FESTA DELLA COSTITUZIONE A SARTEANO: GIORNALISMO, MINACCE E LIBERTA’ DI PAROLA. LA FATICA DI FARE INFORMAZIONE LOCALE

sabato 30th, maggio 2026 / 12:42
FESTA DELLA COSTITUZIONE A SARTEANO: GIORNALISMO, MINACCE E LIBERTA’ DI PAROLA. LA FATICA DI FARE INFORMAZIONE LOCALE
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SARTEANO – Comincia oggi a Sarteano la tradizionale Festa della Costituzione organizzata da Anpi e comuni della Valdichiana senese che durerà fino al 2 giugno, festa della Repubblica. Domani, domenica 31 maggio, alle 15 si terrà un incontro sull’art.21 della Carta del ’48. Titolo “Raccontare costa – Giornalismo, minacce e libertà di parola”. Interverranno i giornalisti e bloggers Antonella Napoli, Saverio Tommasi, i corrispondenti Rai Angela Caponnetto e Nico Piro, Giuseppe Giulietti ex giornalista Rai ed ex parlamentare e adesso coordinatore nazionale dell’Associazione Art.21 (FOTO). Coordina Andrea Crescenti, giornalista de La7. Abbiamo tutti presente la difficoltà di raccontare le guerre, per esempio. Sono centinaia i giornalisti, reporters, gli operatori uccisi a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Ucraina… E’ difficilissimo farlo nei paesi con governi autocratici: si pensi alla Russia di Putin e ai casi di Ana Politkovskaja e Navalny, ma anche a quello dell’infermiere-reporter ucciso nell’inverno scorso a Minneapolis dagli agenti dell’Ice di Trump, perché “filmava” con il suo telefonino…  L’Italia non è un’isola felice. E’ recente l’atto intimidatorio (una bomba sotto casa) verso il conduttore di Report Sigfrido Ranucci.

Come Primapagina nel 2010 al Forum nazionale Cronache Italiane allestimmo una mostra fotografico-documentaria e un convegno intitolato “Penne spezzate”, vi parteciparono, tra gli altri Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ucciso dalla mafia lo stesso giorno di Aldo Moro, e il fratello di Enzo Baldoni, giornalista umbro rimasto ucciso in Iraq nel 2014. Nella mostra e nel convegno si parlò delle decine di “penne” italiane messe a tacere dalle mafie (Cosimo Cristina, Mario Francese, Pippo Fava, Giancarlo Siani, Beppe Alfano, Giovanni Spampinato, Mauro Rostagno, Mauro De Mauro…), dai signori della guerra (Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, Vittorio Arrigoni, Antonio Russo…), dalle Brigate Rosse (Casalegno, Tobagi…) o da sicari oscuri (Mino Pecorelli). E si parlò, in quell’occasione, anche della difficoltà e dei “costi”, fortunatamente meno cruenti, ma comunque pesanti che spesso deve sopportare chi fa informazione lontano dai riflettori, nella provincia profonda, anche quella più tranquilla. Cioè di chi fa informazione locale.

Magari non si rischia la vita (e non è poco), ma si rischiano querele, molte volte senza un motivo reale, spiccate solo per intimidire e “silenziare” una voce ritenuta scomoda. Querele temerarie le chiamano, o intimidatorie, perché chi le fa sa che perderà in giudizio, ma ha i soldi per potersi permettere fior di avvocati, mentre il giornale o il giornalista quei soldi non li ha… e farà comunque fatica a sostenere certe battagli anche se ha ragione e il tribunale gliela riconoscerà. Gli avvocati li dovrà pagare lo stesso. Ma la fatica o difficoltà di fare giornalismo a livello locale non è solo quella di affrontare possibili querele. E’ anche quella delle rotture di coglioni. Spesso gratuite. E strumentali. Dovute ad un fatto molto semplice: chi fa informazione locale, le persone oggetto dei suoi articoli le incontra per strada, al bar, alla Coop, alla partita… Può capitare che il centravanti della squadra di calcio abiti nel tuo stesso condominio e se in un articolo evidenzi i gol che ha clamorosamente sbagliato, quello ti guarderà storto tutte le volte che lo incontri in ascensore. Magari l’assessore che hai criticato per il Piano Regolatore è il fratello di un amico di famiglia. O figlio di un ex compagno di scuola che se ti incontra ti guarda come a dire “tu quoque …” e ti toglie il saluto.

