COME CUCCHI, UN’ALTRA MORTE IN CARCERE: IL CASO BIANZINO ANCORA IN ATTESA DI VERITA’

sabato 27th, ottobre 2018 / 17:21
COME CUCCHI, UN’ALTRA MORTE IN CARCERE: IL CASO BIANZINO ANCORA IN ATTESA DI VERITA’
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PERUGIA –  Sono passati 11 anni. Era il 12 ottobre 2007 quando Aldo Bianzino, falegname di 44 anni residente a Pietralunga nelle campagne umbre della zona di Umbertide, viene arrestato perché nella sua abitazione la polizia trova una piccola piantagione di marijuana. Sua moglie, Roberta Radici viene arrestata con lui. Il figlio Rudra ha 14 anni, ma viene lasciato lì a casa, con la nonna Sabina ultranovantenne.

Due giorni dopo, in carcere gli agenti chiamano Roberta per porle una serie di domande sullo stato di salute del marito. Vogliono sapere se soffre di cuore, o se ha assunto sostanze. Lei gli spiega che no, Aldo è in perfetta salute e non ha preso droghe. “Come mai queste domande? chiede ai poliziotti…   “Sta male”, le dicono, prima di riaccompagnarla in cella. La verità è un’altra: Aldo è  morto.

Roberta viene chiamata una seconda volta dalla cella. Le dicono che è libera di andare. Appena chiede alle guardie carcerarie quando potrà vedere il marito le rispondono: “Signora, martedì, dopo l’autopsia”. È così che Roberta viene a sapere della morte di Aldo. Una morte senza apparenti motivi avvenuta in una struttura carceraria.

A poca distanza dalla morte di Aldo Bianzino, muoiono anche la suocera Sabina e la moglie  Roberta Radici,  la prima forse per l’età avanzata, la seconda per preesistenti problemi di salute (un cancro) aggravati a causa dello stress dovuto alla vicenda…

Il 17 maggio scorso il figlio di Bianzino e Roberta Radici, Rudra, 25 anni, con una confererenza stampa al Senato, spiega insieme ai suoi avvocati e ai consulenti medico-legali perché ha chiesto la riapertura delle indagini sulla morte di suo padre. Muovendo un’accusa ben precisa: quella di omicidio volontario.

Così Rudra Bianzino: “Oltre 10 anni fa moriva in modo assurdo mio padre, Aldo Bianzino, nel carcere di Perugia. Ci dissero che aveva evidenti lesioni al cervello, al fegato e alla milza, e il medico legale di parte parlò di un ‘pestaggio militare atto ad uccidere’, ma incredibilmente archiviarono il caso, dicendo che era morto per cause naturali!
In tutti questi anni io non mi sono dato per vinto, e finalmente sono riuscito ad ottenere nuove e importantissime analisi mediche e legali che mettono completamente in discussione il suo caso. 
Proprio in questi giorni, in Parlamento, ho reso note le ragioni che mi spingono a chiedere la riapertura del processo per omicidio di mio padre! Ma ho bisogno dell’aiuto di tutti voi. È difficile riaprire un dibattito che potrebbe mettere in discussione quelle stesse istituzioni che invece dovrebbero proteggerci, ma ce la possiamo fare solo se in tanti vi unirete a me nel chiedere giustizia per mio padre”.

In effetti, nella prima relazione dei medici legali, si legge che “all’esterno il corpo di Bianzino non presenta segni di traumi. Vengono rilevati però ematomi cerebrali, lesioni al fegato e alla milza, che vengono collegati a ‘evenienze traumatiche’. Non sono riscontrati invece elementi storici (criticità o malattie pregresse, ndr) nelle condizioni di Bianzino che possano aver condotto alla sua morte”.

