CASO ACEA: IL COMITATO LANCIA LA “LENZUOLATA”, BETTOLLINI ADOMBRA LE DIMISSIONI… MA SE SI DISCUTESSE SERIAMENTE E NON COME ALLO STADIO?

lunedì 11th, novembre 2019 / 11:56
CASO ACEA: IL COMITATO LANCIA LA “LENZUOLATA”, BETTOLLINI ADOMBRA LE DIMISSIONI… MA SE SI DISCUTESSE SERIAMENTE E NON COME ALLO STADIO?
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TRE CASI SIMILI: LODOVICHI, EFFEDI E CENERI DI FABRO. PERCHE’ ALLORA ANCHE NOI DICEVAMO NO A PRESCINDERE. UN PO’ DI RIPASSO A VOLTE PUO’ AIUTARE

CHIUSI – La questione Acea tiene banco su social. Il Comitato lancia pure la “lenzuolata”, come è successo di recente a Torrita e come successe nel ’99 ad Acquaviva di Montepulciano. E come accade spesso laddove la gente si mobilita contro qualcosa di cui ha paura, che sia una discarica, un inceneritore, un senso unico, una fusione tra comuni o un… carbonizzatore, anche se idrotermale e con un processo produttivo ad acqua calda e nona combustione. Ma questi sono dettagli. Anche il sindaco e il capogruppo di maggioranza (centro sinistra) di Cetona si sono espressi via social in modo piuttosto problematico, diciamo pure molto dubbioso, se non del tutto contrario sull’argomento. Lo stesso ha fatto il sindaco Risini di Città della Pieve, che però è in quota Lega. Il sindaco di Chiusi, poco abituato alle contestazioni plateali sembra soffrire la pressione e la marcatura stretta… In un lungo post sul facebook nel quale rilancia l’importanza dell’inchiesta pubblica che si apre domani e andrà avanti fino a gennaio, lascia trasparire amarezza e delusione e alla fine sembra quasi adombrare l’ipotesi di dimissioni: “Non può esserci un popolo senza Sindaco così come è anche vero il contrario. Valuterò attentamente la questione e nelle prossime ore comunicherò le mie decisioni personali”. 

Già deve valutare e decidere che fare in relazione alla sua permanenza o meno nel Pd, dopo la diaspora dei renziani (a Scaramelli, Cimarelli e 4 segretari di circolo si è aggiunta anche l’ex segretaria comunale Pamela Fatichenti) e quella è una storia che potrebbe far saltare anche la maggioranza e la giunta, quindi è evidente che per Bettollini il momento non sia dei più facili. Probabilmente solo due mesi fa non immaginava neanche di trovarsi in una situazione del genere. Ma la politica si sa, non è un pranzo di gala e può capitare che ti metta di fronte a scelte difficili o a situazioni complicate e inusitate. E’ in queste situazioni che emergono però le capacità, la serietà, la buona o la cattiva fede delle persone.

Bettollini ha un Pd in disfacimento e ricostruzione, un gruppo consiliare che in parte farà capo ad un altro partito,  in più ha una buona fetta di cittadini contro e i sindaci dei paesi limitrofi che lo guardano in cagnesco. In sostanza è accerchiato. O si sente accerchiato. Il caso Acea può essere il detonatore di una situazione esplosiva. Non a caso Andrea Micheletti ed altri nel Pd predicano calma e gesso…

Quella frase di Bettollini che qualcuno legge come “una minaccia” di dimissioni, cioè come un messaggio alle sue truppe, per dire “guardate che se perdo questa battaglia dovrete cercarvi un altro sindaco” è comunque sibillina. E anche – diciamolo – inusuale rispetto al decisionismo e alla spavalderia del personaggio. Trasmette senso di solitudine. Umanità, E, appunto, amarezza, non solo disappunto per le critiche. Una amarezza umana comprensibile.

