QUANDO L’11 NOVEMBRE, SAN MARTINO, ERA UN BRUTTO GIORNO

giovedì 12th, novembre 2020 / 16:09
QUANDO L’11 NOVEMBRE, SAN MARTINO, ERA UN BRUTTO GIORNO
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Ieri era l’11 novembre. Nel calendario San Martino. A Sarteano l’11 novembre, San Martino, si tiene una fiera tradizionale, che sempre nella tradizione popolare e un po’ boccaccesca si diceva fosse dedicata a chi tiene le corna…  E infatti i mariti partecipavano malvolentieri e trovavano sempre una scusa per non andarci… Se la moglie insisteva erano dolori. Con il tempo questa “diceria” si è un po’ attenuata…
Ma nella tradizione popolare il giorno di San Martino ha anche un’altra accezione. Tutt’altro che boccaccesca. Una accezione “dolorosa” legata al mondo contadino, anzi più precisamente al sistema della Mezzadria. Un sistema di conduzione delle campagne di origine medievale, ma in vigore, in tante parti d’Italia, compresa la Valdichiana senese e la vicina Umbria, fino agli anni 80 del secolo scorso. Che poi a guardar bene era solo 35-40 anni fa…
Chi ha visto alcune rappresentazioni del Teatro Povero di Monticchello, cominciate quando la mezzadria era ancora in vigore, nel 1967, e proseguite da allora ogni estate, compresa quella di quest’anno segnata dall’emergenza covid, sa di cosa parliamo. Ecco, nel sistema mezzadrile, il giorno di San Martino non era un bel giorno. Era spesso sinonimo di dramma. Di incertezza. Di umiliazione.
Il contratto colonico dei mezzadri si stipulava ai primi di Novembre e si rinnovava tacitamente di anno in anno in assenza di revoca da parte del padrone del podere o della rinuncia da parte del mezzadro.
L’11 Novembre, San Martino, era l’ultimo giorno valido per restare nel podere in caso di revoca del contratto, che poteva avvenire anche per futili motivi: per un disguido, per un sospetto, per una parola in più nei confronti del padrone o del fattore… Anche perché magari il mezzadro era associato ad una Lega sindacale  e reclamava i suoi diritti, oppure era iscritto al partito socialista o comunista ed era quindi considerato un sovversivo. Un elemento socialmente pericoloso.
Quando ciò succedeva, cioè quando arrivava la revoca da parte del proprietario del fondo,  il mezzadro e la sua famiglia, spesso molto numerosa, perché servivano braccia per lavorare,  erano costretti a lasciare la casa, a caricare le poche cose e i pochi attrezzi sul carro e andarsene…
Dove? In un altro podere se ne avevano trovato uno in cui potevano sperare di ricominciare, ma spesso chi veniva sfrattato dal podere si faceva una cattiva nomèa, poi non trovava facilmente, o doveva accontentarsi di terre meno fertili, isolate, di uno di quei poderi dove nessuno ci andava volentieri. In Valdorcia per esempio quelli nella parte più arida e cretosa dove non nasceva niente. In Chiana quelli più acquitrinosi dove era facile beccare pure la malaria…
Il trasloco forzato avveniva appunto l’11 novembre, ultimo giorno utile, per legge. Da qui il detto “fare San Martino” che era tutt’altro che una festa.
Per evitare la disdetta da parte del padrone, i contadini-mezzadri che conducevano un discreto podere erano costretti a tenere la testa bassa, ad accettare anche angherie e ingiustizie, per non essere costretti a fare, appunto, “san Martino”, un trasloco contro la propria volontà, imposto spesso con la forza e il sopruso che era anche per le donne, i vecchi e i bambini un momento doloroso di umiliazione e talvolta di impoverimento ulteriore, rispetto alla povertà atavica e strutturale della famiglia mezzadrile… Spesso, quando qualcuno doveva fare San Martino scattava la solidarietà dei mezzadri dei poderi vicini, che offrivano magari un carro per trasportare qualche suppellettile o qualche “balla” di farina o altre cose da mangiare: fagioli, ortaggi, un fiasco di vino…
Parlare di queste cose può apparire un amarcord su un’Italia lontanissima che sembrava bucolica e invece era feroce. E’ vero è roba del secolo scorso e dei secoli precedenti. Ma, come dicevamo all’inizio, si tratta di cose che erano all’ordine del giorno e succedevano nelle nostre campagne fino agli anni ’70 e ’80, quando nelle città scendevano in piazza le tute blu, le Br ammazzavano Moro, ma anche magistrati, giornalisti, professori e sindacalisti, i fascisti mettevano le bombe nelle piazze e sui treni, quando i Beatles avevano già smesso di cantare e la Locomotiva di Guccini era già vecchia di qualche anno…  Molti di noi, che oggi scriviamo su queste colonne on line, erano già al pezzo.  Ciò che ha fatto per esempio il Teatro Povero di Monticchiello, per più di 50 anni, per non disperdere la memoria di quel mondo, è opera assolutamente meritoria. Fa bene, è salutare, ricordarci che San Martino non è solo un santo sul calendario o una rapida estate fuori stagione.
m.l. 
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