MA UNO SCONTO ME LO FA?

lunedì 29th, marzo 2021 / 15:46
MA UNO SCONTO ME LO FA?
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Da un anno a questa parte la mia casella di posta trabocca di offerte, sconti e promozioni. Buoni da €20 se ne spendo 50, festa del papà/mamma/donna/gattino/nonni 30% sugli occhiali, guadagni stellari con investimenti online o lavori da casa non meglio identificati, forniture di pasta a go go, confezioni gratuite di m&m (chissà perché proprio le m&m) come se piovesse.

A parte l’intasamento della casella postale, questo profluvio di offerte mi scoccia. Nella mia famiglia sconto è sempre stata una brutta parola, direttamente collegata alla sporcizia dei soldi di cui non si parlava mai, pena lo sguardo fulminante di mio padre. L’infamia dello sconto la decise una settantina di anni fa un mio zio acquisito del nord.

La storia andò così.

Mio padre, in visita dagli zii del nord, aveva bisogno della farmacia. Siccome il nord, nello specifico, era un paesino di un migliaio di abitanti dove si conoscevano tutti, il mio giovane e impudente padre chiese a mio zio se poteva fare il suo nome al farmacista in modo da avere uno sconto (ma piccolo). “Perché vuoi rubare i soldi ad un onesto lavoratore” rispose lo zio che era anche maestro di scuola in un’era in cui i maestri di scuola erano un’autorità.

E questo fu. Il mio giovane padre, folgorato dalla logica delle argomentazioni dello zio maestro, bandì per sempre la parola sconto dal lessico famigliare. Negli anni affinò questa sua avversione con lectio magistralis sulla intrinseca disonestà delle riduzioni di prezzo, incluse offerte e promozioni, contro cui si scagliava più furibondo del pelide Achille. Se un commerciante accettava di fare lo sconto  aveva imbrogliato sul prezzo dall’inizio. Ergo era un truffatore. Un ragionamento talmente logico e moralmente irreprensibile da appiccicarsi addosso come la vite, per la vita. Uno dei pochi dogmi che mai nessuno in famiglia ha ritenuto necessario mettere in discussione.

Tanto che ora che vivo in un piccolo centro dove tutti si conoscono e molti sono parenti mi sono sempre chiesta come fanno a sopravvivere i commercianti che devono fare lo sconto a tutti, ora perché amici, ora perché parenti.

Poi, un giorno, la sorella che studia Comunicazione decreta la nostra secolare idiozia. Chi vende qualcosa, annuncia sciorinando casistiche e studi scientifici, sia esso un servizio o un prodotto, si aspetta sempre la richiesta dello sconto. Sempre, sottolinea. Quindi va chiesto. Cretine noi che, anzi, ci siamo sempre (sottolineo sempre) scusate per non disporre delle somme richieste: non è lei con il suo prezzo, sono io meschina, che non dispongo. La sorella dice che basta, a partire da subito lei adotterà l’approccio scientifico e chiederà lo sconto a tutti su tutto. Dogma scaccia dogma.

Indubbiamente la rivelazione intacca l’assolutismo della teoria paterna che, peraltro, ho sposato con convinzione sin dagli albori, estendendola poi anche ad altre pratiche truffaldine rese socialmente accettabili dal mantra del così fan tutti. Però è una rivelazione che non mi convince, confonde una pratica socio-culturale con un valore di natura etica.  Resta il fatto di essere una lettura alternativa, mai esplorata prima, affascinate nella sua diversità.

Avevo accantonato l’argomento quando mi capita sott’occhio l’articolo della mia vicina giornalista sul senso della contrattazione. E per la seconda volta mi trovo di fronte ad un’interpretazione inedita, che mette nuovamente in discussione la teoria paterna. Anzi, la stravolge proprio.

La contrattazione, si legge nell’articolo, è un momento di confronto in cui si allenano l’abilità di persuasione e l’ars oratoria. Ma soprattutto significa ammettere che l’altro riesce ad impegnarci, a riempire una manciata di tempo della nostra giornata. Quale insopportabile menefreghismo pagare e andarsene senza neanche chiedere il prezzo!

Il fine ultimo della negoziazione, dunque, non è pagare di meno ma lo scambio di argomentazioni e destrezze. Una piccola schermaglia in cui vince chi ha le argomentazioni più convincenti e la dialettica più efficace . Affinale, chiedere lo sconto è un atto di rispetto con un epilogo addirittura  meritocratico. Chi l’avrebbe mai detto. Mio padre no di certo.

E sinceramente nemmeno io che non riesco a chiedere lo sconto nemmeno al mercato, dove la contrattazione è d’obbligo. Nemmeno ora che la teoria paterna vacilla sotto i colpi della ragion pura di altri assiomi. Che si piega ma, evidentemente, non si spezza

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