CHIUSI, LA VOCAZIONE AL MARTIRIO DELLA SINISTRA E UNO STRANO MODO DI FARE OPPOSIZIONE

giovedì 13th, settembre 2018 / 15:03
CHIUSI, LA VOCAZIONE AL MARTIRIO DELLA SINISTRA E UNO STRANO MODO DI FARE OPPOSIZIONE
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CHIUSI –  Politicamente Chiusi è un paese strano. Talvolta ha anticipato delle tendenze, ha visto nascere esperienze “pilota”, ha spesso vissuto lacerazioni dolorose. Soprattutto a sinistra, ma non solo. Chi ha una certa età ricorderà la frattura dei primi anni ’70 all’interno del Pci, con il “caso Biscottini” (e la sezione di Chiusi Scalo che si ammutinò alle elezioni, favorendo di fatto l’entrata in consiglio per la prima volta del Msi e Biscottini che si iscrisse al Psi), poi ci fu l’uscita del gruppo de L’agorà da quella stessa sezione nel 1980 i aperta polemica con la leaderhip del Pci (una vicenda che ricorda quella del Manifesto) e poco dopo le polemiche dell’83-84 che portarono alle dimissioni del sindaco Laurini… Dieci anni più tardi, nel ’94 le prime primarie sanguinose che incoronarono Ciarini e impallinarono Talozzi. Infine, più recentemente, nel 2010-2011,  la frattura nel Pd sul piano strutturale e sul dopo Ceccobao e in contemporanea, quella all’interno del nascente gruppo de la Sinistra, nato sulle ceneri del’Arcobaleno e azzerato in una serata da un bliz della componente di Sel, su indicazioni e pressioni senesi… Non fu da meno la diaspora socialista dopo l’uragano Tangentopoli, con Scricciolo e Castellino criticati spesso da sinistra, rimasti a sinistra e gli altri – giovani leoni e vecchie volpi – tutti in fuga verso Forza Italia…

Tutte storie che si son portate dietro per anni scorie, incrostazioni, diffidenze reciproche e hanno messo a dura prova anche i rapporti personali e antiche e consoliate amicizie. Messe a dura prova, ma non cancellate. Perché fino ad un certo punto la politica si faceva con grande passione e si sapeva che poteva riservare momenti duri. Lo scontro fratricida era messo nel conto. In particolare a sinistra, un campo in cui è sempre stato più facile dividersi che unirsi. Anche per quella maledetta passione, per l’alto tasso di coinvolgimento emotivo, oltre naturalmente le implicazioni “di potere”, fosse anche solo quello di determinare una scelta, una linea d’azione per un determinato problema. Sembra quasi che fossimo tutti mossi da una irrefrenabile vocazione al martirio…

Ma fare politica, anche in un paesetto come Chiusi, ti dava la sensazione di star lì a decidere le sorti del mondo o quantomeno a contribuire a scelte fondamentali… E se dovevi litigare, litigavi, senza troppi complimenti, ma non avevi mai la sensazione di avere davanti un nemico. Quante litigate o scontri feroci per esempio con i vertici della federazione senese del Pci che volevano imporre la linea senza discutere troppo e che a Chiusi (allo Scalo in particolare) trovavo il duro… Eppure mai pensato che i vari Calonaci, Margheriti o Vigni o Serafini volessero andare in una direzione diversa. Era il metodo, più che il merito, il più delle volte, il nodo del contendere. L’obiettivo era per tutti lo stesso. O  almeno così sembrava.

La politica era un campo di battaglia, ma anche terreno di confronto e quindi di crescita personale. Per tutti. E la crescita implica anche delle capocciate…

Oggi, anche solo osservando – da cronista – la politica locale, senza farla direttamente, io ho altre sensazioni. La prima è di smarrimento. Come chi si trova in mezzo a un deserto e non vede altro che dune e pietre e arbusti secchi… La seconda è di incredulità. Perché a fronte di una crescita esponenziale del numero di diplomati e laureati rispetto agli anni ’70-80, sembra diminuita in maniera altrettanto esponenziale la “capacità di comprensione del testo”, come dicono i professori a scuola.

