COME SI SALVA LA SANITA’ TERRITORIALE? FACENDO RETE E COMUNITA’ NON CON LA DITTATURA DEGLI ALGORITMI E LA PRIVATIZZAZIONE

giovedì 16th, aprile 2026 / 11:21
COME SI SALVA LA SANITA’ TERRITORIALE? FACENDO RETE E COMUNITA’ NON CON LA DITTATURA DEGLI ALGORITMI E LA PRIVATIZZAZIONE
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SULLA TESTATA ON LINE SIENA POST UNA RIFLESSIONE CHE CONDIVIDIAMO…

Il problema delle liste di attesa e della qualità delle cure, della possibilità stessa di curarsi presso strutture sanitarie pubbliche sempre più asfittiche e depauperate, spesso anche sempre più lontane dai luoghi di residenza, è senza dubbio uno dei problemi principali del vivere quotidiano delle persone. E anche uno dei temi più ricorrenti e decisivi del dibattito politico-istituzionale nei territori. Se ne parla spesso anche su queste stesse colonne, sia per quanto riguarda il sud senese sia per per quanto riguarda la vicina Umbria.

La testata on line Siena Post in un articolo recente denuncia “come la salute stia diventando un lusso digitale, un “kit di sopravvivenza” venduto a rate dove chi non rientra nei parametri del budget o dell’algoritmo viene lasciato ai margini. Il sistema vuole pazienti isolati, monitorati da remoto e dipendenti da una tecnologia che può essere spenta con un clic (il “Kill-Switch”)”. E a questo proposito conclude che “la risposta a questo assedio non è solo chiedere più fondi pubblici, ma cambiare radicalmente il paradigma della cura”. Cosa significa? Innanzitutto – scrive Siena Post – “non stiamo proponendo un ritorno al passato, ma un’evoluzione basata su successi certi”. Quanto a questa evoluzione la testata senese spiega: “Dobbiamo usare le leve legislative che già possediamo per esigere che la cura torni a essere un fatto di prossimità. Per esempio sfruttare la normativa nazionale sul Terzo Settore per creare enti no-profit gestiti dai soci per generare “casse di comunità” che finanzino prevenzione e assistenza senza sottostare alle logiche del profitto assicurativo; poi il Budget di Salute: una leva politica fondamentale che permette di finanziare un “progetto di vita” per la persona fragile, spostando le risorse dall’istituzione (l’ospedale) alla comunità (la casa, il quartiere) affinché chiedere che i fondi pubblici seguano il cittadino nelle sue reti di prossimità” .

Qui entrano in gioco modelli internazionali già sperimentati. Siena Post ne cita alcuni: “Guardiamo all’Olanda, dove il modello Buurtzorg ha dimostrato che piccoli team di infermieri di quartiere autogestiti riducono i costi del 30% aumentando la salute reale: la prova che l’autonomia locale batte la gerarchia digitale. Pensiamo alla Spagna, dove l’Urbanismo Terapeutico delle “Superilles” a Barcellona cura lo stress e le patologie respiratorie ridisegnando le piazze come spazi di vita e non di transito. E’ salute pubblica che riduce lo stress, favorisce l’incontro tra anziani e bambini, abbatte le patologie respiratorie. È la “medicina urbana” che si applica anche in Danimarca e Svezia, integrando residenze per anziani e studentati universitari per combattere la prima causa di malattia nel mondo moderno: la solitudine. È mutua assistenza pura: i giovani offrono tempo e compagnia, gli anziani offrono saggezza e stabilità, abbattendo il consumo di farmaci psicotropi. La ricostruzione dell’umano in ambito sanitario passa per figure concrete che occupano lo spazio tra il cittadino e lo Stato:

  1. i Medici della Resistenza: professionisti che mettono il giuramento di Ippocrate davanti al protocollo aziendale, partecipando a reti di assistenza extra-istituzionali;
  2. i Caregiver Diffusi: una rete di vicinato formata e supportata per gestire le cronicità, riducendo l’ospedalizzazione forzata e l’isolamento distruttivo;
  3. le Sentinelle di Comunità: volontari che intercettano il disagio sociale prima che diventi patologia clinica, agendo sulla prima difesa immunitaria di un popolo: il legame sociale”.

Secondo Siena Post si tratta dunque di applicare alla salute lo stesso modello delle CER (Comunità Energetiche), ovvero la Produzione Distribuita di Salute: Usiamo la tecnologia (telemedicina) non per sostituire il medico, ma per connettere il malato alla propria rete di supporto locale, garantendo che nessuno sia mai “scollegato” dal calore umano. La prevenzione non è un esame diagnostico annuale, ma l’organizzazione della comunità per garantire cibo sano, attività fisica e dignità abitativa. Questo perché “la vera salute non è l’assenza di malattia, ma la presenza di una comunità che non ti abbandona quando sei fragile. Se il sistema usa la fragilità per controllarti, la mutua assistenza la usa per unirti agli altri. Sconfiggere il Kill-Switch significa capire che la nostra forza non è nel database di un’assicurazione, ma nella mano di chi ci sta accanto. La democrazia inizia con un corpo sano in una comunità sovrana”. E questa ci sembra una riflessione serissima. E una “ricetta” (per restare in tema sanità), valida da società evoluta e democratica che è cosa diversa dalla jungla dove chi è più forte sopravvive e chi è più debole e indifeso soccombe o viene lasciato al suo destino.

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