDO SCOPRIMMO LA FACCIA SCURA DELLA LUNA E MOLTO ALTRO

mercoledì 01st, marzo 2023 / 11:50
I 50 ANNI DI “THE DARK SIDE OF THE MOON”, QUANDO SCOPRIMMO LA FACCIA SCURA DELLA LUNA E MOLTO ALTRO
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Oggi compie mezzo secolo “The dark side of the moon” dei Pink Floyd, uno dei dischi più belli, venduti e iconici della storia del rock. Difficile aggiungere qualcosa di originale, che non sia già stato detto, su questo capolavoro capace di continuare ad ammaliare, abbagliare e stupire anche a distanza di 50 anni. Mi limito solo a un ricordo personale: ero poco più di un bambino quando, su suggerimento degli amici di mia sorella e affascinato dalla copertina intrigante, misi la puntina del mio giradischi su questo vinile. Fu subito magia, e il mio approccio alla musica cambiò improvvisamente. See you on the dark side of the moon”. Così scrive Davide Grassi, scrittore, giornalista blogger milanese, collaboratore de Il Fatto Quotidiano, autore di libri sul calcio, sulla musica e altro sulla sua pagina facebook.

E’ vero: The dark side of the moon, quando uscì, 50 anni fa, cambiò se non proprio la vita, quantomeno la prospettiva e la percezione stessa della musica a quella generazione che se lo trovò improvvisamente tra le mani e sul piatto dei giradischi.

Me lo ricordo bene, quel momento anche io, che nel ’73 avevo 17 anni e frequentavo il Liceo Scientifico a Montepulciano. Non era il 1 di marzo, perché a Montepulciano il disco dei Pink Floyd sarà arrivato senz’altro un po’ più tardi. Ma era un giorno di pioggia, come oggi. Il mio compagno di banco, che era il rampollo di una famiglia di nobili ascendenze, proprietaria di una delle più antiche e prestigiose cantine del Vino Nobile, disse a me e a un altro paio di amici di fermarci a studiare da lui, nel pomeriggio, che doveva farci vedere (disse così, vedere, forse non voleva scoprire le carte) una cosa. La cosa era, per l’appunto The Dark side of the moon. Ci mostrò il disco come fosse una reliquia, un pezzo raro e prezioso dell’argenteria di famiglia, in una stanza che lui chiamava “studiolo” e che era più grande della mia sala da pranzo, quella buona, d’altra parte lui abitava in un palazzo storico probabilmente nobiliare, con gli affreschi sui soffitti, io nelle case popolari della Fornace a Chiusi Scalo… Però facevamo il liceo insieme e la cosa, ogni volta che mi ci cadeva il pensiero, mi tornava in mente la canzone di Pietrangeli che noi ragazzi proletari cantavamo nelle manifestazioni: “sapesse Contessa oggi l’operaio vuole il figlio dottore… non c’è più morale Contessa…“.

Il mio compagno di banco era destrorso di idee, diciamo pure fascistello. I Pink Floyd no, tutt’altro. Ma evidentemente piacevano anche a lui. Forse perché hanno sempre cantato in inglese e noi anche ai tempi del liceo, mica li capivamo i testi in inglese… Solo se la prof, che era di sinistra, del Pdup, ce li faceva tradurre come esercitazione, allora forse qualcosa riuscivamo a cogliere, ma anche lei era rimasta ai Beatles e ai Rolling Stones, magari i Creedence o Bob Dylan… tanta roba, per carità, ma i Pink Floyd, soprattutto con quel disco fecero un salto in avanti che ci lasciò quasi tramortiti.

Non è che fossero sconosciuti, avevano già fatto e noi avevamo già ascoltato Ummagumma, Atom Earth Mother e altri 5 o 6 album… The Dark side era diverso, ci fece scoprire davvero non solo la faccia scura della luna, ma anche un’altra dimensione della musica rock.