Già gli esponenti della politica locale che prendono posizione, che intervengono sui media e in pubblico, che organizzano iniziative sono pochi e tra quei pochi,  i più mostrano evidenti difficoltà nella “lettura e interpretazione” dei fatti riportati ad esempio dalla stampa e mostrano anche una strana concezione del politica e del proprio ruolo.  A Chiusi, per esempio c’è un partito di maggioranza che da mesi non favella. Su niente. Neanche su come fare il proprio congresso (cosa di cui si discute a livello nazionale) o su come invertire la tendenza al tracollo iniziata con le elezioni del 4 marzo scorso. A Chiusi c’è un Pd nel quale – a parte qualche sporadico post sui social del sindaco Bettolini o di Stefano Scaramelli o dell’assessore Micheletti – l’unico a parlare è Paolo Scattoni, che però tre volte su 4 prende posizione contro Bettolini & C. Non c’è niente di male, naturalmente. Lo scontro fratricida c’è sempre stato, è un must della sinistra… Sarebbe anche un segnale di vitalità, di pluralismo interno, se ci fosse contraddittorio. Ma il contraddittorio non c’è. E’ questo che non è normale. Che è un monologo, non uno scontro e che nessuno replichi o dica in qualche modo la sua.  Recentemente sui media e sui social c’è stata qualche polemica sulle microplastiche nel lago, sul palasport in costruzione, ma anche su una contestazione ai leghisti a Cetona, sui migranti che non vorrebbero pagare il biglietto del bus ecc… Possibile che nel Pd nessuno abbia sentito il bisogno di dire una parola? E questo congresso come lo vorrebbe fare il Pd di Chiusi? Io, s queste colonne, ho scritto più volte che il Pd è una sacatola vuota da tempo, ma adesso comincio a pensare che sia stata smarrita anche la scatola…

E gli altri? i 5 Stelle da quando Di Maio è al governo non hanno più detto una parola neanche loro. Su niente di niente. Scomparsi dalla scena.

Infine i Podemos,  di cui proprio ieri questa testata ha riportato le posizioni sul Palasport. Al di là di qualche battuta acida, che ci può stare, per il solito discorso dello scontro fratricida (anche se è singolare che Possiamo individui come nemico principale l’unico giornale che li ha sostenuti alle elezioni) quello che mi convince di meno è proprio la concezione della politica e del proprio ruolo di opposizione. Per esempio sul palasport in costruzione è certamente importante che vengano realizzate tutte le opere, compresi i posteggi e la vasca di raccolta delle acque e se il sindaco su questo punto ha raccontato delle balle, se ne prenderà la responsabilità, ma i posteggi in un modo o nell’altro verranno fatti, il problema numero uno è, adesso, cosa farne del palasport una volta finito, come utilizzarlo… Alla domanda “voi avete qualche idea in proposito”? La risposta di Luca Scaramelli (e poi di Daria Lottarini) è stata: “come, lo chiedi a noi? e perché mai, noi che siamo sempre stati contrari, ritenendo il palasport una struttura inutile, dovremmo fornire indicazioni? Non spetta a noi”. Che poi è la stessa linea di Scattoni, per il quale sarebbe stato meglio lasciar marcire le strutture realizzate per lo stadio e non spendere neanche un euro per il palasport.

In sostanza i Podemos dicono che il loro ruolo è solo quello di fare le bucce alle delibere, per capire magari se i soldi per i posteggi ci sono oppure no, ma non quello di “fornire indicazioni”. Una linea che può essere comprensibile e plausibile per Scattoni, che è un cittadino semplice, come il sottoscritto, anche se lui è iscritto al Pd. Ma anche in quel caso, iscritto semplice senza incarichi, quindi senza obblighi, neanche quello di fornire idee o proposte.

