AFFINCHE’ JULIAN ASSANGE NON FACCIA LA FINE DI NAVALNY. E RICORDIAMOCI DI GRAMSCI

martedì 20th, febbraio 2024 / 10:42
AFFINCHE’ JULIAN ASSANGE NON FACCIA LA FINE DI NAVALNY. E RICORDIAMOCI DI GRAMSCI
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Antonio Gramsci aveva la stessa età di Alexei Navalny quando morì in una clinica romana, dove era stato ricoverato in libertà vigilata, dopo quasi 10 anni di carcere decretati dal regime fascista. Tutto il mondo, non solo i comunisti, ha sempre considerato la morte di Gramsci un “omicidio politico”, più precisamente un omicidio di Stato. “Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno 20 anni” disse il PM al processone del 1928… Gramsci fu neutralizzato e messo in condizioni di non nuocere da un regime dittatoriale che tra il 1924 e il ’26 aveva già fatto ammazzare Matteotti e picchiare a sangue Piero Gobetti che poi morì anche lui a soli 25 anni. Gramsci, Matteotti e Gobetti erano oppositori del regime.

Anche Navalny, pur non essendo come statura intellettuale e politica né Gramsci, né Matteotti, né Gobetti, era un oppositore del regime del suo paese ed era stato “neutralizzato” con la carcerazione. In un penitenziario situato quasi al polo nord.

Così come nessuno pensa che Antonio Gramsci sia morto perché era semplcemente cagionevole di salute e Gobetti per un colpo di freddo, è naturale pensare che anche la morte di Navalny sia una morte indotta dalle condizioni in cui si trovava, quindi sia di fatto un omicidio di Stato. Al di là delle posizioni politiche di Navalny, è altrettanto evidente che il regime di Putin in Russia somigli molto soprattutto nei metodi di repressione del dissenso, al regime mussoliniano nell’Italia degli anni ’20-’30.

Quindi giusto protestare, fare fiaccolate per ricordare il sacrificio, verrebbe da dire il “martirio”. di Navalny, perché i dissidenti non si mettono in carcere e non si uccidono. Questo accade nelle dittature e le dittature non vanno mai bene.

Detto questo però, dovremmo avere la stessa attenzione, dovremmo mostrare lo stesso sdegno e la stessa rabbia, per gli omicidi di stato e i casi di repressione del dissenso che avvengono nel nostro Paese e nelle cosiddette democrazie occidentali.

In un articolo di due giorni fa citavamo il caso di Aldo Bianzino, arrestato perché trovato in possesso di alcune piantine di marijuana e morto nel carcere di Perugia, probabilmente in seguito a percosse. A Perugia, non a Caracas… Un cittadino morto mentre era sotto la custodia dello Stato, con diversi lividi sul corpo. Anche quello fu un omicidio di Stato. O no? In carcere non si dovrebbe, ma si muore. Anche da noi.

Oggi l’Alta Corte di Giustizia di Londra dovrà decidere sull’appello contro l’estradizione negli Usa di Julian Assange. Assange è in carcere in Gran Bretagna per aver rivelato notizie e rapporti “secretati” relativi ad azion e crimini di guerra nei conflitti guidati dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Anche Assange è un “prigioniero politico”, perché non ha commeso altri crimini se non quello di rendere pubblici dei file scomodi. In questo caso non si può parlare di omicidio di Stato perché Assange per fortuna non è morto. Ma se dovesse essere estradato rischierebbe parecchio. Ne è convinta la moglie Stella: «Oggi e domani si decide in sostanza se egli vivrà o morrà», ha dichiarato alla vigilia delle due udienze all’alta corte. “Julian non sopravvivrà a un’eventuale conferma del via libera al trasferimento negli Usa”, ha detto ancora, paventando che il giornalista possa prima o poi morire in carcere. Come Navalny.

Sempre secondo quanto riferisce la moglie, il giornalista australiano sarebbe in condizioni di salute fisica e mentale sempre più precarie dopo quasi cinque anni di detenzione in isolamento nel carcere di massima sicurezza londinese di Belmarsh, dove è  rinchiuso in attesa del responso sull’estradizione, malgrado nel Regno Unito da tempo non abbia più alcuna pendenza penale.

Insomma chi ha partecipato ieri alla fiaccolata per ricordare Navalny dovrebbe, come minimo farne un’altra oggi per non far estradare Assange negli Stati Uniti, dove rischia una pena di 175 anni di carcere sulla base di una legge del 1917, mai applicata, per un reato di opinione (perché di questo si tratta).

Nel caso Assange ci sono di mezzo Usa e Gran Bretagna. Non la Russia dell’autocrate Putin. E dovremmo tutti fare una fiaccolata al giorno per fermare i massacri, in Ucraina e in Medio Oriente, dove l’esercito dello Stato democratico di Israele sta compiendo un vero e proprio genocidio dei civili palestinesi con deportazioni, affamamento della popolazione, blocco degli aiuti umanitari e attacchi anche agli ospedali (tre giorni fa 5 civili son morti perché durante l’operazione militare israeliana in un ospedale a Rafah, è saltata la corrente elettrica e i respiratori e altri macchinari medici cui essi erano attaccati sono andati fuori uso: vittime collaterali. O… omicidi di stato?).

Protestiamo dunque. Facciamo sentire la voce del dissenso rispetto alle prevaricazioni, alla violenza dei regimi autoritari e del potere costituito, che non di rado esagera con le manette, i manganelli, le celle di isolamento, i processi alle opinioni, anche nei Paesi democratici. Ma facciamolo sempre, non a senso unico. Se no la protesta diventa propaganda.

m.l.

 

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