CITTA’ DELLA PIEVE, IL DRAMMA DEI MIGRANTI E IL MURO DI BETLEMME IN UN PRESEPE STRAORDINARIO

martedì 05th, gennaio 2016 / 11:38
CITTA’ DELLA PIEVE, IL DRAMMA DEI MIGRANTI E IL MURO DI BETLEMME IN UN PRESEPE STRAORDINARIO
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CITTA’ DELLA PIEVE – C’è presepe e presepe. A tutti coloro che si sono eretti a difensori delle sacre e profonde tradizioni cristiane del nostro Paese, a tutti coloro che lo fanno soprattutto per marcare una “differenza” tra noi e… loro, cioè gli altri, gli islamici, i neri, gli “invasori”, a tutti coloro che in queste ultime settimane hanno riscoperto il presepe come “simbolo” della nostra cultura, come simbolo di appartenenza ad un certo mondo, ecco,a a tutti costoro consiglieremmo la visita ad un presepe. Al presepe monumentale del terziere Castello, a  Città della Pieve. C’è tempo fino al 10 gennaio. presepe pieve 3

Quel presepe, quella lettura della natività di Gesù, il contesto in cui è stata collocata sono un modo serio di rappresentare la nostra cultura. Anzi quel presepe è un grido di dolore e al tempo stesso un appello alla nostra cultura, alla nostra tradizione di popolo civile, aperto, accogliente, affinché non si perda nella paura dell’altro, nella grettezza del razzismo, nell’indifferenza verso le tragedie altrui.

Il presepe del Terziere Castello è sempre, da decenni, un’opera eccezionale dal punto di vista scenografico. Ma quest’anno è anche qualcosa in più. E’ un richiamo. Anche quello, fatto però con estremo rispetto, con garbo, senza indulgenze o scivoloni nella retorica. Il risultato è straordinario. Come si legge nella presentazione, “quest’anno viene proposto un percorso attraverso il quale il visitatore, messo di fronte al dramma dei migranti, trova una possibile via d’uscita in una nuova capacità di dialogo e nella volontà di creare ponti laddove c’è l’abitudine a creare muri”.

E l’effetto che fanno le prime sale, con le tracce dei “poveri cristi” morti durante la loro fuga dalle guerre, dalle persecuzioni, dalla fame, attraverso i deserti, il mare nostrum, al giorno d’oggi, con quelle ciabattine e quelle scarpe, quegli oggetti rimasti lì a testimoniare una speranza finita male, finita in fondo al Mediterraneo o sotto la sabbia cocente, accomuna, oggi, quei “poveri cristi”, spesso donne e bambini, a Gesù e Giuseppe e Maria che fuggivano anche loro dalle persecuzione dell’esercito di occupazione di Roma. presepe pieve 1

E anche la capanna della natività circondata dal muro eretto dagli israeliani proprio lì, tra Gerusalemme e Betlemme, ma anche per oltre 730 km in Cisgiordania ci ricorda che i muri non sono la soluzione. Che l’apartheid non è una soluzione, che la violenza e la ghettizzazione dell’altro non sono una soluzione.

Quel muro intorno alla capanna è un’immagine forte. Che ti costringe a riflettere, a pensare. Perché quel muro c’è. Non è una invenzione. E gli altri che arrivano coi barconi, sui camion stracarichi dal deserto, che varcano le frontiere saltando muri e reticolati non sono altri, siamo noi stessi.

“Noi che non riusciamo a dire loro…” è questa la frase simbolo del presepe pievese.

E se ci fosse un premio nobel locale per la sensibilità e la pace, noi quest’anno lo assegneremmo volentieri e senza tentennamenti a Fausto Biagiotti (l’ideatore) e ai volontari del Terziere Castello per il messaggio che hanno voluto e saputo lanciare con il loro presepe.

Chi può vada a vederlo. Merita.

Marco Lorenzoni

 

 

 

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