BLOW UP, 60 ANNI DOPO: QUANDO GLI INTELLETTUALI SI INTERROGAVANO SULLA SOCIETA’
La notte scorsa faceva un caldo appiccicoso che neanche a Bangkok. E così, trovando difficoltà a dormire ho cominciato a spippolare con il telecomando della Tv. Vediamo se c’è un filmetto per tirarla un po’ alla lunga. Sul canale 24 ne ho beccato uno cominciato da poco. Non un “filmetto” in realtà. Un filmone. Di quelli che hanno segnato un’epoca. Non un kolossal, tutt’altro. Niente a che vedere con i super effetti speciali di Nolan. Diciamo pure un film minimalista, perché nel film in sostanza non succede niente, ma ugualmente un capolavoro. Di 60 anni fa. Lo avrò visto una decina di volte. E l’ho riguardato volentieri: Blow Up, di Michelangelo Antonioni, 1966. Colonna sonora strepitosa di Herbie Hancock con una scorribanda degli Yardbirds, presenti anche in una scena del film (con Jeff Beck, Jimmy Page, Chris Dreja e Keith Relf, ma senza Eric Clapton).
Certo, a vederlo oggi Blow Up scorre un po’ lento. Il protagonista è un fotografo di moda, annoiato anche dalla bella vita e il film è una fotografia piuttosto impietosa della “Swinging London” anni ’60. Dell’apatia, del vuoto esistenziale di un’epoca apparentemente tumultuosa, ma superficiale, divisa in certi ambienti fra mode, trasgressione e incomunicabilità. Qui sta il capolavoro di Antonioni: un noir che non è un noir, in cui il regista italiano esplora anche il ruolo dell’artista e della nascente “civiltà dell’immagine”, dove ciò che esce dal “montaggio” non è necessariamente la realtà. E forse non è neanche quello che hai fotografato…
La trama (ispirata ad un romanzo di Cortazar) è abbastanza semplice. Il fotografo che passa le giornate e le nottate fra shooting con modelle bellissime – famosa la scena del servizio fotografico a Veruska, che diventa quasi un amplesso e figura nel manifesto della pellicola – e localini alla moda, girando per Londra su una Rolls decapottabile, scatta furtivamente delle foto ad una coppia in un parco. La donna se ne accorge e gli chiede insistentemente il rullino. Lui gliene dà un altro e quando sviluppa le immagini in camera oscura, facendo il blow up (l’ingrandimento) nota un dettaglio inquietante: un uomo con una pistola, nascosto fra i cespugli. E la sagoma di un corpo a terra. Ma più le immagini si ingrandiscono e più “sgranano” perdendo definizione e certezze.
Il fotografo indaga, ma il presunto omicidio, non trova conferma. La verità fissata in uno scatto diventa dubbio. Il mistero non trova mai una soluzione e lo spettatore resta confinato nell’incertezza. Qualcuno a suo tempo scrisse che Blow Up è anche una metafora sul cinema. Come altri film della Nouvelle Vague francese, di quello stesso periodo. Ma la mano e l’occhio italiano di Antonioni, che vinse il Leone d’Oro a Venezia, fanno un po’ la differenza. Quando Antonioni diresse Blow Up il ’68 era nell’aria, ma non era ancora esploso. Certo c’erano già i Beatles e i Rolling Stones e gli Yardbirds. La minigonna cominciava a spopolare. La moda cominciava a diventare un mondo a parte. Non solo nella swinging London, anche a Milano e soprattutto a Roma, capitale della Dolce vita e dei paparazzi che vendevano le foto rubate delle star ai rotocalchi, a peso d’oro ovviamente.
A rivederlo oggi Blow Up può apparire datato, naturalmente, ma ci ricorda che nel ’66 c’era un cinema che si interrogava anche su sé stesso, su realtà e post produzione, sul vuoto di certi ambienti, oltre che sull’alienazione e la noia di chi li frequentava. E la metafora di tutto è forse la scena della partita a tennis fra mimi, senza racchette e senza pallina. Il surreale che prende i posto delle realtà, ma le somiglia al punto da sembrare vero… 
Antonioni insomma mise in qualche modo i piedi nel piatto. Lo fece con maestria e con la lucidità dell’intellettuale che indaga sulla società che lo circonda entrandoci dentro, esplorandola come una jungla. Ma senza dare giudizi politici o fare cinema militante. Lui che pure nell’84 quando morì Berlinguer, fece il picchetto d’onore alla salma del leader del Pci, insieme a Fellini, Maselli, Scola, Rosi, Lizzani, Pontecorvo e i fratelli Taviani.
Oggi, un film come Blow Up, che effetto avrebbe? Il pubblico di oggi ci capirebbe qualcosa? Già il fatto che il protagonista maneggi rullini fotografici in pellicola a molti potrebbe risultare incomprensibile. Preistoria, o comunque antiquariato. Come maneggiare una una ceramica rinascimentale, un’autoradio estraibile o un mangiadischi. Roba che tanti non hanno mai visto, né sentito nominare.
m.l.










