RENZI LASCIA IL PD, MA NON IL GOVERNO. SI RIAPRONO I GIOCHI A SINISTRA?

martedì 17th, settembre 2019 / 12:08
RENZI LASCIA IL PD, MA NON IL GOVERNO. SI RIAPRONO I GIOCHI A SINISTRA?
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E così, Renzi ha deciso. Se ne va dal Pd. E si porta dietro una trentina di parlamentari. Già questa settimana costituirà due gruppi autonomi alla Camera e al Senato (al Senato per la verità il regolamento non lo consentirebbe). Poi, una volta sistemata la bega parlamentare farà anche un nuovo partito. Il nome non lo svela, lo farà alla Leopolda. Nel suo stile.

Il ragazzo bizzoso, insomma, lascia la casa. Ma non lascia il governo appena costituito tra Pd, Leu e 5 Stelle. Operazione che tra l’altro ha lanciato lui, mettendo in difficoltà lo stesso Zingaretti che dopo la crisi innescata da Salvini avrebbe preferito  andare al voto.

“E’ meglio per tutti”, dice Renzi, “anche per Conte” al quale l’ex premier conferma piena fiducia e sostegno. D’altra parte nel governo c’è dentro fino al collo, con la ministra Bellanova e alcuni sottosegretari come la fedelissima Ascani che pochi giorni prima aveva twittato “fatelo pure il governo, ma @senza di me” poi per spirito di sacrificio ha accettato l’incarico di viceministro. Non era bello rifiutare.

Con i gruppi autonomi Renzi riduce il peso del Pd nella maggioranza e nel governo e accresce il proprio potere contrattuale. Diciamo che adesso tiene tutti per le palle. Se stacca la spina il governo cade e tutti a casa. Non per niente, per adesso sono solo una trentina i parlamentari che lo seguiranno. Il resto, altri 50 circa tra deputati e senatori,  rimane nel Pd, cosicché Renzi può controllare sia i nuovi gruppi parlamentari che quelli del Pd. Forse è per questo che Zingaretti voleva andare a votare… Comunque la “secessione renziana” è cominciata. L’addio generale è solo rimandato. Per ora se ne va un’avanguardia. La Leopolda farà il resto.

L’ennesima scissione, peraltro a pochi giorni dal varo di una nuova maggioranza e di un nuovo governo, con il rientro in gioco della sinistra, appare una scelta bizzarra. Un gioco personale. Come quando da ragazzi c’era sempre quello che portava via il pallone (“è mio e si gioca come dico io”) o rompeva il giocattolo pur di non farci giocare anche gli altri… Di solito chi aveva tale atteggiamento era il più “fighetto”, ma anche, di fatto, il più coglione.

Renzi è così. E’ nato così. Adesso dice che non ha tempo per correre dietro alle beghe di corrente del Pd e vuole spendere il suo tempo per combattere Salvini e il sovranismo, ma lui e Salvini sono speculari. Si chiamano anche allo stesso modo. E devono aver equivocato,  quando, da bambini, al catechismo sentirono parlare del Vangelo secondo Matteo. Il film di Pasolini del ’68 non l’hanno visto, neanche da grandi…  Preferiscono entrambi altri film. Quelli con Gerry Calà.

Prima di Renzi, nei giorni scorsi anche Calenda e Richetti avevano annunciato l’addio al Pd. Disturbati dal fatto che alle feste de l’Unità c’è qualcuno che ancora canta Bandiera Rossa. Che è una cosa così antica! E soprattutto non è roba loro.

E’ dal 1921 che la sinistra italiana si divide. E’ la cosa che le riesce meglio.  A Livorno quasi 100 anni fa i comunisti uscirono dal Psi, poi alcuni uscirono dal Pci per i fatti di Ungheria nel ’56,  più tardi c’è stata la nascita del Psdi e del Psiup, quella del Pdup, e infine la nascita, per scissione dal Pds,  di Rifondazione, che a sua volta subì la scissione del Comunisti Italiani di Cossutta. Infine la diaspora recente di Bersani, Speranza, D’Alema, Grasso con Leu…  Ma anche in un passato più remoto, ottocentesco,  socialisti e anarchici non si vedevano di buon occhio; durante la guerra di Spagna nel 1936 anarchici e comunisti che stavano dalla stessa parte si spararono addirittura addosso tra loro…

E le scissioni hanno sempre favorito la parte avversa. La guerra interna tra anarchici e comunisti favorì la vittoria del Caudillo fascista Franco in Spagna, in Italia dopo la scissione di Livorno ci fu la Marcia su Roma e la presa del potere di Mussolini…

Ma le scissioni sono, talvolta, anche elementi di chiarezza. L’uscita di Renzi e dei suoi colonnelli e capocrocerossine dal Pd è sì una dimostrazione di un certo infantilismo politico (si lamenta del fuoco amico e dell’incapacità di una certa sinistra di piegarsi al democristianismo, il reuccio di Rignano), ma è anche, una sfrondatura necessaria. La presenza di Renzi e dei renziani nel Pd era ormai, un equivoco da chiarire.

