26 GIUGNO: COSI’ CHIUSI HA CELEBRATO IL SUO GIORNO PIU’ BELLO

domenica 26th, giugno 2022 / 17:36
26 GIUGNO: COSI’ CHIUSI HA CELEBRATO IL SUO GIORNO PIU’ BELLO
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CHIUSI – Il 26 giugno non è solo il nome di una piazza. Per Chiusi è una data fondamentale. La più importante, perché la città che conosciamo oggi, libera, democratica, antifascista è nata quel giorno. Prima era un’altra storia. Oggi, 26 giugno, Chiusi ha celebrato la liberazione della città dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Una liberazione che non fu indolore, ma costò sangue e macerie: il 90% degli edifici lesionati e inagibili, più di 2.500 sfollati, 106 morti civili, quasi 200 tra i soldati che si affrontarono nella sanguinosa battaglia del teatro tra il 21 e il 22 giugno del ’44 e poi nei 4 giorni successivi, nel centro storico sottoposto a cannoneggiamenti, sparatorie, rappresaglie. 

Chiusi insomma ha celebrato li sio gioren o più bello, la ricorrenza della sua rinascita, e lo ha fatto con una manifestazione ufficiale, cominciata con la deposizione di corone d’alloro davanti ai monumenti ai caduti a Montallese, a Macciano, a Rione Carducci, a Chiusi Scalo, al Cimitero e poi a Chiusi Città e infine nel “luogo del delitto”, dentro il Teatro Mascagni alla presenza dell’ambsciatrice del Sudafrica, presente per suggellare il legame di eterna riconoscenza della comunità chiusina verso quei ragazzi – i soldarti sudafricani – tutti volontari e appena ventenni che partirono dalla loro terra per combattere i nazisti tedeschi e i fascisti italiani prima nell’Africa Orientale, successivamente in nord Africa, a Tobruk e El Alamein, per poi risalire la penisola con l’Armata Britannica e combattere anche nella battaglia che qualche giornale dell’epoca definì “l’altra Cassino”, ovvero la battaglia di Chiusi e pochi giorni dopo quella del Trasimeno. Una settantina ci lasciarono la pelle.

Negli anni scorsi, dal 2014 al 2019  l’omaggio ai “liberators” sudafricani si era espresso con la visita in delegazione ufficiale ai Cimiteri di guerra del Commonwealth di Orvieto, Foiano della Chiana, Petrignano di Assisi e Bolsena, dove riposano tutt’ora i caduti in questo territorio. Sudafricani, ma anche inglesi, indiani, pakistani, canadesi, neozelandesi…

Quest’anno la visita è stata fatta ai monumenti sparsi nel territorio comunale, al Cimitero dove il 25 aprile scorso è stata inaugurata una stele in ricordo dei partigiani e militari chiusini caduti nella guerra di liberazione, insieme ai garibaldini che 100 anni prima presero anch’essi le armi per unire il Paese e liberarlo dal giogo austriaco a nord, dai Borboni al sud e dallo stato Pontificio nell’Italia centrale.  Due “meglio gioventù” che in epoche diverse si spesero, in qualche caso perdendo la vita, per valori di libertà e giustizia sociale. 

Le celebrazioni di oggi sono cominciate a Montallese, con la deposizione di una corona al monumento ai caduti e nel luogo in cui sorgeva la vecchia chiesa della frazione, che fu fatta saltare in aria dai tedeschi in ritirata nell’aprile del ’44.  Il parroco di Montallese, Don Elia Lazzeri svegliato dagli squilli di tromba del maestro Fabietti, si è vestito in tutta fretta ed è sceso dalla canonica per partecipare anche lui alla commemorazione e ha anche impartito la benedizione ai monumenti e ai caduti pronunciando parole toccanti (e importanti) a futura memoria. La stessa cosa ha fatto nelle tappe successive a Macciano e Rione Carducci…Un gesto spontaneo apprezzabile e apprezzato, anche nel quadro di una “via crucis” laica cui hanno partecipato anche la sezione Anpi “Tiradritti”, Alessandro Lanzani per Anpi Barona Milano, gemellata con la “Tiradritti”, Primapagina. 

