REFERENDUM: NIENTE QUORUM, DEBACLE DELLA POLITICA. LA LEZIONE ALLA SINISTRA CHE ARRIVA DALLA FRANCIA

lunedì 13th, giugno 2022 / 17:25
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REFERENDUM: NIENTE QUORUM, DEBACLE DELLA POLITICA. LA LEZIONE ALLA SINISTRA CHE ARRIVA DALLA FRANCIA
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La tornata referendaria sulla giustizia (e sulla magistratura) si è conclusa co un flop senza precedenti per chi ha proposto i 5 quesiti e il ricorso al voto popolare su una materia che spettava invece al parlamento dirimere. Partecipazione al voto al 20%, mai così bassa. E a poco è servito il trascinamento” dell’election day con le amministrative, per le quali ha votato il 55% degli aventi diritto, molti cittadini e cittadine hanno evidentemente ritirato la scheda per il Comune, ma non quelle per i referendum. E questo è successo a nord, al centro e al sud. Da queste colonne, per i referendum, noi avevamo dichiarato il nostro “NON VOTO” per scelta politica e non per indifferenza e stavolta abbiamo vinto. Hanno perso, invece, clamorosamente, i promotori, ovvero le Regioni amministrate dal centro destra che hanno, cioè i promotori effettivi, cui i partiti di8 centro destra ricorsero per evitare di presentare le firme necessarie. Ha perso la politica inetta, incapace di fare le riforme necessarie, che ha cercato la scappatoia del voto popolare. Ha perso Salvini e di brutto, ha perso la Meloni, ha perso Forza Italia che hanno messo il cane alla salita e poi non hanno fatto campagna elettorale. Ha perso Renzi che coi referendum evidentemente non ha proprio fortuna e sarebbe bene la smettesse e smettesse di fare politica come aveva promesso… Ha perso il Pd che non è stato in grado di esporsi né per il sì, né per il no né per il non voto consapevole per far saltare il quorum. Quando si dice una linea chiara e netta… Hanno perso i socialisti che erano per il Sì all’abrtogazione dele norme sottoposte a referendum,  quindi d’acordo coi promotori, solo per il rancore e un senso di rivincita (non del tutto ingiustificato, diciamolo ) nei confronti della magistratura che li massacrò e li spazzò via negli anni di Tangentopoli. Chi oggi accusa il popolo bue di non aver colto l’opportunità di esprimersi e di aver gettato al macero l’istituto fondamentale del referendum come strumento di democrazia partecipativa, dice una cazzata grossa grossa come una casa: nei referendum con il quorum le opzioni sono sempre tre: il sì, il no e il NON VOTO per far saltare il quorum. Nel caso specifico, essendo il referendum promosso in maniera furbesca da alcune forze politiche e non dal popolo, o da comitati e associazioni, la consultazione era una forzatura e un inganno, prima ancora di entrare nel merito dei quesiti, quindi quella del NON VOTO era non solo una dele tre opzioni, ma anche la più sicura ed efficace per farlo saltare e renderlo del tutto inutile. Fior di giuristi hanno scritto che nei referendum difficilmente il popolo si esprime per il sì o il no al quesito proposto, quanto piuttosto per far capire se sostiene o boccia chi lo propone… Nei casi in cui il quesito o i quesiti siano anche complicati in quanto materia da addetti ai lavori e non da semplici cittadini elettori e siano un modo escogitato da una parte politica per arrivare ad un risultato che nelle sedi normali e deputate non era riuscita ad ottenere, allora questa “teoria” trova ancora più sostanza. Dopo una botta del genere (il 20% dei votanti è davvero poca cosa) chi ha proposto e sostenuto i referendum, anche sottovoce, dovrebbe ammettere la debacle e togliersi una volta per tutte dai coglioni. Ci scusiamo per il francesismo. Ma ovviamente non succederà. In Italia le dimissioni sono uno sport poco praticato. Meno del Curling.  E’ vero che la classe politica è lo specchio del Paese che rappresenta, ma una volta tanto, la gente comune si è dimostrata più avanti della classe politica e non è caduta nella trappola. Il che non vuol dire che la gestione della giustizia e i poteri e della magistratura e i meccanismi che li regolano, non abbiano bisogno di riforme e correttivi. Solo che quella proposta coi 5 referendum di ieri non era la strada giusta. Stop.  A proposito di francesismi… Ieri si è votato anche in Francia per eleggere l’Assemblea Nazionale, primo turno.

