VERSO LE AMMINISTRATIVE 2027 E 2028 (1): SIENA, CE LA FARA’ IL CENTRO SINISTRA A RIPRENDERSI IL COMUNE? E COME? INTERVISTA A IVANO ZEPPI
Nel 2027 e 2028 alcuni comuni della provincia di Siena andranno al voto per le amministrative. Siena, il capoluogo, nel 2028; Chiusi, Sarteano, Trequanda, Montalcino e Monticiano nella primavera del 2027. Probabilmente insieme alla Politiche. Cioè fra meno di un anno. Proviamo a vedere e capire quale è il quadro politico che si profila nelle varie realtà chiamate all’appuntamento con le urne, anche interpellando figure che per vari motivi e a vario titolo sono “persone informate sui fatti”, come si suol dire in campo giudiziario. In questo caso parliamo di politica e di amministrazioni locali, di possibili alleanze e coalizioni, di scenari economici e sociali. Cominciamo con il comune più importante e anche quello con la scadenza elettorale più lontana: Siena. Lo facciamo con una intervista a Ivano Zeppi, firma della testata on line Siena Post, con un passato politico “di lungo corso”, nella sinistra senese, dai tempi del Pci, negli anni ’70, quando di trasferì nella città del palio da Chianciano, al Pds-Ds fino al Pd, con esperienze significative anche nel mondo cooperativo e nella società civile.
Verso il 2027 e il 2028. Ivano Zeppi, prima delle comunali ci saranno le politiche, ma il confronto sul futuro di Siena è già iniziato. Le recenti elezioni amministrative hanno lasciato qualche messaggio anche a Siena? Osservando da lontano, cioè dalla provincia profonda, si ha la sensazione che, pur mancando ancora due anni alle comunali, qualcosa si stia già muovendo.
Tutto vero. La preparazione si avverte su entrambi i fronti e non solo. Le recenti elezioni hanno parlato a tutti e con riflessioni diverse. Ma prima del 2028 ci sono le politiche del 2027. Ancora acqua sotto i ponti ne deve passare. Tuttavia è evidente che il confronto sul futuro della città è già iniziato e che molti soggetti stanno ragionando sulle prospettive dei prossimi anni.
Le amministrative hanno mostrato che gli elettori tendono a premiare chi appare più credibile piuttosto che chi semplicemente appartiene a uno schieramento. È una lezione che vale anche per Siena?
Credo di sì. Oggi i cittadini valutano sempre di più la capacità di interpretare i problemi concreti e di offrire prospettive realistiche. Le appartenenze continuano a contare, ma non bastano più da sole a determinare il consenso.
Guardando al quadro senese, hai la sensazione che esista già un’alternativa riconoscibile al centrodestra oppure siamo ancora in una fase di ricerca?
Direi che siamo ancora in una fase di costruzione. Esistono sensibilità, energie e percorsi diversi, ma una vera proposta alternativa richiede un lavoro più profondo e una maggiore capacità di convergenza.
Molti attribuiscono la fine della lunga stagione di governo del centrosinistra esclusivamente alla crisi della Banca Monte dei Paschi. Come se fosse crollata la base su cui poggiava tutto il castello… È una spiegazione sufficiente?
No. Sarebbe troppo semplice. Quella vicenda ha avuto certamente un peso enorme, ma penso che le ragioni siano più articolate. Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato sottovalutare ciò che il sistema Monte dei Paschi – la Fondazione in particolare – ha rappresentato per Siena. Un modello economico, qualcuno dice di potere, che ha gestito risorse straordinarie, distribuendole in molti ambiti della vita cittadina. Quel modello ha prodotto risultati importanti, ma ha anche finito per ridurre la spinta all’innovazione, all’autonomia economica e alla crescita di un tessuto imprenditoriale più indipendente. Quando quelle risorse sono venute meno, la città si è trovata più fragile di quanto immaginasse. A quel punto sono emersi anche limiti politici, amministrativi e strategici che si erano accumulati nel tempo. Siena stava già cambiando e probabilmente non sempre la politica è riuscita a interpretare per tempo quei cambiamenti. Quando una comunità percepisce una distanza crescente tra la propria realtà quotidiana e chi la rappresenta, prima o poi il consenso si modifica.
