NEL 1701, I “PROMESSI SPOSI” TRA SALCI E FIGHINE… MA PIU’ CHE L’AMOR POTE’ LA FIFA

mercoledì 18th, novembre 2020 / 12:32
NEL 1701, I “PROMESSI SPOSI” TRA SALCI E FIGHINE… MA PIU’ CHE L’AMOR POTE’ LA FIFA
0 Flares 0 Flares ×
CHIUSI –  Scorrendo Facebook, nel mare magno di informazioni e di sciocchezze, alcune tali da mettere in dubbio la validità del suffragio universale, ci si può imbattere anche in piccole perle. Immagini, spesso, ma anche storie interessanti, particolari, talvolta illuminanti. Sulla pagina “Sei di San Casciano se…” abbiano trovato, ad esempio un bel racconto di un fatto storico scritto da tale Zapata Durruti, che è evidentemente uno pseudonimo costruito coi nomi di due eroi rivoluzionari, il messicano Emiliano Zapata e  Buenaventura Durruti, anarchico spagnolo. Noi sappiamo chi si cela dietro lo pseudonimo e sappiamo che lo fa per estrema riservatezza. Per non apparire…
Il fatto che ha raccontato non riguarda le rivoluzioni. E avvenne in queste terre, prima ancora della Rivoluzione Francese, all’inizio del ‘700. Precisamente nel 1701, tra Salci e Fighine, sul confine tra Stato della Chiesa e Granducato di Toscana… E’ una storia che richiama quelle di Paolo e Francesca o di Giulietta e Romeo o, anche in termini temporali, quella dei “promessi sposi” manzoniani Renzo e Lucia. E’ la storia di un amore travagliato e osteggiato, di un matrimonio di quelli che “non s’hanno da fare”. Che però ha un epilogo diciamo così a sorpresa. Che la dice lunga sulla forza d’animo e il coraggio degli uomini, di certi uomini di fronte a situazioni complicate. 
I due protagonisti si chiamano Francesco e Isabella. Lui è un rampollo della famiglia romana dei Bonelli. “Era Marchese di Cassano, Conte del Bosco, Duca di Montanara e, soprattutto Duca di Salci. Nato nel 1659, era figlio di Michele Ferdinando e Isabella Ruini, era pronipote del Cardinale Carlo Bonelli e nipote diretto di un altro prelato: Antonio Pio Bonelli”… Ma era uno spiantato che non si sa cosa facesse di preciso, e aveva dilapidato il proprio patrimonio, tanto che “nello stesso anno 1701 era stato nominato un commissario alli beni suoi”.
Isabella, di cognome faceva Tremonti, ed era invece una cantante. O “canterina di professione”, probabilmente molto avvenente.
“La loro relazione amorosa – scrive Zapata Durruti – era apertamente osteggiata dallo zio di Francesco, monsignor Antonio Pio Bonelli, che faceva fuoco e fiamme appellandosi a destra e a manca: dapprima si affidò all’Ambasciatore di Spagna a Roma, quindi direttamente al Papa, Clemente XI”. 
Insomma, lo zio cardinale, come il Don Rodrigo manzoniano, mosse leve importanti tanto che il Papa fece rinchiudere la povera Isabella nel Conservatorio della Clemenza (detto anche “il Rifugio” per l’assistenza delle donne maltrattate dai mariti o abbandonate o vedove povere), e solo dopo aver ottenuto la promessa di lasciar perdere la storia d’amore con Francesco, la cantante fu rilasciata.
La promessa però durò dalla sera alla mattina e Isabella e Francesco tornarono insieme “con evidente derisione del Papa e col grave scandalo che inevitabilmente resulta” come scrive il segretario del Granduca di Toscana, Giraldi  all’Auditore Generale di Siena Aurelio Sozzifanti.
Per i due giovani amanti Francesco ed Isabella la situazione a Roma – scrive ancora Zapata Durruti – si era fatta esplosiva, quindi si rifugiarono a Salci, borgo fortificato oggi nel comune di Città della Pieve. Ma anche Salci non era un posto del tutto tranquillo essendo ancora dentro i confini dello Stato Pontificio. I due allora pensarono che la miglior soluzione fosse quella di scappare… all’estero. Cioè varcare il torrente Fossalto che corre lì a pochi passi e entrare nel Granducato di Toscana.  E così fecero, asserragliandosi all’interno del castello di Fighine. Fortezza militare, robusta e inespugnabile.