Il fuoco di fila del movimento contrario all’impianto Acea, che è assolutamente legittimo, ma che in questi ultimissimi giorni si è fortemente intensificato, sembra non solo voler colpire un avversario in difficoltà anche per altri motivi (la crisi Pd), ma sembra pure voler condizionare in qualche modo l’inchiesta pubblica che sta per cominciare.

E’ una forma di pressione per far capire, se non l’avessero capito, ai tecnici e referenti della Regione Toscana che una parte consistente della popolazione di Chiusi e dei dintorni quell’impianto non lo vuole e non lo vuole a prescindere. Perché dati certi per dire sì o no, ancora, in realtà, nessuno li ha. E’ una questione di pelle. Di fiuto, di paure dovute anche ai tanti, troppi esempio negativi visti e stravisti in questo Paese. Che non è la Svezia, l’Olanda o la Germania. Qui in Italia le cose funzionano sempre un po’ peggio che altrove e spesso nei malfunzionamenti si inserisce e prospera pure la malavita.

A noi, da osservatori neutrali (nel senso che non siamo – come abbiamo spiegato ieri – né favorevoli, né contrari a prescindere, ma non per equidistanza o finta imparzialità, quanto perché vorremmo che il progetto fosse verificato e valutato con dati oggettivi alla mano e sulla base di pareri qualificati e attraverso un confronto serio tra i pro e i contro), piacerebbe che tutti ci fermassimo un attimo, ascoltassimo e partecipassimo al confronto in sede di inchiesta pubblica, valutando tutto, non solo la presenza o assenza di emissioni, ma anche il sentire comune, l’opinione pubblica. Senza isterismo, senza fantasmi e fanatismi, senza pregiudizi o preconcetti.

Noi, come primapagina, lo ricordavamo sabato, in passato, tante volte siamo stati CONTRO a prescindere. Senza se e senza ma. Ma per ragioni precise, che in questo caso,a nostro avviso non sussistono o non sono così precise.

Citando i casi in cui anche noi abbiamo adombrato scenari tipo quelli dei film Silkwood (1982) e Erin Brockovich (2000) nell’articolo di sabato abbiamo fatto riferimento all’inquinamento da nichel della falda di Fondovalle, ai presunti interramenti di rifiuti tossici e allo sversamento di materiale tossico da un deposito del Ministero dell’Agricoltura nel capannone ex Nigi. Ma non sono quelli i casi più calzanti. I casi più calzanti sono quelli della Lodovichi, quello delle ceneri di Fabro e quello della Effedi Costruzioni. Tutte vicende che hanno visto questa testata e il sottoscritto, in quanto direttore o autore degli articoli, finire in Tribunale per aver denunciato situazioni di rischio per la salute e per l’ambiente. Tre vicende in cui, va detto, le amministrazioni locali furono chiamate in causa e pure a testimoniare in tribunale e nonostante non amassero il nostro modo di fare informazione,anzi, ne fossero infastidite, non si sottrassero al confronto e diedero un contributo oggettivo a quelle battaglie riconoscendo errori, incongruenze o disattenzioni.