Quali trasformazioni sono state comprese meno?
Penso ai cambiamenti demografici, economici e sociali. Al diverso ruolo dell’università, alla trasformazione del lavoro, ai mutamenti del commercio, all’invecchiamento della popolazione, alle nuove esigenze delle giovani generazioni. Sono processi che hanno modificato profondamente la città e il territorio. E sono iniziati prima del 2008-2010.
Nel frattempo il centrodestra arriverà al voto dopo due mandati consecutivi al governo della città. Quanto conta la debolezza dell’avversario e quanto invece i meriti di chi governa?
Le due cose non sono separabili. Sicuramente il centrodestra ha trovato spazio dentro una crisi politica che non aveva costruito lui. Ma sarebbe sbagliato pensare che tutto si spieghi con le difficoltà degli altri. Una parte dell’elettorato riconosce anche aspetti positivi nell’azione amministrativa e nei rapporti istituzionali costruiti in questi anni. Chi vuole competere deve partire da una lettura realistica della situazione.
Nel centrodestra, però, non tutto è rimasto uguale rispetto al 2018 quando a veleggiare era la Lega di Salvini. Oggi Fratelli d’Italia occupa una posizione centrale negli equilibri della coalizione. È una percezione corretta?
È difficile negare che negli ultimi anni Fratelli d’Italia abbia rafforzato il proprio ruolo sia a livello nazionale sia nei territori. Questo inevitabilmente produce effetti anche sugli equilibri locali e sul modo in cui il centrodestra costruisce le proprie scelte politiche e amministrative. Il centrodestra di oggi non è quello del 2018. Sono cambiati gli equilibri interni, sono cambiate alcune leadership e si sono consolidati rapporti istituzionali che allora non esistevano. È un processo che merita di essere osservato con attenzione.
La crescita di Fratelli d’Italia coincide però con una fase più complessa per altre forze della coalizione. Come vedi il ruolo di Lega e Forza Italia da qui al 2028?
Ogni partito attraversa fasi diverse. Oggi è evidente che alcuni soggetti stanno vivendo una stagione meno espansiva rispetto al passato. La questione sarà capire se riusciranno a ridefinire una propria funzione politica autonoma oppure se assisteremo a una progressiva concentrazione del consenso attorno al partito dominante della coalizione. Dovremo capire meglio gli esiti locali del movimento di Vannacci…
Questo processo rischia di modificare anche la natura stessa del centrodestra senese?
Può modificarne gli equilibri e le modalità di rappresentanza. Quando i rapporti di forza cambiano in modo significativo, si aprono inevitabilmente riflessioni sul peso delle diverse componenti e sulla costruzione delle future classi dirigenti.
Accanto ai partiti, però, nel centrodestra sono cresciute anche esperienze civiche che hanno avuto un ruolo importante negli ultimi anni. Che spazio avranno nella costruzione della coalizione in vista del 2028?
Credo che sarebbe un errore guardare soltanto ai rapporti di forza tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Una parte della tenuta del centrodestra deriva anche dalla presenza di soggetti civici che negli anni hanno costruito consenso proprio. Sena Civitas ha dimostrato una significativa capacità di aggregazione in settori dell’elettorato che non si riconoscono necessariamente nei partiti tradizionali. Lo stesso vale per l’area di Siena Ideale e per la lista del Sindaco, che continuano a rappresentare un punto di riferimento per una parte della società cittadina. Se guardiamo al centrodestra senese nel suo complesso vediamo quindi non soltanto una coalizione di partiti, ma un sistema più articolato nel quale componenti politiche e componenti civiche concorrono alla costruzione del consenso.
Quindi anche nel campo di governo potrebbe aprirsi una discussione sugli equilibri futuri?
Credo sia inevitabile. Quando ci si avvicina a una scadenza importante come quella del 2028, tutte le forze politiche iniziano a interrogarsi sul proprio ruolo, sulla propria rappresentanza e sul contributo che intendono dare alla coalizione.
