DUE CRISI AZIENDALI, UNA SULL’AMIATA E UNA IN VALNESTORE: CENTINAIA DI POSTI A RISCHIO E L’EMARGINAZIONE DIETRO L’ANGOLO

DUE CRISI AZIENDALI, UNA SULL’AMIATA E UNA IN VALNESTORE: CENTINAIA DI POSTI A RISCHIO E L’EMARGINAZIONE DIETRO L’ANGOLO
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La situazione internazionale ci sta portando indietro nel tempo. Solo che non è un film. La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran con il conseguente blocco dello stretto di Ormuz evoca scenari impensabili e momenti difficili vissuti più di 50 anni fa, come la crisi energetica del 1973, con le domeniche a piedi, la circolazione a targhe alterne, la gente che andava in giro coi pattini, le biciclette e le carrozzelle coi cavalli per non sprecare benzina e gasolio… e per non darla vinta ai prezzi alle stelle.  E anche sul fronte del lavoro emergono qua e là, anche in periferia, anche nei nostri territori, situazioni di crisi a cui non eravamo più abituati: dismissioni, chiusure, delocalizzazioni che mettono a rischio decine e decine di posti di lavoro e rischiano di creare contraccolpi seri ad economie locali già duramente provate e dal punto di vista produttivo ridotte al lumicino. In questi ultimi giorni per esempio nel sud senese e nella contigua Val Nestore in Umbria sono esplosi i casi della della società CESAR che ha deciso di chiudere il sito logistico di Piancastagnaio, sul Monte Amiata e quello della STF Loterios (ex Coifer) di Fontignano, che è già comune di Perugia, ma a una manciata di km da Tavernelle.

Il sito della Cesar (ex Logimer) è quello che gestisce la logistica della catena “Acqua & Sapone” che ha magazzini e punti vendita in tutta Italia dalle Alpi alla Sicilia (circa 1.000, di cui 51 in Toscana, 32 in Umbria…) e la Cesar ha deciso, per motivi di strategia, non dettati da difficoltà economiche o finanziarie, di chiudere il magazzino di Piancastagnaio, che occupa 56 dipendenti, per lo più di Radicofani, e la cosa sta destando forti preoccupazioni anche nelle istituzioni locali e provinciali. Il centro destra ha portato la questione in parlamento… Una questione che riguarda certamente il futuro dei lavoratori e di un punto importante del tessuto economico dell’area, ma anche aspetti urbanistici e di uso del territorio.

Sono una 50ina le maestranze a rischio anche alla ex Coifer di Fontignano, lavoratori che martedì hanno incrociato le braccia. L’azienda produce sistemi di aspirazione per turbine a gas e scambio termico molto legate alle centrali Enel e non solo. Fa parte di quel tessuto industriale nato e cresciuto nella seconda metà del ‘900 intorno alla centrale ENEL di Pietrafitta. Lo sciopero è stato proclamato per protestare contro una situazione aziendale definita “estremamente critica”. I lavoratori chiedono un piano industriale concreto e immediato per affrontare le crescenti difficoltà finanziarie, le commesse non completate e la perdita di competitività sul mercato. La preoccupante crisi di questa azienda si staglia tutta dentro quel disfacimento economico, sociale, occupazionale, del territorio della Val Nestore, che ha visto praticamente dissolversi nell’ultimo quindicennio gran parte del suo distretto industriale. Lo sciopero è stato indetto in modo unitario da tutte le tre sigle sindacali ed ha visto la partecipazione totale di tutte le maestranze. STF Loterios è la nuova denominazione di STF Balcke-Dürr srl, adottata all’inizio dell’anno dopo la cessione, avvenuta a fine 2022, da parte di una holding tedesca controllata dal gruppo portoghese Ibisco Investments. Ovviamente a seguito di questo susseguirsi di società, si è potuto assistere ad una vorticosa girandola di Amministratori Delegati. Al presidio davanti ai cancelli c’erano anche tutte le autorità istituzionali di maggioranza, quindi i sindaci di Panicale Cherubini, di Piegaro Ferricelli, il consigliere comunale di Perugia Ragni, il consigliere regionale Ricci, i due assessori Regionali: Meloni e De Rebotti. Della minoranza politica di Centrodestra nessuno. Una assenza che tutti hanno notato.

“Lo sciopero rappresenta – fanno sapere si sindacati – un momento decisivo per scongiurare il rischio di declino e rilanciare l’azienda, tutelando i posti di lavoro e le competenze professionali. Il sito di Fontignano opera infatti con clienti di primo piano, come Baker Hughes (Nuovo Pignone) e General Electric, nel settore della produzione di camere filtri per il mercato oil & gas, realtà che continuano a riconoscere il valore del sito produttivo umbro”. “La crisi – è quanto hanno affermato i sindacalisti presenti – si è fatta sentire a partire dalla seconda metà del 2025, in seguito alla cancellazione di alcuni ordini da parte di clienti acquisiti a metà 2024. In precedenza, tali commesse avevano richiesto il ricorso a straordinari e al supporto di fornitori esterni. Tuttavia, non sono seguite risposte efficaci, determinando un progressivo peggioramento economico e una perdita di quote di mercato in un settore ancora potenzialmente redditizio”.

