SULL’IRONIA NON SI SCHERZA

lunedì 26th, aprile 2021 / 17:55
SULL’IRONIA NON SI SCHERZA
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La madre ci teneva assai a leggere “Stai Zitta” di Michela Murgia. Quando lo trova per caso in edicola, lo fa suo, e stringendolo al petto con aria appagata già pregusta la lettura.

Il giorno dopo l’entusiasmo è in dissolvenza. La madre dice che ha cominciato a leggerlo ma poi l’ha abbandonato. Roba di cinquanta anni fa, già vista, letta, scritta dalle femministe di allora e di poi. Si aspettava una lettura più ironica, confessa.

Ah ma no, dico, la Michela nel suo femminismo è molto seria. Anzi, capita a fagiolo che una delle frasi che cita fra quelle per zittire sia proprio “fattela una risata”.

Ma mica solo Michela Murgia. È proprio che sulla roba seria non si ride. Ognuno ha il suo serio da difendere e diffondere.

Tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa, una versione sensata del mondo, un sogno che ci rinnovi la speranza, un’idea di universo felice. Una fede calcistica, per fare l’esempio del credo più incrollabile, oppure nel partito, il movimento, la religione, la scienza, il Sapere, il veganesimo, il buddismo, il whatever it takes.

Sulla nostra fede non siamo disposti a fare ironia, siamo l’isis del politically correct. È la nostra parte talebana che impone la supremazia della nostra verità su tutte le altre, sigillandone l’intoccabilità.  Tutto quello in cui crediamo, dalle scie chimiche alla sempiterna gravidanza della madre dei cretini, diventa dogma nella misura in cui assolutizza il pensiero, lo chiude in uno scrigno d’oro, sbarra l’accesso al pensiero critico.

Dal rimprovero bonario all’offesa vera e propria, l’ironia  ha diverse sfaccettature, ma quando ad essere sotto attacco è la nostra fede, ravvisiamo unicamente il rimprovero o l’insulto, e nell’invito alla risata la volontà di deridere e sminuire.

E infatti precipitare nell’oblio del divertissement, è esattamente quello che accade. Se da una parte l’analisi ironica raggiunge un pubblico più vasto ( ma è tutto da vedere) in virtù della modalità più leggera, dall’altro condanna il pensiero alla serie B, spogliandolo di considerazione e destinandolo ad una morte prematura.

Sarà per questo che la Michela, pur avendo il dono dell’ironia, ha scelto di non usarlo in questo suo libro femminista. O magari, chissà, non le è proprio passato per  la testa.

In fondo, la divagatrice seriale sono io

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