Ma quando io alle elezioni del 2016 ho votato e sostenuto i Podemos l’ho fatto perché andassero a governare o quantomeno perché portassero in Comune idee, programmi e una visione più di sinistra del Pd. E in tutto questo ci sta dentro anche il fare proposte, magari alternative a quelle altrui, per migliorare la città. Non  solo per sentir dire dei no, spulciare i cavilli…

Per essere più chiaro: io sono “contrario” al Vaticano, da sempre. Non per questo però mi auguro che crolli la Basilica di San Pietro o che rimanga sempre vuota e vada in malora…

Personalmente dall’opposizione di sinistra (non dai 5 stelle che hanno sempre avuto una visione ragionieristica e giudiziaria della politica, fin’ora almeno) mi aspetterei non solo che faccia giustamente le bucce alle delibere, ma anche appunto, delle proposte, che lanci delle idee, indicazioni sul che fare. Sia sui grandi temi come l’immigrazione, per esempio, che sulle questioni spicciole come il palasport.

Il fatto di esser stati sempre contrari al palasport dice poco, e non può esaurire il discorso. A questo punto la struttura è praticamente realizzata, tra non molto sarà agibile e fruibile. E, che piaccia o no, sarà una struttura nuova e importante, per dimensioni, qualità e potenzialità, a servizio della città e del territorio. Dello sport locale e non solo dello sport.

Quindi, può una forza politica di sinistra “chiamarsi fuori” da qualunque ragionamento sull’utilizzo, anche se era contraria? Io, in tutta franchezza credo di no. Credo sia un errore, un atteggiamento infantile, come quello di quei ragazzini che “con il pallone suo io non ci gioco”… Non so se Scattoni e Possiamo sperano pure che il pallone si buchi. E quindi si sgonfi il giocattolo di Bettollini. Ma da amico e  compagno, dico che tale atteggiamento non mi piace.

Avrei preferito sentir dire “siamo sempre stati contrari, però adesso, visto che c’è vediamo di farlo funzionare. E secondo noi dovrebbe funzionare così”… Tanto più se la giunta e la maggioranza di idee ne hanno poche, come dicono i Podemos…

Chi ha fatto sport, ha o ha avuto figli impegnati in qualche sport, sa quanto siano importanti le strutture. E strutture efficienti. Ma la questione è anche politica. Fornire delle indicazioni sull’utilizzo del palasport, sarebbe un avallo o, peggio, un cedimento alla linea Bettollini che l’ha voluto a tutti i costi? Io penso di no. Penso anzi che sarebbe un modo per mostrarsi opposizione responsabile e costruttiva e forza potenziale di governo. E anche un modo – lasciatemelo dire – per non lasciare tutta la scena, oneri e onori, a Bettollini & C.

Perché alla fine dell’anno, se i posteggi usciranno fuori e la struttura supererà i collaudi di cui il sindaco ha parlato nell’intervista a Primapagina, qualcuno potrebbe ritrovarsi a mangiarsi i gomiti e a dover chiedere scusa, senza nemmeno aver messo bocca sul che fare. Se al contrario il palasport rimarrà inagibile per mancanza di posteggi e altre opere propedeutiche e indispensabili, dovrà chiedere scusa Bettollini.

Due anni fa non lo conoscevo benissimo. Mi sembrava solo un prodotto della scuola Scaramelli (Stefano), un po’ arrogantello. Ora mi sembra un sindaco che è cresciuto, è diventato meno arrogante e sicuro di sé, ha imparato ad ascoltare, si è preso le sue gatte da pelare, talvolta controcorrente (anche contro la sua corrente), ha preso le distanze nei fatti da scelte precedenti e, forse seguendo un po’ più da vicino certi sport, ha imparato anche – secondo una massima del buon vecchio Trap – a non dire gatto se non l’ha nel sacco…

m.l.

 

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