Se guardiamo invece all’intero panorama cittadino, sembra che molti soggetti stiano ridefinendo la propria collocazione: partiti, movimenti, liste civiche. È una semplice preparazione elettorale o c’è qualcosa di più profondo?
Credo ci sia qualcosa di più profondo. Siena sta attraversando una fase nella quale molte forme tradizionali di rappresentanza mostrano limiti evidenti e, allo stesso tempo, emergono nuove domande politiche e civiche. Per questo vediamo movimenti, associazioni, gruppi civici e realtà organizzate cercare nuovi spazi di partecipazione e di proposta. Basta guardare al Movimento Cinque Stelle, ad Avs. E anche ad altri.
In altre parole, il tema non è soltanto chi guiderà le coalizioni ma anche chi rappresenterà pezzi di società che oggi non si riconoscono pienamente nei partiti?
È una sfida che riguarda tutti gli schieramenti. Chi riuscirà a interpretare meglio queste domande avrà probabilmente un vantaggio importante nei prossimi anni.
Questo significa che l’opposizione non può limitarsi alla critica…
Esattamente. Le persone non chiedono soltanto cosa non funziona. Vogliono sapere cosa si propone in alternativa e perché quella proposta dovrebbe essere migliore.
Da anni si parla di campo largo. A Siena siamo davanti a una prospettiva concreta oppure a una formula che funziona più nei dibattiti politici che nella realtà?
Le formule da sole non bastano mai. Ogni territorio ha la propria storia e le proprie dinamiche. Le alleanze non nascono per decreto e nemmeno per definizione. Hanno bisogno di contenuti, fiducia e obiettivi condivisi.
Guardando alla realtà cittadina, esistono soggetti diversi che si muovono all’opposizione e con un orientamento progressista: il Partito Democratico, Avs, Siena Sostenibile, Per Siena, l’area civica che si riconosce in Pierluigi Piccini, il Movimento 5 Stelle, oltre a molte realtà associative e civiche. Oggi questi mondi si parlano davvero? Il rapporto tra il Partito Democratico e i mondi civici resta uno dei temi più discussi. È una relazione matura oppure ci sono ancora diffidenze reciproche?
Probabilmente, esistono dialoghi, confronti e interlocuzioni – a volte semplici volontà – ma non credo che si possa parlare in nessun caso di un percorso compiuto. Ci sono storie differenti, sensibilità diverse e anche valutazioni non sempre coincidenti su ciò che è accaduto negli ultimi anni. Proprio per questo – a chi volesse lavorare in una tale direzione – servirà un lavoro politico serio e paziente.
Quale sarà il principale ostacolo che dovrà superare chi volesse incamminarsi in una tale direzione?
Mi verrebbe da dire il passato… Ma no, non solo… Probabilmente la convinzione che basti mettere insieme sigle e persone per costruire automaticamente una proposta di governo. Non funziona così. Prima bisogna costruire un terreno comune e una prospettiva condivisa.
Quindi il problema non è solo organizzativo, ma anche culturale e politico. In una parola “di pensiero”…
Direi soprattutto politico. Le coalizioni funzionano quando esiste una visione che le tiene insieme. Se manca quella, gli accordi rischiano di essere fragili. Le diffidenze non si cancellano dall’oggi al domani. In politica la fiducia si costruisce nel tempo. Però credo che esista una consapevolezza crescente della necessità di confrontarsi e di trovare punti di incontro su obiettivi concreti. L’esempio concreto lo abbiamo sotto gli occhi: è ciò che è successo a Chiusi, dove il campo largo fu varato nel 2021, prima che a livello regionale e nazionale, ma è durato pochissimo, perché il cemento era scarso…
Che ruolo possono avere le realtà civiche?
Un ruolo importante. Siena ha sempre espresso esperienze civiche significative. Possono contribuire con idee, competenze e punti di vista che arricchiscono il dibattito pubblico. Naturalmente anche il civismo è chiamato a misurarsi con la responsabilità delle scelte e delle proposte.