La coalizione del presidente Macron ha ottenuto il 25,7% tallonata però dalla coalizione di sinistra guidata da Jean Luc Melenchon (26,6%)… In sostanza un pareggio tra centro sinistra e sinistra più radicale. Ma anche una battuta d’arresto per Macron e un bel risultato per Melenchon & C. Il messaggio che arriva dal paese d’oltralpe è che se la sinistra torna a fare la sinistra con messaggi e proposte chiare su lavoro, ambiente, sicurezza sociale, la gente risponde e non si rifugia nella destra populista. Come sarà il nuovo Parlamento francese e quale maggioranza potrà avere Macron lo vedremo dopo il ballottaggio tra due domeniche, ma già oggi in Francia si respira un’aria nuova…

Melenchon è stato spesso presentato dai suoi avversari come un antieuropeo, ammiratore del presidente russo Vladimir Putin e dell’ex capo di Stato venezuelano Hugo Chavez. Una sorta di populista di sinistra. Di sicuro, la France insoumis il partito di Mélenchon è critica nei confronti delle politiche economiche e finanziarie europee, in particolare l’austerity, ma non ha mai sposato l’idea nazionalisti di una uscita dall’Ue, come ha fatto invece, almeno fino a qualche anno fa, la destra di Le Pen. Inoltre, la coalizione Nupes ha al suo interno una forte componente socialista e i verdi, forze profondamente europeisti. Non va neanche dimenticate che alle recenti presidenziali, con la guerra già in corso in Ucraina,  Mélenchon ha fornito appoggio a Macron proprio contro Marine Le Pen.

Da noi siamo ancora in presenza di una quindicina di partiti (meglio dire partitini) comunisti o similari, a varie formazioni ecologiste con consensi da uno-virgola, un Psi anch’esso all’uno virgola che oscilla tra l’alleanza organica conn il Pd e suggestioni laico-libertarie, ma solo quando se ne ricorda, più varie liste e aggregazioni locali o regionali e non c’è verso di trovare un minimo di sintesi… Poi c’è il Pd che è nato ibrido e dopo 15 anni ancora non ha trovato un’identità. Certo è nato dalla fusione a freddo tra i cocci dei due vecchi e storici partiti nemici, il Pci e la Dc e già questo ha complicato non poco le cose. Adesso è alleato con quelli che negli ultimi 10 anni lo hanno sbeffeggiato e mandato a fare in culo (letteralmente, come slogan) un giorno sì e l’altro pure (il M5S). Della vecchia componente ex Pci-Pds-Ds c’è rimasto giusto l’odore, perché le sedi sono ancora le stesse; del pacifismo, del femminismo, dell’ambientalismo, ma anche della “progettualità”, del respiro lungo della sinistra degli anni ’70-80, anche per ciò che riguarda il governo dei territori si è persa ogni traccia.

Adesso il Pd nella migliore dele ipotesi appare come un partito di boy scout, di giovanotti tutti laureati, ma cresciuti nelle sacrestie, nei circoletti parrocchiali, nelle contrade delle feste paesane… Nessuno che abbia mai fatto uno sciopero, una manifestazione dura, magari con la polizia schierata di fronte… mai una battaglia contro qualcosa, di quelle che ti fanno sudare, bestemmiare, saltare il sonno, litigare con gli amici o rischiare anche qualcosa di peggio…

La lezione che viene dalla Francia, al di là di come andranno i ballottaggi e di ciò che otterrà Melenchon (potrebbe anche diventare primo ministro), ci dice, proprio nel giorno del naufragio della politica italiana sui referendum sulla giustizia che una sinistra nuova, ripensata, riformulata non solo può esistere, ma può anche dire la sua. Certo, in Italia siamo in un campo di macerie, ci vorrebbe la ruspa per sgombrare l’area e ricominciare.

m.l.

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