ABORTO FARMACOLOGICO, IN TOSCANA SI POTRA’ FARE ANCHE NEGLI AMBULATORI. UNA FRECCIATA ALL’UMBRIA LEGHISTA E OSCURANTISTA

martedì 30th, giugno 2020 / 11:01
ABORTO FARMACOLOGICO, IN TOSCANA SI POTRA’ FARE ANCHE NEGLI AMBULATORI. UNA FRECCIATA ALL’UMBRIA LEGHISTA E OSCURANTISTA
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MA IL  CONSIGLIERE SCARAMELLI FA… AUTOGOL.

FIRENZE –  Mentre sui trasporti ferroviari (alta velocità e non solo) e viabilità, alcune figure istituzionali umbre, anche se di minoranza spingono per una “connessione” stabile e rapida tra il capoluogo umbro e la Toscana, tramite l’hub ferroviario e stradale di Chiusi, su altre questioni Umbria e Toscana viaggiano su lunghezze d’onda molto diverse. E non è un caso, essendo e due regioni una a guida leghista e l’altra a guida Pd.

Una di queste questioni è l’applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, che è una legge dello Stato e attiene alla autodeterminazione e libertà di scelta della donna, ma anche alla sicurezza sanitaria. In Umbria, come è noto, la giunta della Governatrice leghista Donatella Tesei ha reso più complicato praticare l’aborto farmocologico ripristinando l’obbligo del ricovero ospedaliero per almeno 3 giorni, cosa questa che ha riportato in piazza migliaia di donne (e uomini) come non si vedeva da decenni. La Toscana invece va in direzione opposta e con una delibera approvata lunedì scorso rende possibile la somministrazione della pillola RU486 negli ambulatori preposti, cioè “anche fuori dagli ospedali”. Sarà la prima regione in Italia  in cui ciò sarà possibile.

Sembra di essere tornati ai tempi in cui l’Umbria era una roccaforte papalina e oscurantista e la Toscana una sorta di culla del potere granducale laico e illuminato…

La delibera approvata lunedì 29 giugno dalla Giunta Rossi, lunedì 29 giugno non è una risposta all’iniziativa “oscurantista” del’Umbria, viene da più lontano: è infatti la conseguenza di una risoluzione approvata il 12 maggio scorso dal consiglio regionale che aveva l’obiettivo di “garantire la piena applicazione della legge 194” ma soprattutto di un parere del consiglio sanitario regionale che risale al marzo 2014.

“Avevamo ritenuto di fare questa delibera ben prima della sciagurata decisione dell’Umbria – spiega il governatore uscente Rossi – per evitare alle donne, quando è possibile, di recarsi nei reparti di ginecologia. È inutile far soffrire le donne più di quanto già non debbano fare di fronte a decisioni non certo semplici come quella di abortire”. Poi l’attacco diretto alla propria collega umbra: “Solo chi intende punire le donne cerca di render loro le cose più difficili”.

La delibera regionale applica dunque il dettato della legge 194, risolvendo una serie di ostacoli tecnici: oltre alla tariffa ambulatoriale, si legge nell’atto, sarà fondamentale “implementare le informazioni e i riferimenti relativi al percorso di interruzione volontaria di gravidanza” e garantire “la privacy per tutto il percorso nonché adeguati setting di accoglienza”.

Come richiesto anche nella risoluzione approvata a maggio con i voti di Pd, Leu, “Toscana a Sinistra”, M5s e grillini fuoriusciti, la delibera prevede anche di assicurare consultori in tutto il territorio regionale preposti alla fase precedente e successiva all’interruzione volontaria di gravidanza proprio in base ai principi della legge 194.

Oggi solo in cinque regioni d’Italia – Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia – e fino a due settimane fa anche in Umbria, l’aborto si può praticare in day hospital. In tutto il resto del paese sono obbligatori i tre giorni di ricovero e in Sicilia la pillola RU486 non è ancora arrivata. “Noi siamo stati i primi a ordinarla dall’estero – ha concluso Rossi – la ritenevamo più appropriata rispetto all’aborto chirurgico in certe situazioni”.Tutto ciò dice Rossi “secondo una logica di integrazione territorio-ospedale.  Inoltre le Asl dovranno dare informazioni in versione multilingue e devono organizzare e adeguare i percorsi sanitari per questo progetto entro sei mesi dalla pubblicazione della delibera.

Apprezzamento per la decisione della Toscana arriva da parte di  molte associazioni femminili e femministi, ma anche dall’Associazione Luca Coscioni secondo la quale “la scelta toscana rispetta le donne, tutela il loro diritto alla salute, in ragione della libertà di scelta e della adeguatezza delle prestazioni. Un grande passo in avanti che deve, quindi, diventare un modello virtuoso da seguire per tutte le altre regioni”.

Anche il consigliere regionale Stefano Scaramelli, presidente della Commissione sanità, con un pst sul suo profilo facebook aveva plaudito all’iniziativa. Poi però quel post lo ha cancellato e rimosso.  Forse ha avuto paura di perdere consenso da parte degli ambienti cattolici, soprattutto quelli a lui molto vicini. Dopo aver incassato l’endorsement di Matteo Renzi nella sua Chiusi (“Stefano Scaramelli in questi anni ha dato una mano importante a questo territorio. Sarà sicuramente candidato alle prossime regionali. Stefano è la nostra punta di diamante a sostegno di Eugenio Giani. E avrà un ruolo importante in Giunta regionale in caso di vittoria“, ha detto l’ex premier, leader di Italia Viva), Scara deve aver pensato che in certi casi metterci la faccia, come ama dire, può essere rischioso e la ragion di partito (e il successo personale) valgono più dell’affermazione di un principio e di un atto amministrativo conseguente. Ma quel post pubblicato e poi rimosso non sarà un autogol?

m.l.

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