L’INGANNO DEI 5 REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 12 GIUGNO: NOI ANDREMO AL MARE. PER SCELTA POLITICA

domenica 05th, giugno 2022 / 15:33
L’INGANNO DEI 5 REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 12 GIUGNO: NOI ANDREMO AL MARE. PER SCELTA POLITICA
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Domenica prossima,12 giugno, saremo chiamati alle urne anche nei comuni che non hanno le amministrative, per esprimerci su 5  quesiti referendari. Quesiti che i promotori hanno definito  “per una giustizia giusta”.  Si tratta infatti di questioni che riguardano la magistratura e la gestione della giustizia, questioni sulle quali la politica e il Parlamento non sono stati in  grado di legiferare. E così qualcuno ha pensato di far pronunciare il popolo sovrano. Come se dovessero essere i cittadini a togliere le castagne dal fuoco ad una politica inconcludente.

A proporre i referendum sono state le 9 regioni guidate dal centro destra. Gente che con la magistratura ha avuto spesso a che fare e vorrebbe in qualche modo metterle un freno. Più i soliti Radicali, per motivi di “garantismo”, dicono loro.

Tra i quesiti proposti c’è anche quello che riguarda l’abrogazione o meno della Legge Severino, quella che sancisce l’incandidabilità e il divieto di ricoprire cariche pubbliche elettive di chiunque sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per delitti di una certa gravità. Detto che per la Costituzione e per l’ordinamento giuridico italiano una persona è innocente fino a condanna definitiva (terzo grado di giudizio), “il quesito non punta ad eliminare quegli aspetti critici della Severino che hanno suscitato dubbi di costituzionalità, come la sospensione di diritto degli amministratori locali che abbiano riportato condanna non definitiva, ma travolge l’intero Testo Unico. Dal punto di vista del nostro ordinamento costituzionale il Decreto Severino dà attuazione all’art. 54, secondo comma che prevede che: “i cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di esercitarle con disciplina ed onore”. Non si comprende per quale motivo i cittadini italiani dovrebbero sbloccare a corrotti e corruttori la strada del Parlamento, del Governo e delle istituzioni politiche locali”. Questo lo dice Domenico Gallo, ex deputato e magistrato, su Micromega.

Gli altri 4 quesiti sono ancora più “oscuri”, almeno per quanto riguarda il grande pubblico. Sono tutti materia da parlamento e Corte Costituzionale e tutti è 5 si prestano, secondo Gallo e molti altri, e anche secondo noi, ad un voto influenzato da pregiudizi e slogan ingannevoli. Come può un cittadino comune decidere con un sì  con un no decidere su materie come “la separazione delle carriere” o la “limitazione delle misure cautelari”? In quest’ultimo caso “il quesito non interviene sui possibili abusi della custodia cautelare, ma travolge tutte le misure cautelari, sia quelle detentive (come la custodia in carcere o gli arresti domiciliari), sia quelle non detentive, come l’allontanamento del coniuge violento dalla casa familiare o il divieto per lo stalker di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Esclusi i delitti di mafia e quelli commessi con l’uso delle armi, l’abolizione delle misure cautelari, nel caso sussista un pericolo concreto ed attuale di reiterazione dei reati, avrebbe l’effetto di smantellare qualsiasi forma di contrasto alle attività criminali in itinere, esponendo le persone offese a rischi non altrimenti evitabili. Si pensi agli atti persecutori che possono durare all’infinito, se non viene posta nessuna limitazione alla libertà dello stalker di perseguitare la sua vittima. Si pensi a reati particolarmente odiosi come i furti in abitazione, il traffico di droga o la pornografia minorile”. Sempre Gallo su Micromega che poi conclude così: “In conclusione, con i referendum non si opera alcuna riforma della giustizia, bensì una riforma contro l’amministrazione della giustizia, contro l’eguaglianza e i diritti delle persone. Tutto ciò allo scopo di maggiormente tutelare il ceto politico e i colletti bianchi dagli effetti negativi del controllo di legalità”.

In sostanza i 5 referendum puntano non a migliorare l’amministrazione della Giustizia, ma ad assoggettare la giustizia al potere politico, in piena violazione del dettato costituzionale. La sede per fare le riforme è il Parlamento, chiamare a decidere il popolo, con slogan populisti e garantisti solo per i soliti noti, è un inganno.

Non è bello e non lo facciamo a cuor leggero, perché il voto è un diritto-dovere e il referendum uno strumento fondamentale dell’ordinamento democratico, ma di fronte ad un inganno e ad un tentativo di forzare le maglie dei controlli di legalità e l’indipendenza della magistratura, crediamo che la risposta più efficace sia il NON VOTO. L’astensione per far saltare il quorum e dunque rendere inutile la consultazione. Votare NO potrebbe non bastare ad arginare il tentativo di cui sopra.  Noi il 12 giugno andremo al mare. O a fare una bella gita. Per scelta politica, non per indifferenza.

M.L.

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