POST ELEZIONI: IL GOVERNO NON SI VEDE. E RENZI PENSA AD UN SUO PARTITO PERSONALE, ALLA MACRON. ECCO CON CHI… (MA TRA I SUOI CHI LO SEGUIRA’?)

POST ELEZIONI: IL GOVERNO NON SI VEDE. E RENZI PENSA AD UN SUO PARTITO PERSONALE, ALLA MACRON. ECCO CON CHI… (MA TRA I SUOI CHI LO SEGUIRA’?)
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  • di Marco Lorenzoni

A 8 giorni dal voto del 4 marzo, lo scenario politico, riguardo alla possibilità di formare un governo che abbia una maggioranza in Parlamento, è ancora nebuloso e bloccato. E le varie ipotesi possibili, al momento sembrano trovare più ostacoli che tratti di discesa, con le varie forze in campo che alzano muri, lasciando pochi spazi alla fantasia: i vincitori, ovvero la coalizione di centro destra a trazione leghista e il Movimento 5 Stelle, da soli non hanno i numeri e insieme non si vogliono mettere. Il Pd è fuori gioco, ma potrebbe fare l’ago della bilancia, come il Psi di Craxi negli anni ’80, e decidere di appoggiare in qualche modo o l’una o l’altro, per garantire la governabilità, ma anche questa possibilità appare remota e finora “smentita” da tutti i leader  (e anche dalla base) del partito, che alla direzione di ieri ha affidato al vicesegretario Martina in ruolo di traghettatore fino all’elezione di un nuovo segretario. Qualcuno che spinge per l’appoggio ad un governo dei 5 Stele per la verità c’è, ma è in minoranza. Vedi il governatore della Puglia Emiliano. Anche la minoranza politica interna, quella che fa capo ad Andrea Orlando, dice che “non c’è la percorribilità di un governo politico con i Cinque Stelle. Dobbiamo nettamente distinguere i nostri profili, il Movimento si è candidato alle urne con un programma incompatibile con il nostro. Bisogna però evitare di dire: ‘abbiamo perso, arrangiatevi’, non tocca a noi fare un governo né con la Lega né con M5S ma dobbiamo concorrere alla definizione degli assetti istituzionali, dobbiamo partecipare per la definizione di presidenti dei Camere e Senato”. Quindi lascia uno spiraglio legato appunto all’elezione in parlamento della seconda e terza carica dello Stato. La situazione è di stallo. Ingessata, come era prevedibile e previsto, data la legge elettorale.

E se per i 5 Stelle non sarebbe facile spiegare al proprio elettorato un accordo, anche solo di desistenza, con il Pd, per il Pd sarebbe ancora più difficile far digerire a sé stesso l’appoggio ad un governo guidato da una forza politica che ha vituperato il Pd, che ha definito il Pd un “partito di malfattori”, pieno di indagati e condannati, che lo ha indicato come il perno del sistema politico-affaristico e come nemico numero uno. Evitando addirittura di dichiararsi antifascista, per non apparire allineato con il partito di Renzi (anche se in realtà il problema era un altro, quello di avere tra le proprie fila gente che antifascista e antirazzista non è, vedi la neosenatrice di Cisterna di Latina che difende “Littoria”, si dichiara no vax e antisionista).