Caso Lodovichi. Siamo nel 1989  un articolo de l’Unità denuncia l’uso da parte della Lodovichi di una sostanza cancerogena per il “bagno delle traversine ferroviarie” di legno. Si tratta dell’olio di Creosoto, che in Svezia e Francia è stato messo al bando da anni… Il titolare denuncia l’Unità e anche il Nuovo Corriere Senese che rilancia la notizia. E lo fa anche nel 1993 quando, sprigionandosi dalla fabbrica delle traversine la solita puzza di catrame, identica a quella originata dall’uso del creosoto,  Primapagina riprende la questione e si chiede se non sia il caso di verificare se l’olio usato è diverso o no… Per tre volte (due volte il Tribunale di Perugia e una volta il Tribunale di Roma) assolve il sottoscritto e il giornale perché non di diffamazione si trattava, ma di opera di informazione e giusta denuncia di rischi per la salute pubblica. Il titolare dell’azienda in questione alla prima udienza (Perugia) disse che l’olio utilizzato non era cancerogeno e addirittura faceva bene alla salute, tanto che le mamme portavano i figli affetti da pertosse a respirarne gli effluvi. Alla seconda udienza e a quella del 1994, il titolare non poté partecipare perché nel frattempo era deceduto per tumore ai polmoni… Si scoprì in  quelle udienze che anche in Italia il Creosoto era bandito e fuorilegge dal 1988. Quella battaglia giornalistica obbligò la Lodovichi a cambiare sostanza per il bagno delle traverse… La produzione continua tutt’ora, la puzza che talvolta si sprigiona è sempre la stessa, ma l’olio utilizzato non è più cancerogeno. In quel caso il fatto che la Lodovichi fosse non solo un’azienda insalubre, ma anche un’azienda pericolosa era conclamato. Non eravamo in presenza di un dubbio, di una possibilità che ci fosse un rischio. Il Tribunale lo certificò, al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma il dubbio non c’era neanche in partenza, perché l’uso dell’olio di creosoto era di per sé una certificazione di rischio. Quindi una situazione diversa da quella di cui si sta discutendo adesso: il progetto Acea.

Caso Ceneri di Fabro. Si tratta delle ceneri di risulta della centrale a carbone di La Spezia che dal 1986 al 1990 arrivarono a migliaia e migliaia di tonnellate a Fabro e in altri comuni della zona, solo sul versante umbro (Città della Pieve, Panicale, Piegaro). L’Enel pagava a peso d’oro i comuni che si rendevano disponibili a smaltire quelle ceneri, utilizzandole per realizzare zone artigianali, campi sportivi, rilevati stradali…  Prima  l’Agorà, poi il Nuovo Corriere Senese, infine Primapagina ne fecero un tormentone. In quel caso non c’era la certezza del rischio che quelle ceneri fossero tossiche, Enel diceva di no, ma c’erano molti, troppi punti oscuri sul perché l’Ente elettrico pagasse così tanto lo smaltimento di quel materiale. Solo il Comune di Fabro, comune con un bilancio di circa un miliardo di lire l’anno, all’epoca, riscosse qualcosa come 45 miliardi di lire. Per Chiusi passavano circa 100 tir al giorno carichi di cenere…C’era oltre al dubbio che le ceneri fossero tossiche o comunque nocive, anche il dubbio che insieme alla ceneri venisse scaricata altra roba… Il titolare di una delle ditte di trasporto che si era arricchita con quel traffico, nel 1994 denunciò Primapagina che aveva osato adombrare tali scenari. Solo che quando il Gip fissò l’udienza preliminare, quel trasportatore era già in galera, arrestato per truffa e traffici illeciti. Il Gip archiviò. Per la cronaca, gli articoli di Primapagina portarono alla luce un altro aspetto: eravamo negli anni immediatamente precedenti Tangentopoli e la sede della ditta che si occupava di gestire il business tra Enel e i Comuni aveva sede presso la sede nazionale del Psi, in via Tomacelli, a Roma. E anche lo stesso telefono, al quale rispondeva la segretaria di De Michelis.  Questa vicenda può essere più assimilabile a quella del Progetto Acea, più del caso Lodovichi, certamente. Ma nella vicenda ceneri i punti oscuri erano molti di più di quelli chiari e lineari e i dubbi erano veramente forti. Tanto che a distanza di 30 anni ancora se ne parla e il caso non è chiuso. Per la cronaca, nel 2012, uno dei trasportatori più importanti di quell’affaire, Massimo Dolciami di Tavernelle, fu trovato morto carbonizzato nella sua auto andata a fuoco. Episodio archiviato come suicidio, ma poco chiaro anche quello.

