IL GIORNO CHE UCCISERO FALCONE E MOLTE SPERANZE

sabato 23rd, maggio 2020 / 17:13
in Cronaca
IL GIORNO CHE UCCISERO FALCONE E MOLTE SPERANZE
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CHIUSI – Me lo ricordo bene il 23 maggio del ’92. Stavamo preparando una cena di compleanno a casa di un’amica, eravamo una decina, saranno state le 18 del pomeriggio, quando la tv diede la notizia dell’attentato di Capaci. Della strage che eliminò Giovanni Falcone, sua moglie, il giudice Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta. Per la prima volta capimmo che la mafia aveva alzato il tiro, colpendo il bersaglio grosso. E aveva dichiarato guerra allo Stato. Lo aveva fatto in maniera plateale, nella maniera più plateale ed eclatante possibile, usando una quantità di tritolo che poteva affondare un transatlantico e distrusse un’autostrada. Nessuna possibilità che il bersaglio potesse uscirne vivo. La mafia per la verità aveva già colpito mlto in alto uccidente il generale Dalla Chiesa e il deputato Pci Pio La torre e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Ma con Falcone aveva ucciso il cacciatore.

Personalmente ebbi la stessa identica sensazione di gelo nelle ossa, che avvertii alla notizia della bomba alla stazione di Bologna nel 1980. E anche quando, a 18 anni, sentii che i fascisti una bomba l’avevano messa e fatta esplodere alla casa del Popolo di Moiano, nel ’74.  In tutti e tre i casi la sensazione precisa fu quella di un salto di qualità nell’assalto al cuore dello Stato da parte di poteri eversivi.

Anche per il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro, la sensazione fu simile, ma lì eravamo in qualche modo già preparati, quella fu un’azione e una vicenda che seguiva ad altre. Era anche Moro un bersaglio grosso, ma quella era una guerra dichiarata da tempo. E in corso da tempo.

L’attentato di Capaci fu un tuono improvviso. Anche quello per alcuni era nel’aria, ma non per tutti.  Quella strage fece capire a tutti, in mondovisione, che la mafia aveva voluto vendicarsi del maxiprocesso e che voleva dettare le sue regole, che con lo Stato voleva trattare ma alle sue condizioni.

Si capì subito, dalle immagini di quell’autostrada sventrata, trasmesse dai Tg, che la delegittimazione di Falcone, di cui lui stesso aveva parlato dicendo “mi hanno delegittimato, ora mi ammazzeranno”, lo aveva esposto al rischio più alto, aveva dato un segnale di via libera ai mafiosi.

E non a caso dopo due mesi fu ucciso anche l’alter ego di Falcone, Paolo Borsellino. E nel 1993 ci furono gli attentati di Roma e Firenze, con altri morti, altro sangue. Su primapagina uscimmo con una copertina nera, che fece il giro d’Italia e molte testate la ripresero… “Per non offrire eco visivo agli autori delle stragi”.

ll tritolo di Capaci, quello che poi uccise Borsellino, quello di via dei Georgofili a Firenze era una partita unica… Oltre ad uccidere delle persone e dei simboli dell’antimafia, quelle esplosioni uccisero anche molte speranze.

Ieri sera alla vigilia della ricorrenza della strage di Capaci, la Rai ha mandato in onda una fiction su Felicita Impastato, la madre di Peppino Impastato, ucciso anche lui dalla mafia il 9 maggio del ’78. Lo stesso giorno in cui le Br uccisero e fecero ritrovare il cadavere di Moro.

Ricordo bene anche quel giorno (ne ho parlato nel mio libello “Il Vortice, Del Bucchia Editore, 2014). A Chiusi (come ovunque) la notizia dell’uccisione di Peppino, che era un giovane militante di sinistra, animatore di una radio libera e candidato di DP nel suo comune, arrivò prima dei quella dell’uccisione di Moro, e noi giovani del Pci, facemmo un volantino su Peppino e Tano Seduto… Era come se la mafia avesse ammazzato uno di noi… Poi, intorno all’ora di pranzo arrivò anche la notizia d Moro. Che naturalmente oscurò tutto il resto, compresa la morte di Peppino Impastato. La sera stessa, nella seduta straordinaria del Consiglio Comunale, il capogruppo della Dc se la prese molto per quel volantino su Impastato e non su Moro e chiese che fossimo “fustigati sulla pubblica piazza” adombrando il sospetto che a noi, giovani comunisti un po’ estremisti, tutto sommato le azioni delle BR non dispiacessero affatto… Ovviamente era una falsità. E una forzatura. Ma quella cosa pesò nei rapporti politici locali per un bel po’…  Non c’entrava niente l’accondiscendenza verso le Br (che non c’era), era stata solo una questione di tempi dei notiziari. All’epoca non c’erano i social e nemmeno i giornali locali. Ma la politrica cercò, anche a livello locale, un capro espiatorio, cui addossare le colpe che invece stavano da tutt’altra parte.

Nel 2010, come Primapagina invitammo Giovanni Impastato, fratello di Peppino, a Cronache Italiane. Venne e ci parlò di suo fratello, di sua madre Felicita, del processo, di Tano Badalamenti, che Peppino alla radio chiamava Tano Seduto… Ci parlò della mafia e della sua Sicilia e di Falcone e Borsellino e di tutti gli altri morti ammazzati, dei pentiti, e di uno Stato che non sempre aveva tenuto la schiena dritta. Anzi.

In quella edizione di Cronache Italiane, che era un forum nazionale della stampa autogestita, che si tenne per 5 anni a Città della Pieve, intervenne anche il fratello di Enzo Baldoni il giornalista umbro ucciso in Iraq nel 2004 e un amico e collega di Giancarlo Siani, giovane giornalista ucciso in Campania dalla camorra.  Avevamo organizzato un convegno e allestito una mostra intitolati “Penne spezzate” – Tributo ai giornalisti, fotoreporter e operatori Tv caduti sul lavoro”…

Sì perché alla fine Peppino Impastato, Enzo Baldoni, Giancarlo Siani, ma anche tanti altri, come Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Pippo Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano… facevano tutti lo stesso mestiere. Che era uguale al nostro. Fatto però in zone più pericolose.

m.l.

 

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