Se domani convocassero attorno a un tavolo tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa, quale sarebbe la prima domanda che porresti?
Chiederei quale idea abbiamo della Siena dei prossimi dieci o quindici anni. Perché è da lì che bisogna partire.
Questa è forse la questione più importante. Quale rischio vedi nel dibattito cittadino attuale?
Che ci si concentri troppo sulle singole vicende e troppo poco sulla direzione complessiva. Una città deve sapere dove vuole andare. Altrimenti rischia di affrontare ogni problema separatamente senza costruire una prospettiva generale.
Che cosa dovrebbe contenere questa riflessione sul futuro?
Molti temi: il rapporto tra città e territorio, il sistema della mobilità, l’accesso alla casa, la capacità di trattenere giovani e competenze, il ruolo dell’università, della sanità, della ricerca, dell’innovazione, dello sviluppo economico e della reindustrializzazione, delle infrastrutture materiali e immateriali. Sono questioni che non possono essere affrontate in modo isolato.
Hai l’impressione che Siena ragioni ancora troppo dentro i propri confini amministrativi?
In parte sì. Oggi nessuna città può pensarsi da sola. Siena svolge funzioni che vanno ben oltre i propri confini e deve confrontarsi con una dimensione territoriale più ampia. Le relazioni con i comuni vicini, con la Toscana centrale e con il resto della regione saranno sempre più decisive.
La sfida demografica quanto pesa nelle prospettive future?
Moltissimo. L’invecchiamento della popolazione, la riduzione delle nascite e la difficoltà di attrarre e trattenere giovani rappresentano questioni centrali. Da queste dipendono anche molti altri temi: il lavoro, i servizi, la scuola, la casa e lo sviluppo economico.
A proposito di casa: è diventata una questione politica sottovalutata?
Per molti anni forse sì. Oggi invece è evidente che riguarda il futuro stesso della città. Se studenti, giovani lavoratori, ricercatori e famiglie incontrano difficoltà crescenti nell’abitare Siena, il problema non è soltanto sociale ma strategico.
Un altro tema ricorrente è quello della capacità di trattenere talenti e competenze.
È una sfida decisiva. Siena continua a formare persone di grande qualità, ma spesso fatica a offrire opportunità adeguate per trattenerle. Rafforzare il rapporto tra formazione, ricerca, innovazione e sistema produttivo sarà fondamentale.
Sanità, università e scienze della vita continuano a rappresentare una delle principali risorse del territorio?
Assolutamente sì. Sono patrimoni che non devono essere considerati compartimenti separati ma elementi di un’unica strategia di sviluppo e qualificazione del territorio.
Arriviamo al tema della leadership. Molti sostengono che sia presto per parlare di candidati. Ma senza figure riconoscibili è difficile anche costruire un progetto…
Le due dimensioni devono procedere insieme. Sarebbe un errore ridurre tutto ai nomi, ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il tema della leadership possa essere affrontato soltanto all’ultimo momento. Le persone contano, soprattutto quando devono rappresentare sintesi politiche e civiche complesse.
Il futuro candidato dovrà necessariamente provenire dai partiti?
Non credo che questo sia il punto decisivo. Conta la capacità di rappresentare un progetto credibile, di costruire consenso e di tenere insieme sensibilità diverse. Le provenienze possono essere differenti.
Guardando al 2028, l’obiettivo di chi vuole contendere Palazzo Pubblico al centrodestra deve essere arrivare competitivo al primo turno oppure costruire una strategia che guarda soprattutto al ballottaggio?
Credo che una coalizione debba presentarsi agli elettori con la massima chiarezza possibile fin dall’inizio. Più sono chiari il progetto, il perimetro politico e gli obiettivi, maggiore è la credibilità della proposta.
In definitiva, quale sarà il vero terreno sul quale si giocherà la partita del 2028?
Non credo sarà soltanto un giudizio sull’amministrazione uscente. Penso che la questione decisiva sarà la capacità di offrire una visione convincente del futuro di Siena e del suo territorio. È su questo che si misureranno tutte le forze politiche e civiche nei prossimi anni.