Negli ultimi mesi si sono susseguiti diversi eventi significativi: uno sciopero già proclamato a novembre, l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo e la richiesta di cassa integrazione straordinaria. Nonostante ciò, non sono stati messi in campo interventi concreti per risolvere i problemi produttivi. Insomma un tentativo di scontro frontale con le maestranze a cui non si riesce a dare una giustificazione. A questa situazione si aggiungono evidenti criticità gestionali, caratterizzate da una forte instabilità ai vertici, con il susseguirsi di cinque amministratori delegati in pochi anni. Inoltre, all’inizio del 2026 si è verificato un ulteriore cambio di proprietà: l’attuale proprietario è IBISCO INVESTMENTS ITALIA SRL, e non più C Capital srl. Mesi di trattative senza mai raggiungere un’intesa, ricordano i sindacati, che potesse dare una prospettiva di futuro ad una azienda che pure ne avrebbe. Precisamente l’azienda non si trova in uno stato di mancanza delle commesse, tutt’altro. Così come non avrebbe problemi particolari sotto il profilo finanziario. Di commesse ne ha molte e i clienti, come appunto Enel, hanno già pagato il materiale necessario per la costruzione delle turbine, questi i ragionamenti di molti dipendenti. Insomma un lavoro sicuro, nessun capitale da anticipare, una situazione nella quale molte aziende vorrebbero ritrovarsi. Dunque cosa si nasconde dietro a questo comportamento aziendale? Gli operai temono che ci sia dietro una strategia che punti alla chiusura dello stabilimento. Il sospetto nasce dal fatto che l’azienda non si troverebbe in uno stato finanziario precario. Non solo, ha ricevuto da gruppi industriali assai importanti proposte di acquisto dello stabilimento, ma dalla proprietà nessuna disponibilità a cedere l’azienda. Davanti ai cancelli, qualcuno parlava di “ragioni inconfessabili”, ovvero di giochi tra cordate sulla pelle dei lavoratori. Qualcuno faceva notare che la proprietà con sede a Dubai ha anche altri gruppi industriali che producono gli stessi manufatti, magari situati in territori meglio serviti in fatto di infrastrutture viarie, più comodi e con manodopera a costi minori.

Ancora una volta torna in ballo la storia della mancata infrastrutturazione viaria del territorio della Val Nestore. D’altra parte, si sa, le multinazionali non vanno troppo per il sottile e ragionano cinicamente sempre e solo sulla base del proprio tornaconto.  La riprova sta in ciò che è successo in Valnestore.  Centinai di posti di lavoro cancellati in pochi anni in nome del profitto e della delocalizzazione degli stabilimenti, spostati in quei paesi emergenti dove ancora è assai diffuso lo schiavismo.

Intanto alla ex Coifer visto il perdurare dell’incertezza, molti tecnici, operai assai specializzati si sono orientati verso altre aziende, così che l’azienda ora si trova persino impoverita di tutte quelle professionalità e competenze di cui un tempo disponeva.  L’assessore regionale De Rebotti ha dichiarato che ha avuto un incontro attraverso video conferenza con l’A.D. Pier Carlo Aliprandi, che ha firmato il vecchi bilancio, ma all’indomani dell’incontro questi si è dimesso. E qui sta tutta la impalpabilità di queste aziende. Anche l’assessore regionale all’agricoltura e turismo Simona Meloni ha voluto portare il suo contributo. Ricordando un fatto se si vuole più familiare, ovvero che suo padre ha lavorato per ben 40 anni nell’azienda in questione.  E ha sottolineato come anche questa azienda sia un puzzle di “scatole cinesi”, un susseguirsi di A.D. e prospettive sempre più volatili. Le commesse non mancano, l’azienda produce prodotti qualificati, eppure esplode la crisi… Un film visto purtroppo molte volte. E che probabilmente avrà lo stesso finale: un’altra chiusura che impoverirà ulteriormente socialmente ed economicamente, un territorio come quello della Val Nestore che sta sprofondando nell’emarginazione.

Certo, con uno sbocco rapido ed efficace verso il nodo ferroviario e stradale di Chiusi (15 km) e da lì verso il casello di Fabro (20 km da Chiusi), la zona potrebbe riacquisire appeal anche per investimenti produttivi. Senza è come parlare del nulla.

In Regione la questione della Perugia-Chiusi è tornata di attualità, il tavolo tecnico interregionale Umbro-toscano sui trasporti ferroviari lanciato il 7 marzo a Chiusi ha cominciato a muovere i primi passi, ma sono passi lenti. E ancora incerti. Serve un’accelerata perché il terreno sta franando sotto i piedi e i territori si impoveriscono. Per inciso: il nodo ferroviario, autostradale e stradale di Chiusi è fondamentale anche per la zona dell’Amiata e Val di Paglia, quella interessata dalla crisi del sito logistico Acqua & Sapone che dista una quarantina di km. Il sindaco di Abbadia San Salvatore lo disse forte e chiaro al convegno del 7 marzo al Palasport chiusino. Così come lo disse il sindaco di Panicale Cherubini.

Renato Casaioli e Marco Lorenzoni

 

Nella foto: maestranze ex Coifer a Fontignano (Pg), durante lo sciopero di martedi 14

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