A VOLTE ANCHE LA NEVE FA RUMORE. E QUANDO LA GENTE TORNA IN PIAZZA PER ASCOLTARE, PARLARE E RIFLETTERE E’ SEMPRE UNA BELLA COSA

A VOLTE ANCHE LA NEVE FA RUMORE. E QUANDO LA GENTE TORNA IN PIAZZA PER ASCOLTARE, PARLARE E RIFLETTERE E’ SEMPRE UNA BELLA COSA
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CHIUSI SCALO – Ci si poteva scommettere, quando ci sono buone iniziative Chiusi risponde.
Ieri sera piazza Garibaldi è tornata ad essere agorà con il secondo appuntamento de La piazza delle parole, l’iniziativa che coinvolge alcuni dei partner del Patto per la lettura 2022-2025: Primapagina e Libreria Libri Parlanti di Castiglion del Lago, con il patrocinio del Comune della Città di Chiusi. Un successo, questo delle due serate nella Piazza delle parole, che rimette in carreggiata anche Chiusi Scalo, che evidentemente ha voglia di uscire dal torpore del dormitorio.

Protagonista della serata la scrittrice perugina Lorella Marini con il suo ultimo romanzo Come la neve non fa rumore (Edizioni della Goccia), un giallo, ma non solo, che cattura il lettore sin dalle prime righe e lo trascina in un excursus all’interno di generi letterari diversi.
Cronaca nera, sociologia, psicologia, narrativa introspettiva sono solo alcuni degli ingredienti che condiscono il romanzo ambientato tra Bologna e Perugia; al centro della vicenda c’è la morte di una ragazza di diciassette anni in gita scolastica caduta dal terzo piano della Borsa di Bologna e attraverso le indagini della commissaria italo-danese Barbara Larsen ci si addentra in un universo giovanile malsano e pericoloso.
Bullismo, video, sesso, droghe moderne, mode perverse si nascondono dietro facce angeliche e perbenismo di facciata. Gli adulti di fronte a questo sconosciuto male di vivere restano attoniti e inermi, incapaci di ritrovare un senso al perpetuo scorrere della vita.
“Il dolore, come la neve, non fa rumore” aveva scritto Alessia in un biglietto prima di morire, prendendo a prestito un verso di canzone di Battisti, ed è proprio questa assenza di voce che rende critica la dimensione della sofferenza.
Il dolore muto e indifferente agli occhi altrui risuona come una condanna capitale per chi lo vive, un sentimento estremo dal quale sembra impossibile redimersi.
Gli altri, se predisposti ad accogliere piuttosto che ad amplificare negativamente questa condizione, hanno una funzione essenziale per la sua emancipazione.
I volti giovanili che aleggiano nella vicenda sembrano avatar senz’anima capaci soltanto di giudicare e schernire piuttosto che di vedere e capire.
Federico, Martina, Sofia, tutti amici di Alessia, apparentemente perfetti, acuti, dalle intelligenze brillanti, ma completamente persi in un edonismo senza fine, vestiti col “ghigno del so’ ganzo”, perché nati dalla parte giusta del mondo, sono totalmente incapaci di ascoltare e accogliere sia la diversità che il disagio altrui.
Ma quanto è difficile percepire la sofferenza degli altri? Afferrarla anche solo per un istante per trasformarla in speranza?
Per quanto tempo ancora ci accompagnerà il sacro lavaggio delle mani che ci accomuna tutti da nord a sud facendoci sentire la coscienza pulita ogni volta che non abbiamo prestato aiuto e questo poteva fare la differenza?
Questo lo sfogo pieno di interrogativi sospesi che il prof Diana fa alla commissaria Barbara Larsen dopo la morte di Alessia.
Se cominciassimo ad aprire gli occhi e, per colmare il vuoto e la pochezza che ci sovrastano, iniziassimo tutti ad accogliere la sofferenza, la diversità, la dissonanza, (senza se e senza ma), come percorso obbligato per guadagnare una forma e uno spessore che ci caratterizzi come esseri umani autentici, non rischieremmo di incappare in tentativi assolutamente fallimentari e dal finale tragico come l’odio, l’ umiliazione degli altri, il sesso esasperato dai sociale, le canne e il bullismo.
Soltanto partendo da ciò che ci è più scomodo, facendo un percorso che ahimè è assolutamente in salita, potremmo arrivare ad assaporare la vita in maniera genuina e diventare i reali promotori del nostro destino e della nostra gioia.
Tutto questo ieri sera era in piazza Garibaldi, a Chiusi Scalo.
Una serata perfetta, direi.
Gli adulti dialogavano e si interrogavano in maniera onesta con toni pacati e familiari, partendo da un romanzo, dalla parola scritta su carta. Da un libro.
Provavano a dare un senso ad un mondo sconclusionato che pare aver perso la rotta, sempre che ve ne sia rimasta una.
Tra i bambini c’era chi correva, chi gridava, chi mangiava il gelato, chi andava in bicicletta.
Ma forse, senza tanto cercare, la rotta esatta è proprio questa: una piazza, un libro, i bambini, la gente.
La vita semplice insomma, dove c’è spazio per tutti, ognuno ha il suo posto e la neve inizia ad avere una voce.

Prossimi appuntamenti nella Piazza delle parole, mercoledì 17 agosto con la scrittrice Francesca Andruzzi autrice del romanzo “Buoni e cattivi” e mercoledì 24 per la serata “Quando la storia ti passa sotto casa”, ovvero storie chiusine tratte dal libro Voce del verbo tradire e raccontate dall’autore Marco Lorenzoni. Un’occasione per conoscere meglio chi siamo e da dove veniamo…

Paola Margheriti

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