Lo ascoltammo in quello studiolo pieno di libri e soprattutto di dischi, seduti su un tappeto damascato sicuramente prezioso anche quello, con la schiena appoggiata ad una poltrona su cui non avevamo avuto il coraggio di sedere, in religioso silenzio. Una sorta di messa laica officiata da quei 4: Roger Waters al basso, David Gilmour alla chitarra, Ricky Wright alle tastiere e Nick Mason alla batteria, più altri “turnisti” eccezionali (rileggo adesso sulla copertina che si trattava del sassofonista Dick Parry, della vocalist Clare Torry, e di un mago degli effetti sonori come Alan Parson. Poi quei rumori di fondo che punteggiano tutto l’album: i battiti cardiaci, il tic tac dell’orologio, il cassetto del registratore di cassa, le monete che cadono, le urla ce sembrano amplessi amorosi, le risate, tutta roba mai ascoltata in un disco)…

Qualcosa del genere c’era nella colonna sonora del film Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, uscito un paio di anni prima,  ma quel disco con la copertina nera che a suo modo ci sembrò una lezione di fisica ci rimase subito impresso come un tatuaggio sulla pelle. Già, la copertina: “un prisma colpito da un raggio di luce bianca che si scompone, grazie al fenomeno della dispersione ottica nello spettro visibile della radiazione elettromagnetica”, dice Wikipedia. Se in classe l’avessimo saputo spiegare con questa precisione avremmo preso 8 a fisica, cosa mai avvenuta, almeno nel mio caso. Non ero un somaro matricolato, ma neanche un genio soprattutto nelle materie scientifiche che mi rimanevano ostiche assai.

Non capivamo se era rock, magari progressive rock o qualcos’altro che aveva ache fare con la musica sinfonica. C’era già stato Concerto Grosso dei New Trolls nel ’71, che aveva sdoganato le sonorità orchestrali in un brano rock; c’erano gli Area e i Perigeo che fondevano il progressive rock con il free jazz, c’erano i King Crimson ed Emerson Lake & Palmer che rifecero in chiave rock Pictures at an exhibition di Musorgskij; nell’estate del ’73 sarebbe nata Umbria Jazz… Nel ’73 erano già 4 anni che Neil Armostrong e Buzz Aldrin avevano passeggiato sulla luna, con Michel Collins che li aspettava a bordo dell’Apolo 11… quindi anche la luna non era più un mistero.  Ma i Pink Floyd ci fecero scoprire la faccia che di solito non si vede, che sta dall’altra parte rispetto al sole. E una musica nuova, somma di tante cose, eseguita al massimo livello possibile. Per di più con testi addirittura filosofici. 

The dark side è un concept album “che propone una musica concettuale ed eterodossa alla quale si affiancano testi dal profondo contenuto filosofico e di riflessione sulla condizione umana”. I vari brani parlano della nascita e dell’infanzia, dell’invecchiamento e di quanto passi in fretta la giovinezza, della morte, ma anche dell’avidità del consumismo, del conflitto tra torto e ragione con una critica profonda a chi pensa di stare sempre con la ragione e mai col torto (e qui i Floyd sono d’accordo con Guccini); delle malattie mentali, come quella che ha colpito e ha fatto allontanare proprio uno di loro, Sid Barrett, e infine anche del libero arbitrio e della casualità degli eventi.  Il disco è opera collettiva alla quale tutti e 4 i componenti della band parteciparono anche alla fase di composizione, non solo nell’esecuzione magistrale.

Qualcuno ha definito The Dark Side il disco del secolo. Forse lo è. Di sicuro ha venduto 50 milioni di copie. E’ l’album di maggior successo dei Pink Floyd. Rimase in classifica negli States dal 1973 al 1988 per 741 settimane. E’ uno dei dischi più venduti della storia.

Dopo averlo ascoltato nello “studiolo” del mio compagno di banco, non ebbi il coraggio di chiedergli di prestarmelo, per riascoltarlo con calma, lui aveva uno stereo che sembrava una stazione della Nasa, io un “giradischi” che probabilmente lo avrebbe graffiato e rovinato. Però poco dopo me lo comprai e comprai anche uno stereo, usato, non come il suo, ma comunque migliore del giradischi…  Negli anni ’70 anche i proletari uno straccio di stereo lo dovevano avere… Quel disco lo ascoltavo a palla. Massimo volume consentito in condominio. Perché The dark side non si può ascoltare come sottofondo, mentre si fa qualcos’altro. E’ a suo modo una messa e alla messa chi crede non ci va con la testa altrove. The Dark side è una magia, roba psichedelica, che ti porta lontano ancora oggi, che ha compiuto 50 anni… Il problema, se mai è che quelli come me che avevano 17 anni nel ’73, oggi ne hanno 67… 

Marco Lorenzoni

Nella foto (La Ragione): la copertina di The Dark side of the moon e i Pink Floyd Wright, Waters, Mason, Gilmour.

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