Solo che il Papa era in buonissimi rapporti con il Granduca Cosimo III e gli chiese di arrestare subito la fanciulla. Al Granduca, che era anche notoriamente bigotto, non parve il vero di poter fare un favore al Pontefice…  L’ordine di arresto partì e con esso si mise in moto mezzo mondo, secondo una catena di comando che da Firenze passava per Siena e poi giù giù a caduta arrivava fino a Pitigliano e Radicofani, dalla cui rocca fu prelevato anche un cannone, per rispondere eventualmente alla resistenza da parte del giovane Francesco che si diceva avesse radunato una sorta di milizia armata fatta di “20 huomini gente tutta forestiera facinorosa, con quantità d’armi e con due petriere alla porta del medesimo palazzo”. 
Per arrestare la malcapitata Isabella, si stava per scatenare un vero e proprio assedio, e una guerra.  E quando gli armati del Granduca giunsero al castello di Fighine “fu intimato al Duca Francesco di arrendersi, ma questi rispose che avrebbe preferito morire insieme ad Isabella ‘a colpi di coltello lanciati dalle sue proprie mani”. Come Paolo e Francesca… 
Quando a provare a convincere Francesco alla resa ci provò il Governatore di Pitigliano Navarrete, anche questi si sentì rispondere picche, con la conferma della volontà di resistere ed attendere l’attacco sull’altar maggiore della Chiesa.  “Si preannunciava un epilogo sanguinoso e tragico”, scrive Zapata Durruti.
E invece le cose andarono diversamente. Quando il Navarrete diede l’ordine di attacco gli armati del Bargello partirono all’assalto… ma con gran stupore degli stessi assedianti, il Duca Francesco che aveva minacciato resistenza ad oltranza fino a darsi la morte con le proprie mani, non oppose resistenza alcuna, gridando subito “mi arrendo!” Così la giovane Isabella vide il suo eroe che le aveva giurato amore eterno, alzare le braccia e neanche un dito per lei. Gli sbirri del Bargello la arrestarono, la portarono prima a Radicofani dove fu trattenuta per 17 giorni, poi a Centeno per consegnarla agli uomini del Vescovo di Orvieto per essere trasferita a Roma.
Che fine abbia fatto non si sa. Probabile che sia stata costretta ad entrare in qualche convento come si usava allora con le figlie e le donne un po’ ribelli o semplicemente un po’ fuori dalle righe… Di Francesco si sa –  racconta Zapata Durruti – che”dopo la precipitosa resa nella Chiesa di Fighine e la la non brillantissima difesa della sua donna, scrisse un diluvio di lettere al Navarrete per riavere indietro… non Isabella, ma la spada e l’archibugio che gli erano stati sequestrati”… Si sa anche che si sposò due volte: “prima con Caterina de Hieronimo e poi con Anna Vittoria di Lorenzo Conte dell’Anguillara dalla quale ebbe due figli, Pio che morì a 22 mesi e Marcantonio, futuro ottavo duca di Salci, che nacque l’8 aprile 1722 poco prima della morte di Francesco che avvenne l’11 ottobre dello stesso anno.”
Zapata Durruti nel suo racconto conclude domandandosi che ruolo ebbero nella vicenda il Marchese Del Bufalo, proprietario del Castello di Fighine e la gente stessa di Fighine, che sembrava fosse stata arruolata da Francesco per la difesa…
La morale è che nessuno, né  il promesso sposo Francesco, né Del Bufalo che lo ospitava, né il popolo del castello fecero niente per difendere e salvare dall’arresto la bella cantante Isabella.
Se nel caso del Conte Ugolino più che ‘l dolor poté il digiuno, nel caso del Duca di Salci Francesco Bonelli, più che l’amor poté la fifa…
M.L.
0 Flares Twitter 0 Facebook 0 Google+ 0 Email -- LinkedIn 0 Pin It Share 0 0 Flares ×