La tua conclusione del Post è esatta. Un film come Blow Up oggi non sarebbe compreso.E pensare che anch’io l’ho rivisto più volte nel tempo, perchè legato alle immagini ed anche alla fantasia di quei momenti che servivano da corollario alla società di quel tempo, alla grana elevata ad icona realizzata nella stampa in quella camera oscura del negozio di mio padre e di mio zio,quando nei venerdi sera a mezzanotte e mezza ritornavo da Napoli dove lavoravo e dopo essere sceso dal treno senza nemmeno entrare in casa,alzavo la saracinesca del negozio e mi mettevo a stampare facendo giorno… In quelle immagini c’era tutto, forse sognavo quel futuro ed è stato per quel film che poi successivamente sono diventato Nikonista dopo aver eliminato altre opportunità. La pubblicità era coinvolgente nella mente di un ventenne quale ero ed anch’io non ne ero esente.La fantasia volava a quel tempo e costruiva la realtà in una serie di visioni che si accavallavano come quelle dei libri che avevo scovato di Hamilton-ma non disponendo di modelle di quel calibro che mettevano in evidenza quasi il proibito dove il tutto era legato a quelle forme ed a quella grana-tentata di raggiungere in mille modi nelle stampe sia con i granelli di zucchero chè con la farina spalmata sopra la carta fotografica colpita dalla luce chè con la temperatura dei bagni, la pena mia era quella di non poterle euguagliare nonostante le decine e decine di volte che avessi fatto le provinature per tentare di raggiungere quei risultati. Evidentemente non ero un Hamilton… Mi consolavo con le foto di Mirella Ricciardi nel suo capolavoro di ”Vanishing Africa” ma il clou restavano quelle di Sam Haskins in ” Cowboy Kate and other stories” che non sono mai e poi mai riuscito ad euguagliare gettando via interi pacchi di carta fotografica e spendendoci una fortuna per un ragazzo di quei tempi.Mi rimanevano i libri che ho enunciato ma era una magra consolazione. Li possedevo, per me rappresentavano una guida, ma lo scopo non era mai raggiunto.Successivamente riuscii a produrre qualcosa di analogo facendo assumere il ruolo di modella da qualche ragazza che frequentavo a Firenze, ma in confronto il tutto era proprio
come sul dirsi ” frittura” e sono rimasto sempre a mordermi i gomiti non arrivando a fare ciò che avevo immaginato ed avrei voluto.La spiegazione che hai riferito sul fatto che oggi Blow Up non sarebbe compreso è abbastanza chiara perchè si basa sull’aria e sulla successione storica degli avvenimenti soprattutto che investivano la società in quegli anni.Senza avere la conoscenza e la continuità storica degli eventi ed anche di ciò che rappresentava l’Inghilterra e della Vanishing London di Carnaby Street e di Mary Quant ma anche di altro , Blow Up rimarrebbe un mudulo esangue, un epitaffio messo li come un monumento a qualche avvenimento talmente distante dalla realtà, un epitaffio assurdo e distaccato da tutto.Ma come in ogni manifestazione artistica, il tempo creativo che la produce e la costituisce nella sua essenza espressiva, non è mai avulso dagli avvenimenti e dall’etica, spesso certe volte quasi parossistica che esprime l’ansia del vivere che costituiva la facoltà principale di Antonioni e che faceva scaturire la sua focalizzazione mirabile sull’incomunicablità rappresentata mirabilmente in quel susseguirsi di connubi anche fra uomo e natura che si manifestavano anche su Zabrinskie Point, contornata poi dalla musica dei Pink Floyd,ma anche in quelle nebbie di Hyde Park delle stampe di Hemmings in Blow Up. L’agognata da me Nikon F maneggiata da David Hemmings su Blow Up era divenuta una icona che avrei raggiunto con il primo stipendio ma non mi bastava e ce ne voleva un altro ancora ed allora la comperai a rate da De Cesare in Galleria Umberto 1° a Napoli e fu per me un traguardo…mi sentivo tanto Blow Up….. Oggi, nell’epoca del tutto e subito, è chiaro che i propositi anelati per anni non troverebbero posto nel comporamento delle persone,ma spesso per la mia generazione rappresentano quasi icone di fatti e pensieri inenarrabili che nel mio caso si sarebbero circondati nel tempo di India e di Asia per quaranta e più anni ed anche se non ho mai raggiunto i risultati sperati, quell’aria e soprattutto quell’esperienza provata per anni con la Nikon F a tracolla sopra i tetti dei treni in india ,trovo che mi sono serviti a vivere un tempo che oggi le generazioni forse aborrirebbero e relegherebbero nei meandri di menti considerate contorte dove la continuità del tempo e la storicizzazione degli avvenimenti incontrati e fotografati nulla conterebbe ma che verrebbe annullata da un processo produttivo che tutto consuma senza sosta ma che è spesso anche manifestazione sottoculturale, mentre appunto l’incomunicablità è destinata ad aumentare fino all’isolamento dell’individuo.E tutto questo esiste e si afferma anche e soprattutto perchè manca il legame con la storia che il sistema non può più fornire rispondendo a quella legge inesorabile per la quale ogni sistema difende se stesso.Antonioni è presente quindi anche oggi a maggior ragione nei fatti che ci riguardano.Un grande !