Resta il fatto che il voto di massa ai 5 Stelle è un segnale inequivocabile di rottura rispetto alla classe politica precedente. Più protesta e rivolta che rivoluzione, però. Anche perché i 5 Stelle hanno vinto largamente con percentuali bulgare nelle regioni del Sud, quelle stesse regioni che in passato hanno votato in massa per per Lauro a Napoli, per il Msi dei boia chi molla calabresi, per la Dc, poi per Forza Italia…  Prima di loro il 61 a zero nella conta dei seggi in Sicilia, per esempio,  lo aveva fatto Berlusconi. Non molto tempo fa… E già dopo le ultime recenti elezioni siciliane, su queste colonne scrivemmo che nei panni dei 5 Stelle noi saremmo preoccupati, perché  in certe zone del sud hanno sempre vinto i partiti o i movimenti che la mafia ha appoggiato o ha lasciato vincere perché li riteneva meno pericolosi per i propri traffici… E non è che ora che al sud hanno vinto i 5 Stelle la mafia sia definitivamente estinta.  Nè quella in doppiopetto, dedita agli appalti e alla finanza, né quelle delle faide tra clan e famiglie dalla pistola facile.  Questo non vuol dire che i 5 Stelle siano contigui o collusi con le mafie, assolutamente. Ma il dubbio che le mafie li considerino innocui o in qualche modo funzionali viene.

Comunque i 5 Stelle indubbiamente hanno vinto. Con il 33% sono il partito di maggioranza relativa a livello nazionale e forza predominante in più di metà della penisola, diciamo da Ancona in giù, isole comprese.

Ma In Italia non basta ottenere un successo elettorale per poter governare. Serve una maggioranza parlamentare. Anche il Pd di Veltroni nel 2008 prese il 33% abbondante, ma finì comunque dietro al centro destra. E il governo lo fece Berlusconi. Nel ’76 il Pci, dopo aver conquistato l’anno prima molte città, province e regioni, arrivò anch’esso al 33% alle Politiche, ma il governo restò nella mani della Dc e dei suoi alleati. Anzi quando a partire dal ’77 – ’78 si avvicinò al governo con la “non sfiducia” e l’unità nazionale cominciò a scendere nei consensi.

Era esattamente 40 anni fa: il 16 marzo del ’78 il giorno della strage di via Fani, con il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione degli uomini della sua scorta, il Parlamento avrebbe dovuto votare il primo governo con l’appoggio dei comunisti… E lo votò, con il peso di quel rapimento e di fronte all’attacco al cuore dello Stato da parte del terrorismo brigatista. Poi abbiamo saputo che oltre ai brigatisti rossi c’erano anche altri soggetti quella mattina in via Fani e che tutti i 55 giorni della prigionia di Moro furono gestiti in maniera oscura e probabilmente “deviata”, proprio per impedire che l’Italia trovasse e sperimentasse equilibri politici nuovi e diversi da quelli del passato.

Oggi non c’è una minaccia terroristica in atto, non c’è una emergenza assoluta come quella che si verificò nel marzo del ’78. Ma c’è un Parlamento senza una maggioranza politica. E c’è un Paese che sembra essere tornato a prima dell’Unità d’Italia con il Regno delle Due Sicilie e buona parte dello stato Pontificio in mano ai 5 Stelle; il Lombardo Veneto e pure il Regno di Sardegna (Piemonte) in mano a Salvini e al centro destra e il Granducato di Toscana, unica sacca di resistenza di quelle che erano le regioni rosse. Ma nel granducato di Toscana, il Granduca sconfitto è in fuga e non si sa nemmeno verso dove.

Radio Popolare di Milano (emittente storica della sinistra, assolutamente attendibile e d solito anche bene informata) parla di incontri, proprio nel capoluogo lombardo, di alcuni esponenti del Pd vicinissimi a Renzi con ambienti milanesi. L’obiettivo sarebbe quello di abbandonare il Pd e dar vita al partito personale di Renzi… Magari non subito, ma non troppo alla lunga. Non a caso gli esponenti al lavoro sarebbero  due fedelissimi come Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd, e Maria Elena Boschi.

Ma… Chi si staccherebbe dal Pd per seguire Renzi nel nuovo partito?

Secondo l’emittente milanese, “lo farebbero molti nativi democratici, che si sono avvicinati alla politica con il Pd e con Renzi a partire dal 2012; sarebbe con lui la rete di potere e relazioni personali che si è costruito in questi anni. Pezzi del mondo cattolico. L’area ex socialista e ciellina, che hanno in Milano il luogo della tradizione. E Milano è un perno del progetto. Lo è dal punto di vista organizzativo e dal punto di vista ideologico”.

