MAGGIO, MESE DEI DUELLI: QUANDO LE DIATRIBE GIORNALISTICHE, POLITICHE E LETTERARIE FINIVANO A SCIABOLATE
C’è stato un tempo in cui le divergenze di opinioni, le diatribe letterarie, le liti sportive o sentimentali, le alzate di ingegno o tutto ciò che poteva essere considerato un atto di “lesa maestà” si risolvevano sempre allo stesso modo: a duello. E spesso i duelli si tenevano a maggio. Due famosissimi ebbero luogo proprio in questi giorni, uno il 26 e uno il 28 maggio.
E sono rimasti nella storia. Il primo è quello fra Ascanio Della Corgna e Giannetto Taddei, suo giovane amico e luogotenente, che però ebbe l’ardire di metterne in discussione la leadership. La sfida si svolse a Pitigliano il 26 maggio 1546. I due erano amici e sodali, ma il comando non si mette in discussione.
Ascanio aveva 32 anni, era più vecchio e aveva un occhio solo, l’altro lo aveva lasciato in battaglia a Casale Monferrato. Giannetto pensò che avrebbe avuto facilmente ragione del comandante… E invece Ascanio lo fece sfogare e poi lo infilzò come un tordo, due volte. Il duello di Pitigliano è stato immortalato dal pittore Niccolò Circignani, detto il Pomarancio, nella sala degli affreschi di Palazzo Della Corgna a Castiglione del Lago. Quella era la “reggia” di Ascanio e quell’affresco è l’unico al mondo che ritrae un duello a due spade. Della sfida tra Ascanio e Giannetto parlammo anche noi, nel nostro spettacolo teatrale “Tradire. La notte prima dell’assedio”. Lì Ascanio descrive l’antefatto e il modo in cui fece fuori il giovane luogotenente, senza pietà. Perché quando si tratta di stabilire chi comanda non c’è spazio per amicizia né per la pietà.
Non molti anni dopo, 60 per la precisione, il 28 maggio 1606, in una Roma oscura e oscurantista nel vicolo del Leoncino, vicino ad un campo dove si giocava alla pallacorda, forse proprio per un diverbio nato a margine di una partita, probabilmente per scommesse o debiti di gioco o dovuto a vecchie ruggini pregresse e una questione di donne, una donna, si affrontarono un potente faccendiere della corte pontificia e un artista irascibile, frequentatore della corte, ma anche dei bassifondi, facile alla rissa.
La donna origine del diverbio e della sfida si chiamava Fillide Melandroni. Era una cortigiana, senese, che a Roma faceva la prostituta, prima in un bordello, poi d’alto bordo. E faceva anche la modella per i pittori. Era l’amante del faccendiere papalino, suo protettore, e la modella dell’artista che non solo la ritrasse più volte nei suoi dipinti, ma evidentemente se ne era pure invaghito. E forse ne aveva approfittato. Come molti. Qualcuno la definì la puttana più nota di Roma e fu più volte arrestata. I due che vennero alle armi per lei e probabilmente anche per altre storie, esattamente 420 anni fa, si chiamavano Ranuccio Tomassoni (il faccendiere) e Michelangelo Merisi (l’artista). Il primo era di Terni, l’altro di Milano. Tutti e due lavoravano per il Papa, Paolo V. Dapprima fu rissa. Poi duello. Con armi da fuoco e lame. Di notte, alla luce delle torce. In un vicolo romano. Il pittore rimase ferito, piuttosto gravemente, Tomassoni morì dissanguato per un colpo di spada alla gamba che aveva reciso l’arteria femorale. Non si uccide impunemente un alto funzionario dello Stato Pontificio. Qualunque siano le ragioni. Così il pittore, con bando papalino, venne condannato a morte mediante decapitazione. Chiunque all’interno dello Stato Pontificio da quel momento avrebbe potuto eseguire la sentenza, ricevendo anche una ricompensa. Cominciò così la fuga dell’artista prima a Napoli, poi a Malta e in Sicilia dove continuò a dipingere i suoi capolavori. Avrete capito che stiamo parlando di Caravaggio. Pittore irascibile, rissaiolo, giocatore d’azzardo e puttaniere, forse bisessuale (pare si portasse a letto sia le modelle che i modelli che sceglieva e spesso reclutava proprio nei postriboli e nei bassifondi), ma con tutta probabilità il più grande di tutti i tempi. Il pittore che, con quei tagli di luce, ha inventato il cinema, 300 anni prima dei Lumière. Caravaggio che sfinito da quelle vecchie ferite e da una febbre che non passava, forse malaria, morì il 18 luglio 1610 sulla spiaggia di Porto Ercole, nella Maremma Toscana. Ed è lì che nel 2010 sono stati identificati i resti, adesso custoditi nel cimitero della cittadina dell’Argentario.
Facendo un salto in avanti di quasi tre secoli, troviamo un altro duello, questa volta avvenuto il 6 marzo 1898. In questo caso i duellanti sono due esponenti politici di opposte fazioni.. Uno della destra storica e unao della sinistra più radicale: Ferruccio Macola e Felice Cavallotti. Entrambi parlamentari. Da qualche mese Macola, direttore de La Gazzetta di Venezia, aveva avviato una campagna denigratoria a mezzo stampa e non solo, contro Cavallotti. E alla fine, dopo un estenuante botta e risposta che non trovava soluzione, si arrivò al lancio del guanto. Cavallotti ne aveva già fatti 32 di duelli… Lo scontro a due si tenne a Roma nel parco di Villa Cellere, alle 15 in punto. Arma del duello la sciabola. Che doveva essere affilata. Sfida senza esclusione di colpi. Al terzo assalto Macola colpì mortalmente Cavallotti, che in pochi minuti spirò. Benché sanzionato dal codice penale, il duello era ancora molto praticato e in prima fila si distinguevano ancora giornalisti e deputati, come Macola e Cavallotti.
La tragedia che chiuse la vertenza e la notorietà dei contendenti, soprattutto di Cavallotti, questa volta obbligò le autorità ad intervenire. La magistratura comminò a Ferruccio Macola tredici mesi di detenzione, ridotti a sette in appello, poi amnistiati. Il mondo radicale e l’opinione pubblica progressista videro nella sciabola di Macola, deputato della Destra, la lama della reazione interessata ad eliminare una delle voci critiche più tenaci. I funerali di Felice Cavallotti, infatti, furono una sorta di «stati generali» di una democrazia pronta a resistere alla virata a destra che il governo di Rudinì e la monarchia sembravano voler imprimere al paese. Due mesi dopo ci fu la sanguinosa repressione milanese con le cannonate del generale Bava Beccaris sulla folla che chiedeva pane e lavoro.
Fortunatamente meno cruento e solo “al primo sangue” fu un duello fatto sempre con la spada, e sempre a Roma, i primi di agosto del 1926. Protagonisti, questa volta due scrittori: il “surrealista” Massimo Bontempelli e Giuseppe Ungaretti (“si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”) che avevano polemizzato fra loro su alcune riviste per questioni letterarie. Luogo del duello, il giardino della casa di Luigi Pirandello.
Ungaretti e Bontempelli incrociarono le spade e dopo qualche scambio Bontempelli infilzò il rivale all’avambraccio. La punta dell’arma penetrò per 3 centimetri nel braccio di Ungaretti. A fasciatura fatta, i due si riconciliarono.
Due casi, quelli Macola-Cavallotti e Ungaretti-Bontempelli, originati da articoli di giornale.
Per fortuna oggi le diatribe non finiscono più a sciabolate.
m.l.
I









Affila la spada Direttore.