Davanti alla stele che si trova al Cimitero comunale sono stati ricordati i tragici momenti vissuti dagli sfollati chiusini nei giorni del passaggio del fronte, il contributo dato alla resistenza dai militari italiani e le figure di Mario Morgantini, Pietro Guazzini, e Joseph Klucine detto “il Polacco”.

Morgantini, medaglia d’oro al valor militare era un soldato italiano della Divisione Cremona che dopo l’8 settembre continuò a combattere,  ma dalla parte opposta, a fianco degli alleati. Perse la vita ad Alfonsine, nella battaglia del Senio. Pietro Guazzini era anch’egli un militare italiano, sottotenente dell’esercito regio che aveva occupato la Grecia, l’Albania e la ex Jugoslavia. Cadde in Montenegro, fucilato dai partigiani di Tito, nell’ottobre del ’43, dopo che insieme alla sua divisione aveva deciso di passare dalla loro parte. Solo che per umana pietà si rifiutò, con altri ufficiali, di consegnare un gerarca fascista che si era imboscato tra  le loro fila… Furono tutti passati per le armi. Il Polacco invece era un ex militare della Wermacht che si era unito alla Resistenza italiana, proprio a Chiusi. Fu accusato ingiustamente di azioni sconsiderate, quindi condannato a morte senza processo e fucilato dagli stessi partigiani della Brigata Simar per ordine del Colonnello Marenco. Come Guazzini anche il Polacco fu vittima non solo del fuoco amico, ma soprattutto dell’assurdità, della ferocia della guerra, dove non c’è posto per la pietà, per l’umanità, per la riconoscenza… 

Al teatro Mascagni, dove due epigrafi poste nel foyer ricordano una la battaglia e il sacrificio dei giovani soldati sudafricani e l’altra una visita dei reduci avvenuta del 1994 a 50 anni dai combattimenti, hanno parlato il sindaco Sonnini , l’Ambasciatrice del Sudafrica Nosipho Nausca Jean Jezile, lo storico Giulietto Betti, autore di un importante volume sugli avvenimenti chiusini nei tre anni 1943-1946 e Stefano Bistarini, presidente emerito della sezione ANPI Tiradritti di Chiusi, che commosso ha sottolineato non solo il legame indelebile e la riconoscenza di Chiusi verso i “liberators” sudafricani, ma anche la stima e la condivisione delle battaglie portate avanti dall’Africa National Congress e da Nelson Mandela… il che ha commosso anche l’ambasciatrice del Sudafrica, la quale si è detta felice di partecipare alla celebrazione e disponibile a partecipare sempre, ogni anno… Lacrime e applausi.

Prima la tromba del maestro Fabietti, poi, la Filarmonica Città dei Chiusi al completo hanno punteggiato gli interventi eseguendo gli inni nazionali italiano e sudafricano, ma anche Bella CiaoFischia il Vento e Sul cappello che noi portiamo, canzone degli alpini e quindi dell’esercito italiano, per ricordare anche con la musica il ruolo che ebbero sia i partigiani, sia i militari che dopo l’8 settembre ’43 cambiarono barricata… Gli attori della Fondazione Orizzonti hanno proposto un breve racconto drammatizzato della battaglia del teatro.

Una bella mattinata. Con momenti di commozione vera, perché se anche sono passati 78 anni da quelle cannonate, vedere sulle lapidi l’età dei caduti: 22, 21, 25, 27, 29 anni fa impressione. Si ha la percezione visiva, immediata, di come la guerra, tutte le guerre – anche quella in corso in Ucraina (lo ha ricordato il sindaco Sonnini)- sono tutte assurde e si portano appresso lutti e distruzione, con l’aggravante che a morire con le armi in mano sono sempre dei ragazzi…

Peccato che di ragazzi ce ne fossero pochi questa mattina alla “via crucis” dei monumenti e poi al Mascagni. La memoria non può essere solo una cosa per vecchi…  In questo senso, forse anche le famiglie e le scuole dovrebbero contribuire a non mandarla perduta. Andare a visitare quella stele che è al Cimitero o i cimiteri di guerra di Orvieto, Bolsena, Assisi e Foiano della Chiana è molto istruttivo. Da Chiusi non sono lontani, si raggiungono tutti in meno di un’ora.

m.l.

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