C’è chi dice che un progetto del genere segnerebbe la fine della diaspora socialista iniziata con Tangentopoli, riaggregando quindi anche buona parte di Forza Italia, che con Berlusconi ultra ottantenne e sconfitto pure da Salvini, potrebbe trovare in Renzi e nel renzismo un nuovo approdo. Lo stesso Berlusconi ha sempre mostrato un certo apprezzamento per Renzi e per la sua spregiudicatezza.

Sempre secondo Radio Popolare si sta già discutendo il logo e il nome. Uno è ‘Avanti’. Oltre a essere il titolo del libro scritto da Renzi, e lo storico giornale socialista, è anche uno slogan che evoca o vorrebbe evocare il movimento del presidente francese Macron con il suo ‘En Marche’.

Anche Comunione e Liberazione si ricompatterebbe nel movimento di Renzi, dopo essersi divisa tra Pd, centristi e Forza Italia. E CL è un altro esercito attualmente in libera uscita. 

Ma se per dirigenti, parlamentari, elettori di Forza Italia, per quelli di CL e parte del mondo ex socialista craxiano, un partito a immagine e somiglianza di Renzi potrebbe essere domani un attrattore formidabile, lo sarebbe altrettanto per i quadri intermedi del partito? Cioè per i sindaci, gli assessori, i dirigenti locali che si sono appunto affacciati alla politica sull’onda della rottamazione renziana o sono diventati renziani dopo essere stati nel Pds, dei Ds, nella Margherita e, qualcuno, anche nel Pci, soprattutto in quella specie di enclave rossastra che è il “Granducato di Toscana”?

Alcuni tra i più spinti e fedeli alla linea del capo sì, potrebbero seguirlo: il sindaco di Firenze Nardella, per esempio o Stefano Scaramelli, la giovane ed emergente deputata umbra Anna Ascani, forse Eugenio Giani. Forse Riccardo Nencini. Forse l’assessore alla cultura di Chiusi Chiara Lanari… Più difficilmente il neo deputato senese Piercarlo Padoan o il segretario dimissionario del Pd umbro Leonelli, l’assessore regionale toscano Ceccarelli o il segretario senese Valenti.  O figure storiche come Palmiro Giovagnola, presidente di Bcc Umbria, o Lino PompiliSirio BussolottiFabio Di Meo, Alessandro Torrini, per citare alcuni nomi… 

In Valdichiana e nel Trasimeno i sindaci Pd sono quasi tutti renziani, ad eccezione di Eva Barbanera (Cetona), Paolo Morelli (S. Casciano B.) e Sergio Batino (Castiglione del Lago). Il sindaco di Chiusi Bettollini che è uno di quelli entrati in politica con Renzi, è anche amico personale di Renzi, ma si è speso molto sui temi dell’antifascismo e dell’identità di centro sinistra del Pd. Una sua adesione ad un partito renzista alla Macron, con i reduci di Forza Italia e con CL non è così scontata. E forse Bettollini sta già riflettendo sul da farsi. Stesso discorso per gli assessori chiusini  Micheletti e Marchini. Come i vari Andrea Rossi, Fausto Scricciolo, Francesco Landi, Riccardo Agnoletti, Giacomo Grazi… Il più renziano tra i sindaci renziani locali sembra essere al momento il primo cittadino di Fabro Maurizio Terzino, che era anche candidato alle elezioni. Lui potrebbe andare con Renzi. Gli altri è tutto da vedere…

Certo,  la fuoriuscita di Renzi dal Pd lascerebbe il Pd il braghe di tela, ma paradossalmente potrebbe riaprire la possibilità di costruire un soggetto unico a sinistra (e di sinistra), di chiaro stampo socialdemocratico. Tipo Labour party. E con Renzi nei panni di Macron, magari un Corbyn spunta pure fuori…

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