UN LIBRO, UNA DOMANDA: COME SI FA A VIVERE CON LA MINACCIA DEL VESUVIO UNIVERSALE?

martedì 02nd, ottobre 2018 / 14:10
UN LIBRO, UNA DOMANDA: COME SI FA A VIVERE CON LA MINACCIA DEL VESUVIO UNIVERSALE?
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Domenica scorsa, nell’elegante orto vescovile di Chiusi città, Maria Pace Ottieri ha presentato il suo ultimo libro dal bellissimo titolo: Il Vesuvio Universale, edito da Einaudi. Che una scrittrice del Nord si cimenti nella narrazione del Sud, ma più ancora del Sud campano, va detto, è un atto di notevole coraggio.

Solo gli scrittori napoletani possono scrivere di Napoli” afferma infatti l’autrice. E mai verità fu più sacrosanta. Da napoletana so bene che i napoletani non perdonano. È lo stesso principio che regola il parlare male della famiglia. Se siamo noi (della famiglia) a criticare, siamo nel pieno diritto delle nostre facoltà,  ma se si permette qualcun altro -e con gli stessi argomenti-, peste lo colga.

Con i napoletani funziona così. Secoli di ingiustizie politiche e sociali unite al cancro, granitico e inestirpabile, della malavita organizzata, hanno lasciato il segno. All’erta stanno i napoletani, pronti a mettere alla gogna chiunque osi raccontare o rappresentare la città e i sui contorni. Sarà disgraziato chi enfatizza la pizza, il mandolino e la tarantella -ommadonnasanta ancora con questo vecchiume folkloristico-; chi ne descrive la parte buia della camorra- per carità, sempre a gettare fango -; chi ne elogia la vitalità e la bellezza – e della criminalità, dell’immondizia…ne vogliamo parlare?- ; chi li mette tutti insieme – ossignore, sempre gli stessi stereotipi-. Insomma, come scrivi sbagli, ma con un pizzico (giusto un pizzico) di clemenza verso i nativi che scrivono “dal di dentro”, da quei mille colori che Pino Daniele ha elevato a poesia.

Emblema della contraddizione, in bilico perpetuo tra vita e morte, bellezza e dannazione, ferocia e umanità, leggerezza e dramma, incoscienza e saggezza, ironia e cinismo, Napoli è tutto e il contrario di tutto. Partire dalla prospettiva della contraddizione come essenza naturale, modus vivendi, ingrediente imprescindibile, è forse l’unico approccio possibile per capire il mondo napoletano. Napoli-Napoli e dintorni.

Consapevole del rischio, e nonostante il suo legame con il Sud campano – negli anni ’50 Maria Pace bambina vive un periodo della sua vita a Pozzuoli, dove suo padre, lo scrittore Ottiero Ottieri, scrive “Donnarumma all’assalto, un coinvolgente spaccato di vita di quegli anni, non a caso uno dei suoi libri più celebri- la Ottieri ha cautamente optato per la narrazione di una zona più esterna al napoletano: i paesi del Vesuviano. Spinta in parte forse dalla nostalgia degli anni puteolani, in parte dal desiderio di capire la più enigmatica delle contraddizioni: vivere ai piedi del vulcano più pericoloso (e monitorato) del mondo e non sentirlo come tale. ” Sarebbe fuorviante e frustrante cercare spiegazioni solo nell’ostinazione pervicace e incosciente”, scrive la stessa autrice, sapendo di dover entrare negli antri più profondi dell’antinomia vita-morte per capire il senso della vita del popolo dei Vesuviani.

Nel viaggio che la porta da Somma Vesuviana a Pompei, da Torre Annunziata ad Ercolano, la Ottieri tocca con mano la prevalenza della vita sul presagio di morte. Per chi abita quelle terre particolarmente fertili, il Vesuvio è il gigante buono, portatore di vita, resa (ancora una volta) più precaria dall’orrore della terra dei fuochi, ma pur sempre vita. Come potrebbe tradirli?

