BLOW UP, 60 ANNI DOPO: QUANDO GLI INTELLETTUALI SI INTERROGAVANO SULLA SOCIETA’

sabato 29th, agosto 2026 / 11:52
BLOW UP, 60 ANNI DOPO: QUANDO GLI INTELLETTUALI SI INTERROGAVANO SULLA SOCIETA’
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La notte scorsa faceva un caldo appiccicoso che neanche a Bangkok. E così, trovando difficoltà a dormire ho cominciato a spippolare con il telecomando della Tv. Vediamo se c’è un filmetto per tirarla un po’ alla lunga. Sul canale 24 ne ho beccato uno cominciato da poco. Non un “filmetto” in realtà. Un filmone. Di quelli che hanno segnato un’epoca. Non un kolossal, tutt’altro. Niente a che vedere con i super effetti speciali di Nolan. Diciamo pure un film minimalista, perché nel film in sostanza non succede niente, ma ugualmente un capolavoro. Di 60 anni fa. Lo avrò visto una decina di volte. E l’ho riguardato volentieri: Blow Up, di Michelangelo Antonioni, 1966. Colonna sonora strepitosa di Herbie Hancock con una scorribanda degli Yardbirds, presenti anche in una scena del film (con Jeff Beck, Jimmy Page, Chris Dreja e Keith Relf, ma senza Eric Clapton).

Certo, a vederlo oggi Blow Up scorre un po’ lento. Il protagonista è un fotografo di moda, annoiato anche dalla bella vita e il film è una fotografia piuttosto impietosa della “Swinging London” anni ’60. Dell’apatia, del vuoto esistenziale di un’epoca apparentemente tumultuosa, ma superficiale, divisa in certi ambienti fra mode, trasgressione e incomunicabilità. Qui sta il capolavoro di Antonioni: un noir che non è un noir, in cui il regista italiano esplora anche il ruolo dell’artista e della nascente “civiltà dell’immagine”, dove ciò che esce dal “montaggio” non è necessariamente la realtà. E forse non è neanche quello che hai fotografato…

La trama (ispirata ad un romanzo di Cortazar) è abbastanza semplice. Il fotografo che passa le giornate e le nottate fra shooting con modelle bellissime – famosa la scena del servizio fotografico a Veruska, che diventa quasi un amplesso e figura nel manifesto della pellicola –  e localini alla moda, girando per Londra su una Rolls decapottabile, scatta furtivamente delle foto ad una coppia in un parco. La donna se ne accorge e gli chiede insistentemente il rullino. Lui gliene dà un altro e quando sviluppa le immagini in camera oscura, facendo il blow up (l’ingrandimento) nota un dettaglio inquietante: un uomo con una pistola, nascosto fra i cespugli. E la sagoma di un corpo a terra. Ma più le immagini si ingrandiscono e più “sgranano” perdendo definizione e certezze.

Il fotografo indaga, ma il presunto omicidio, non trova conferma. La verità fissata in uno scatto diventa dubbio. Il mistero non trova mai una soluzione e lo spettatore resta confinato nell’incertezza. Qualcuno a suo tempo scrisse che Blow Up è anche una metafora sul cinema. Come altri film della Nouvelle Vague francese, di quello stesso periodo. Ma la mano e l’occhio italiano di Antonioni, che vinse il Leone d’Oro a Venezia, fanno un po’ la differenza. Quando Antonioni diresse Blow Up il ’68 era nell’aria, ma non era ancora esploso. Certo c’erano già i Beatles e i Rolling Stones e gli Yardbirds. La minigonna cominciava a spopolare. La moda cominciava a diventare un mondo a parte. Non solo nella swinging London, anche a Milano e soprattutto a Roma, capitale della Dolce vita e dei paparazzi che vendevano le foto rubate delle star ai rotocalchi, a peso d’oro ovviamente.

A rivederlo oggi Blow Up può apparire datato, naturalmente, ma ci ricorda che nel ’66 c’era un cinema che si interrogava anche su sé stesso, su realtà e post produzione, sul vuoto di certi ambienti,  oltre che sull’alienazione e la noia di chi li frequentava. E la metafora di tutto è forse la scena della partita a tennis fra mimi, senza racchette e senza pallina. Il surreale che prende i posto delle realtà, ma le somiglia al punto da sembrare vero… 

Antonioni insomma mise in qualche modo i piedi nel piatto. Lo fece con maestria e con la lucidità dell’intellettuale che indaga sulla società che lo circonda entrandoci dentro, esplorandola come una jungla. Ma senza dare giudizi politici o fare cinema militante. Lui che pure nell’84 quando morì Berlinguer, fece il picchetto d’onore alla salma del leader del Pci, insieme a Fellini, Maselli, Scola, Rosi, Lizzani, Pontecorvo e i fratelli Taviani.

Oggi, un film come Blow Up, che effetto avrebbe? Il pubblico di oggi ci capirebbe qualcosa? Già il fatto che il protagonista maneggi rullini fotografici in pellicola a molti potrebbe risultare incomprensibile. Preistoria, o comunque antiquariato. Come maneggiare una una ceramica rinascimentale, un’autoradio estraibile o un mangiadischi. Roba che tanti non hanno mai visto, né sentito nominare.

m.l.

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