M.L.









Discorsi giusti che tracciano una immafgine di ciò che è Siena anche e soprattutto nella realtà regionale e nazionale che la circonda. Resta comunque un discorso quello dell’intervista prettamente teorico-politico che afferma i ruoli che dovranno essere importanti per quella che avrà una società composita come quella senese nel futuro. Le sue sorti,fermo restando l’immagine della fotografia politico-sociale che è stata fatta, si trova di fronte a controbattere un nemico che non si è quasi mai fatto nella propria storia tali riflessioni interne e che quelle che ha fatto le ha fatte e prodotte in forza di come sia cambiata la società all’intorno ( e non è poco il suo adeguamento a tutto questo ) ma che ha agito con le forze di pancia per arrivare a scalzare un governo in carica da decenni e decenni.Segno è che la società che abbiamo intorno corrisponda a sollecitazioni che sono intrise perlopiù di ”Pancia” risentendo anche di tendenze nazionali all’esclusione delle valutazioni politiche e sociali e soprattutto psicologiche che ha avuto di fronte. Credo sia molto difficile rispondere a questa sfida con i tempi che corrono e che hanno un segno ben preciso a codesta forza, perchè la disaffezione politica è l’elemento quasi prevalente di massa e la causa non è senese ma di ”sistema”. Ecco perchè credo che occorra una presa di coscenza su questo e senza indugiare all’interno della sinistra occorra una visione chiara ed anche talvolta ”tagliata con l’accetta” come si suol dire sui bisogni della gente, che non obbedisce più alle lunghe tiritele ed analisi dei politici vecchio corso ma che necessita di una forte revisione di quei principi che alla lunga si basino sulla irrinunciabilità dei bisogni della popolazione e tutto questo condotto in una modalità esente da servilismi, spinte individuali ma affrontata con lo spirito e la conoscenza che i problemi che si ha di fronte siano sociali e se non si dà una risposta a questi la sinistra è destinata ad estinguersi come la fiamma di una candela che ha terminato la cera su cui brucia. tutto questo, tradotto in parole semplici vuol dire di non rinunciare ad una visione onnicomprendsiva e valoriale ma di avere il coraggio di parlare alla gente ed al popolo della sinistra in generale con i fatti della ”fondamentalità” vista ed intesa non come estremizzazione delle dinamiche sociali ma come strategia per la soddisfazione dei bisogni delle classi meno abbienti. Questo non è tanto un messaggio rivolto all’organizzazione politiche dei vertici provinciali ma vale la stessa moneta anche rivolta a quelli regionali e nazionali.Senza questo punto di riferimento i bisogni irrinunciabili saranno conculcati sempre di più ed invece se si vuole avere una strategia vincente occorre stanare i meccanismi che hanno causato l’intorpidimento di una classe politica che fino ad oggi ha galleggiato sui traguardi conquistati negli anni 60 e 70, Monte dei Paschi si siena compreso. la disaffezione si deve capire che fondamentalmente nasce dai bisogni non soddisfatti e dalla prevalenza della spezzettatura di quelle istanze che non legate assiene non hanno più avuto il peso materiale per raggiungere i traguardi di cui solo a parole si è parlato.Ed anche questo, è un fatto certamente ”cultural-policico”. ecco perchè c’è bisogno di cambiare repentinamente strada, ma la strada si cambia con i fatti e prima di addivenire ai fatti sono le parole chiare ad avere la prevalenza e tali devono essere diversamente ci si rigira nelle pastoie che nulla alla fine producono.Fin’ora questo non è successo mai,perchè ci si è rigirati più volte impasandosi sopra le parole ed è un problema anche di individui che formano la classe politica,individui spesso che la politica ha prodotto senza la cultura politica necessaria e quando si arriva a questo l’autocritica sempre necessaria si allontana a prende la forma delle parole senza tradursi in fatti. E’ il veleno che porta alla sconfitta.