Può capitare, come è capitato al sottoscritto, che il presidente di una squadra di volley ti venga a insultare sotto casa per un articolo di cronaca sulla finale persa e tu che pensavi di aver scritto un articolo addirittura “più da tifoso che da cronista”… Evidentemente la matematica non è un ‘opinione, ma l’italiano sì. E la cosa grave non è tanto che una cosa del genere succeda, ma che sia considerata “normale”. Lecita. Consentita. E il fatto che il tizio in questione sia un consigliere comunale non venga ritenuta un’aggravante.

Può capitare di essere denunciati da qualcuno che nel frattempo è già finito in galera per le cose che hai raccontato, e ne devi rispondere ugualmente. Se scrivi di qualche magagna (dalle buche nelle strade a progetti urbanistici discutibili, dai problemi di inquinamento industriale o agricolo al consumo di suolo per  cose che si potrebbero fare anche altrove), se parli di degrado urbano o o del patrimonio pubblico diventi un denigratore del paese e uno contrario allo sviluppo. Prima non era così, ma da un po’ di tempo a questa parte, con i giornali che ormai pubblicano quasi esclusivamente comunicati stampa di comuni, partiti, associazioni, società sportive, sta passando nell’in una parte consistente di opinione pubblica l’idea che la stampa debba essere solo il megafono di chi tiene il timone. Una sorta di appendice della Pro Loco che dovrebbe fare soprattutto “promozione” e “propaganda”. E cioè che scriva solo quello che la gente vuole sentirsi raccontare. Applausi, sviolinate. Se ti scappa un fischio sono guai seri. Perché poi il problema non è ciò che ha originato il fischio (la magagna, l’errore, la scelta scellerata), ma sei tu che hai fischiato.  E dunque sei uno stronzo.

A livello locale è complicato scrivere anche di cose che dovrebbero essere tranquille: lo sport, il teatro, gli eventi culturali e le feste paesane. Per i motivi di cui sopra. E tutto ciò oltre a creare situazioni spiacevoli nei rapporti personali, ha anche un “costo” in termini economici, perché così come c’è vicinanza fisica tra chi scrive e chi legge, c’è anche fra chi scrive, chi legge e chi usa o potrebbe usare la stampa per fare pubblicità alla propria attività. Se parte un tam tam negativo (i troll sui social sono frequentissimi), non è raro che ciò si riverberi sui contratti pubblicitari: ci sarà sempre quella ditta che non vuole esporsi e quindi se nasce una querelle preferisce abbandonare il giornale o non avvicinarsi; un’altra che per amicizia, parentela o frequentazione con chi è oggetto/soggetto della querelle, si defila o chiude la collaborazione… La pubblicità è l’unica fonte di entrata, quindi di sostentamento, per una testata locale, ma più il giornale è “indipendente”, più è “schierato” o incline a prendere posizione e non a fare solo da passacarte, più ha una sua linea editoriale marcata, riconoscibile e non annacquata, più è difficile raccogliere inserzioni, quindi più è dura portare avanti l’attività quotidiana della testata. E questo indipendentemente dai numeri di contatti, visualizzazioni che il giornale ha. Perché a livello locale contano sì i numeri, ma ancor di più contano altre dinamiche, altre “pressioni”. E anche il colore politico conta poco quando la testata è “non allineata”.

Per esempio:  è facile esprimere pubblicamente, sui social o in un consiglio comunale, solidarietà ad Assange o a Ranucci (lo hanno fatto tutti. Chi non lo farebbe?), più difficile invece è solidarizzare con un giornalista del paesello, se questi viene aggredito verbalmente, o insultato e denigrato su facebook da qualcuno che si sente il Marchese del Grillo della situazione (“io so’ io e voi nun siete un….”). Il perché anche in questo caso è semplice: perché anche l’aggressore è uno del paesello, magari è pure un esponente politico o della cosiddetta società civile che conta, con incarichi di alto grado e potrebbe anche essere sconveniente metterglisi contro. D’altra parte, alla fine il giornalista lo sa che certe cose fanno parte del gioco e c’è pure abituato.

Ai tempi di Felice Cavallotti e Ferrucio Macola le diatribe giornalistiche finivano a duello. A sciabolate. Cavallotti, deputato della sinistra radicale, ne fece 33 di duelli. L’ultimo, quello con Macola che lo denigrava a mezzo stampa gli fu fatale. Per fortuna oggi almeno questa storia dei duelli l’abbiamo superata e non va più di moda.

m.l.

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