La procura di Perugia inizialmente indaga per omicidio volontario, anche se una parte delle indagini riguarda l’omissione di soccorso nei confronti di Bianzino da parte della guardia carceraria di turno la notte tra il 13 e il 14 ottobre nell’ala del carcere in cui si trova la sua cella. A un certo punto, però, il pm decide di separare i due procedimenti. La guardia carceraria viene rinviata a giudizio, processata e condannata in via definitiva, perché non ha risposto alle richieste di aiuto da parte di Bianzino. La procura chiede invece l’archiviazione per il filone d’indagine contro ignoti, con l’accusa di omicidio volontario.

“In sede di autopsia vengono riscontrate due lesioni: una cerebrale e una epatica. Si giunge alla conclusione che la morte di Bianzino è stata provocata dalla lesione cerebrale, collegata a un aneurisma improvviso”, dice l’avvocato nominato da Rudra Bianzino. Secondo la perizia, Bianzino è morto quindi per un’emorragia subaracnoidea provocata da aneurisma. Per quanto riguarda la lesione al fegato, invece, questa viene ritenuta una conseguenza delle manovre rianimatorie.

Questa spiegazione però non convince i consulenti  di parte. La lesione in sede epatica è molto rara (si presenta tra lo 0 e il 2 per cento dei casi) e poi non c’erano costole rotte e altre lesioni importanti a organi interni, come avviene invece nella maggior parte di questi casi. Inoltre, “il sangue rinvenuto a seguito della lesione epatica, pur non essendo una quantità importante, mal si conciliava con una manovra eseguita a cuore fermo”.

Nonostante i dubbi rilevati, il gip archivia il caso, giudicando le conclusioni della perizia “pregiudiziali e determinanti”. Nell’ambito del processo per omissione di soccorso, i legali di Rudra Bianzino chiedono di disporre nuovi esami perché emerge la possibilità di datare esattamente le lesioni. La richiesta viene rigettata perché non rientra nell’oggetto del processo, ma nella sua ordinanza il Tribunale nota che un approfondimento del genere sarebbe “decisivo” per fare chiarezza.

Nel 2015, dopo che la Cassazione conferma la sentenza di condanna nei confronti della guardia carceraria che non prestò il dovuto soccorso a Bianzino, i legali di Rudra chiedono al gip di poter nominare nuovi consulenti. Vengono incaricati il medico legale di Cosenza Antonio Scalzo e Luigi Gaetti, anatomopatologo mantovano, senatore nella scorsa legislatura e vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia. Gaetti, in particolare, scopre che i periti della procura non hanno mai eseguito un esame che avrebbe consentito di datare la lesione epatica, e quindi stabilire se questa è avvenuta dopo il decesso o prima. Dall’esame di Gaetti emerge una verità del tutto nuova, che contrasta con la tesi accolta nel processo: “la lesione epatica è avvenuta almeno due ore prima della morte di Aldo, che alle 8 del mattino era già deceduto. Quindi non può essere stata provocata dalle manovre rianimatorie che sarebbero state eseguite dopo la morte di Bianzino. Al contrario, può essere ritenuta contemporanea alla lesione cerebrale riscontrata”.

Nella loro relazione i periti sostenevano che mancassero diverse porzioni di parenchima cerebrale. Secondo il medico-legale è dimostrato che “l’emorragia cerebrale non è  naturale, ma è provocata da evento traumatico su una parte del cervello che è sparita”.

Per quanto riguarda la lesione epatica, le perizie rilevano che “la lesione del legamento rotondo”, che unisce pressappoco il fegato all’ombelico, non può essere giustificata dalla “pressione sulla gabbia toracica, mentre si giustifica benissimo con un calcio tirato dal basso verso l’alto“.

“Mio padre, secondo la verità accertata finora, è stato lasciato morire mentre era nella custodia delle istituzioni. E questo non può accadere in uno Stato di diritto”, dice Rudra Bianzino.  Che ricorda come  i casi Bianzino, Cucchi, Aldrovrandi siano veramente troppi in uno Stato che si definisce “di diritto”.

Sul caso Cucchi – due anni dopo quello di Bianzino- la verità comincia ad emergere. C’è da augurarsi che anche il caso Bianzino trovi presto una sua verità. Quelle finora fornite non sono per nulla convincenti.

 

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