Nel corso della presentazione, l’autrice pone l’accento sulla memoria storica. Nel 79.d.C. Ercolano e Pompei furono distrutte dall’eruzione del Vesuvio. L’ultima esplosione è avvenuta nel 1944. Citando Pasolini, nel tentativo di trovare un senso logico,la Ottieri parla di assenza di memoria come spiegazione plausibile alla negazione di un’evidenza: il Vesuvio potrebbe esplodere di nuovo, e qualora accadesse, sarebbe un Vesuvio Universale, senza possibilità di scampo.

Tutto vero, ma mi permetto di osservare che lo snodo, più che nell’assenza di memoria storica, va cercato nell’assenza di fede in un futuro programmabile perchè è proprio la Storia ad aver insegnato che la fregatura è sempre dietro l’angolo e che ogni promessa è tutto tranne che debito. È uno stereotipo parlare del napoletano che vive alla giornata ma ogni stereotipo nasconde una dose di verità. La lotta quotidiana per la sopravvivenza, l’affrancamento dall’oppressione, la conquista della credibilità, il rispetto dei diritti più basilari, non lasciano spazio al pensiero di un futuro che “potrebbe” essere ma anche no. I Vesuviani, oggi più che mai, oltre alla battaglia contro la criminalità, sono impegnati a rimuovere il fango che il dramma dei Fuochi ha gettato indiscriminatamente su tutte le terre campane, per loro fonte di vita e di sostentamento.

L’autrice stessa parla di come gli agronomi della zona l’abbiano pregata di scrivere “la verità”, che non tutte le terre sono perdute, che soltanto una parte è avvelenata. Di come loro in quella parte non ci rientrino. E di come le abbiano fatto leggere documenti su documenti, referti, analisi e  certificazioni sull’estraneità delle loro terre. E di come lei stessa si sia sentita dilaniata dalla responsabilità di mettere su carta qualcosa di cui non era convinta.

Ed è sempre l’autrice che parla di Ercolano come il paese che più le è rimasto nel cuore, per la contraddizione evidente, palpabile, respirabile, tra l’unicità dell’immenso tesoro archeologico  e la fatiscenza di un centro urbano che lotta faticosamente contro la camorra, spada di Damocle, quella sì, senza scampo. Hic et nunc.

Ecco. Nell’estenuante battaglia per la sopravvivenza, quanto spazio può esserci per fermarsi a pensare ad un destino possibile ma comunque non determinabile? Per quanto sia vero che il Vesuvio sia il vulcano più monitorato al mondo, nessun vulcanologo sarebbe in grado di stabilire con esattezza e preavviso quando e come avverrebbe un’eventuale esplosione.

La Ottieri ha più volte intervistato gli esperti notando che se la parte politica e relativa alla sicurezza ostenta una certa sicumera nell’affermare che il piano di evacuazione è pronto e perfetto, la parte tecnica esprime seri dubbi sulla fattibilità. A dare il via all’evacuazione, qualora ci fosse l’allarme, dovrebbe essere il Primo Ministro della Repubblica. Al suo “ora!”, i settecentomila abitanti del Vesuviano (centomila in meno di tutta la regione Umbria) dovrebbero lasciare le loro case e andare…dove? E come? In macchina, spiega la Ottieri, data la conformazione circolare della strada, si formerebbe un ingorgo apocalittico.

Duole dirlo, ma condivido i dubbi della scrittrice. E come me, temo, chiunque abbia un minimo di buon senso. Qualche tempo fa chiesi ad un vulcanologo cosa succederebbe nel caso fossero in grado di prevedere un’eruzione del Vesuvio. Potremmo fare ben poco, mi disse, la realizzabilità di un’evacuazione è pura follia.

Qualcuno ha detto che di fronte ad un problema, se c’è soluzione a che serve angosciarsi. E se la soluzione non c’è, a che serve angosciarsi.  Contro ogni logica scientifica, nella sua fatalistica e deresponsabilizzante semplicità, chissà che non sia proprio questa l’unica filosofia che permette di vivere con la minaccia del Vesuvio Universale

Elda Cannarsa

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