Il caso più simile, per certi versi, alla questione Acea, è sicuramente quello della EFFEDI COSTRUZIONI che nel 1994 voleva insediare a Chiusi Scalo uno stabilimento industriale per lo smantellamento dell’amianto dalle carrozze ferroviarie. Primapagina, insieme ad un comitato cittadino sorto nel quartiere le Biffe e al movimento dei Verdi, mise in piedi una campagna contro quel progetto, che avrebbe potuto andare in porto molto rapidamente perché l’azienda aveva già costruito due capannoni. Quelli adesso utilizzati da Interporto Etrusco, lungo la bretella Po’ Bandino-Fondovalle. L’azienda, aveva ottenuto una variante al Prg per poter costruire quei due capannoni fuori dalla zona industriale e da semplice impresa di carpenteria metallica, sempre a servizio del settore ferroviario, voleva lanciarsi nel business dell’eliminazione dell’amianto che per le Fs era un’urgenza.  Anche nel caso Effedì si era di fronte ad un progetto, non ad una azienda operante, quindi ad un rischio potenziale e non conclamato. Ma l’amianto era già notoriamente un materiale considerato cancerogeno e a rischio. Per di più quei capannoni erano (sono) molto vicini al centro abitato e alla ferrovia dove passano i treni. Non vi era alcun dubbio sul fatto che quel tipo di lavorazione avrebbe potuto rivelarsi pericolosa per la salute dei cittadini. Perché l’amianto è sostanza volatile e subdola, si diffonde con facilità se non adeguatamente trattata. Il titolare della Effed denunciò Primapagina, ma in Tribunale perse la causa. Adesso, per fortuna, anche grazie a quella battaglia, in quei capannoni c’è una attività, della stessa proprietà, ma non c’è l’amianto.

Tutto questo per dire che si può e si deve essere contro, quando il rischio è conclamato e certo, e può essere conclamato e certo anche se gli impianti sono a norma. E anche quando i lati oscuri superano quelli chiari.

Sulla vicenda Acea, non siamo a questo punto. Non vi è alcuna certezza che il processo produttivo, le eventuali emissioni e il prodotto finale siano innocui, ma non vi è nemmeno la certezza che siano nocivi e fortemente impattanti. Da qui la necessità di valutare la cosa con un confronto serio. Altrimenti non se ne esce. Ma il confronto deve essere serio e civile davvero. Non può avvenire con il dubbio latente che sia una partita truccata. Avallare o instillare questo dubbio è oggettivamente un modo per screditare la politica, le istituzioni, gli enti preposti a controllo e pareri. In definitiva la democrazia e le sue regole.

Il leader della destra pievese Lorenzo Berna, nel sollecitare una presa di posizione del suo sindaco (che poi c’è stata) scriveva due giorni fa che “i fanghi di depurazione da qualche parte vanno trattati e smaltiti, ma ognuno tratti e smaltisca i suoi, a casa sua!” In sostanza lui ha dubbi sull’impianto proposto da Acea, ma se Acea avesse proposto un impianto identico come tecnologia e funzionamento, ma più piccolo, per trattare solo i fanghi del depuratore che ha rilevato da Bioecologia e che già insiste su quell’area, a Chiusi Scalo, gli andrebbe bene. Ecco, ma allora il problema è la tecnologia non testata, sono le emissioni nocive per la salute, o solo le dimensioni e la “solidarietà” cioè il fatto che in un luogo si smaltiscano anche fanghi di altri?

Dobbiamo essere sovranisti anche nello smaltimento fanghi? Perché anche un impianto più piccolo sarebbe comunque sperimentale, produrrebbe emissioni, esporrebbe a rischi i lavoratori lì impiegati e i cittadini. O no? E anche il depuratore però dovrebbe essere smantellato e ricostruito più piccolo per trattare solo i reflui fognari di Chiusi Scalo e non anche altro come avviene adesso… Su quello però, per anni, nessuno (tranne questo giornale e pochissimi altri) ha mai detto una parola, soprattutto dai paesi limitrofi.

m.l.

 

 

 

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