PESTE SUINA AFRICANA IN TOSCANA: LA CINTA SENESE A RISCHIO ESTINZIONE
I maiali neri, strisciati, figurano anche nel dipinto di Ambrogio Lorenzetti sul “buon governo” che dal 1300 campeggia nel palazzo comunale di Siena. La Cinta Senese fa parte del… paesaggio e anche della cultura materiale delle terre di Siena e di buona parte della Toscana. Adesso però la razza suina della cinta senese è addirittura a rischio entinzione. Causa: le peste suina che attualmente flagella il territorio in questione. 
“In questo momento la preoccupazione è altissima – afferma Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di tutela della Cinta Senese -. Rischiamo di perdere la razza, in quanto i capi di Cinta Senese in Toscana sono circa 3.000-3.500 abbattuti all’anno. Scendere sotto questa soglia significherebbe vanificare il lavoro svolto da venticinque anni a questa parte dalle istituzioni e dal Consorzio di Tutela per salvarla. Questi 3.000 capi rappresentano i numeri minimi che consentono di mantenere la certificazione erga omnes per la Dop della Cinta Senese e garantiscono l’assenza di problemi di consanguineità tra gli animali”. Il problema, tradotto in pratica, è che non si vede un effettivo contenimento del contagio e ciò può portare ad un abbattimento superiore ai 3.000 capi, fino a 5.000 nel 2027. Significa che, ne rimarrebbero pochi vivi. “Solo 1.000” dice sempre il presidente Savigni, facendo notare che ciò può comportare l’aumento della consanguineità e la conseguente perdita della razza, che costituisce un patrimonio genetico di fondamentale importanza per la Regione Toscana. Poi c’è anche un altro problema, anzi due: 1) questa pandemia di peste suina sta spingendo gli allevatori ad abbandonare l’attività a causa di norme di mantenimento sempre più restrittive, inducendoli a investire altrove o a chiudere le piccole aziende agricole: “l’82% della popolazione suinicola italiana – spiega Savigni – è infatti composta da allevamenti con meno di 50 capi. Chi possiede soltanto 5 o 10 animali deve adeguarsi a norme di biosicurezza che comportano spese tra i 20.000 e i 50.000 euro. Anche se la Regione finanzia l’80% degli interventi, tali investimenti rimangono poco sostenibili per chi gestisce pochi capi”; 2) l’insufficiente contenimento della popolazione dei cinghiali, o questo, particolarmente accentuato in Toscana, la regione che ne ha di più in Italia. Come è noto i cinghiali sono uno dei “vettori” principali della peste suina e i maiali di cinta senese vengono allevati allo stato semi-brado, non in stalla e ciò li espone a pericoli di contagio più elevati rispetto a quelli allevati al chiuso.
Va detto che la peste suina africana (PSA) presente adesso in Toscana non comporta rischio alcuno per la salute umana in quanto il virus non è una zoonosi e non si trasmette all’uomo, né per contatto diretto con gli animali infetti, né tramite il consumo di carne suina controllata. Il Rischio sanitario dunque è zero: gli esseri umani non possono ammalarsi di peste suina africana. Anche il consumo di carne e salumi derivati da suini regolarmente controllati è sicuro. Però anche se l’uomo non si infetta, può trasportare il virus da un luogo all’altro tramite il fango o i residui presenti su scarpe, vestiti, ruote di veicoli e attrezzature. La malattia è altamente contagiosa e spesso letale per i cinghiali e i maiali domestici. L’allerta in Toscana per ora è più elevata nelle province settentrionali (Massa Carrara, Lucca, Pistoia), ma è scattata anche nel sud della regione dove la situazione è sottoposta a monitoraggio e prescrizioni per evitare danni economici pesanti alle aziende agricole, ma anche il danno ambientale e culturale che deriverebbe dall’estinzione della Cinta senese…
Il prosciutto e i salumi di cinta senese, la carne di quel particolare tipo di maiale brado più magra e più asciutta di quella dei maiali allevati in stalla, fanno parte della tradizione alimentare e della cultura culinaria secolare della provincia di Siena, della Maremma e di buona parte della Toscana, ma anche di altre regioni come la vicina Umbria. Dovervi rinunciare per sempre sarebbe una perdita grave.









Articolo interessante,a parte non diffondere allarmismo.
La cinta senese,detta così per la conta bianca che la distingueva, è stata in voga fino agli anni 50/60.
Fu ,diciamo così,dismessa perché aveva una buona parte di grasso. Grasso che era basilare per farne strutto ,con il quale si conservava ogni tipo di alimento, dalle salsicce agli uccelletti. Si usava per friggere, per ingrassare i fuselli dei carri,per conservare i finimenti in cuoi. Con i peli si facevano i pennelli. La pelle,conciata a dovere,veniva usata come cuoio non pregiato.
La conta non si distingueva certamente per il magro. Tra le parti più buone il grasso rosa,abbondante, che incorniciava le fette di prosciutto.
Con l’ era moderna,strutto,lardo,sego,e grascia ,(quella che si usava per mantenere scarponi,stivali),non fu più usata e quindi,una gran parte della cinta veniva buttata o destinata al sapone.
Detto questo,va preservata come tradizione e per la sua bontà che non si trova nei maiali ” moderni”!
Giusto è allevarla e proteggerla da malattie di ” importazione ” !
Forse,ci aiuterà anche a contenere le invasioni !
Viva la conta senese….una grandissima ” troia ” !