Si vanta, Renzi, di aver portato il Pd al massimo storico del 41%, ma non dice che lo ha portato anche al… minimo storico del 18% alle elezioni del 4 marzo 2018. Non parla della impuntatura personale sul referendum del 2016. Fa le bizze e ritira le truppe sul suo aventino. Ora è probabile che i fuoriusciti dell’ultima diaspora (quelli di Leu) rientrino nei ranghi. Con un Pd derenzizzato non c’è più ragione di star fuori. E sui social di messaggi di questo tenore se ne leggono parecchi, già in queste ore, anche a livello locale…

Ci si domanda adesso, chi nei territori seguirà Renzi nel nuovo partito che metterà in piedi.

Stefano Scaramelli il leader dei renziani senesi che di solito posta su facebook ogni minimo spostamento, è in silenzio da ieri alle 8,30, ultimo post una foto dei figli pronti per l’inizio dell’anno scolastico. Su Renzi ee la scissione nemmeno una parola. Del resto in queste ultime settimane e per tutta l’estate Scaramelli ha battuto le feste del Pd come una trottola. Sarebbe dura per lui adesso dire “cari compagni, vi saluto!”. E poi, tra pochi mesi ci saranno le elezioni regionali in Toscana (Primavera 2020). L’ex sindaco di Chiusi punta alla ricandidatura, ma chi lo candida se esce dal Pd? e così anche altri. Il sindaco di Firenze, Nardella, per esempio, ha già dichiarato che non seguirà il suo predecessore…

Per il resto c’è un certo disorientamento. Chi aveva sperato nella cura Renzi per un Pd vincente, non solo ha dovuto fare i conti con sconfitte cocenti, ma adesso si ritrova anche il leader che annuncia il cambio di casa e di residenza, dopo aver imposto l’operazione governo coi 5 Stelle (per salvare il culo ai suoi parlamentari, non er altro).

Juri Bettolini era renziano pure lui, poi al congresso si è schierato con Zingaretti. Di recente si è espresso in maniera dubbiosa, diciamo pure contraria, sul Governo 5S-Pd e soprattutto sulla riproposizione dell’alleanza  nelle regioni e nei comuni… In questo si è dimostrato più coerente della giovane Ascani. Tutto ciò fa pensare che non seguirà Renzi e Calenda nel nuovo partito che sarà “femminista e giovane” (lo ha detto Renzi), ma sarà anche moderato e liberal, un po’ alla Macron. Con l’obiettivo (o la certezza) di aggregare anche l’ala di Forza Italia cui non piace il sovranismo spinto di Salvini e della Meloni. Un partito moderato dunque che punta a fare l’ago della bilancia. E che, diciamolo, se rappresentasse il centro vero dello schieramento politico potrebbe anche essere un soggetto utile.

Ci si chiede anche cosa farà adesso il Pd. Se si metterà a piangere per  l’ennesima emorragia, o se invece darà qualche segnale alla sinistra diffusa e dispersa, ora che Renzi è uscito di casa.

Un paio di mesi fa su queste colonne proponevamo ai Podemos chiusini, per esempio, di aprire un tavolo di confronto con il Pd e il Psi e con Bettollini per ragionare per tempo sulle prospettive in vista delle comunali 2021.  I Podemos non hanno raccolto la sollecitazione. Adesso però la prima mossa potrebbe farla il Pd, ammesso che ci sia ancora. O Bettolini e Micheletti. Loro in campo ci sono e con un Pd comunque più debole dovranno trovare alleati… E Bettollini ha già detto che coi 5 Selle lui preferirebbe di no…

L’Umbria con le regionali del 27 ottobre – lo scrivevamo ieri – sta diventando un banco di prova nazionale. Ogni territorio può diventare un “laboratorio”, nel suo piccolo. Adesso, con l’uscita di Renzi il campo è sgombro, non ci sono più alibi né equivoci frenanti. Certo, quelli che c’erano prima di Renzi nel Pd e nei Ds e nella Margherita, non è che siano tutti senza peccato e non abbiano fatto danni e disastri. Ma forse il filo di un discorso di sinistra si può anche riannodare e riprendere. A partire, appunto, dai territori, dalle singole realtà.

Quanto a Renzi che dire? Tanti saluti, Matteo. Alla fine l’hai capito, che la sinistra non faceva per te. E per quelli come te. Sei un egocentrico, non un leader. Il contrario di ciò che serviva, serve e servirà alla sinistra. Ora che vai via di casa, che volerai in campo aperto da solo, senza il paracadute di un partito che hai ereditato e poi scalato, ma non era il tuo, verrebbe da dire: “dai, Mattè adesso facce Tarzan!”

Invece noi siamo tolleranti, e di solito anche gentili, ti diciamo solo “Vai Matteo, vai… Auguri! E salutaci Calenda”.

m.l.

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