IN MORTE DI UN AMICO: CIAO BLENDO!

martedì 03rd, settembre 2019 / 12:35
IN MORTE DI UN AMICO: CIAO BLENDO!
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CHIUSI – In tutti i paesi c’è sempre il tipo strano, quello che al al bar spara battute da filosofo, ma nella vita fa il muratore o l’imbianchino. Ecco, Enzo Fabianelli, detto Blendo era un tipo così. Non il matto del paese. Ma, appunto, uno che aveva una filosofia di vita tutta sua e, al bar, in sezione, mentre lavorava, ovunque insomma, dispensava pillole di saggezza popolare miste a folgoranti punture di sarcasmo sulla politica, sul mondo a cui faticava a stare dietro,  sulle donne, sulle automobili, sul circo del pallone che non lo appassionava affatto. Erano gli anni ’70 e anche Chiusi Scalo era un’altra storia. Basta questa foto, con la gente seduta al Bar Italia, per avere un’idea…

Blendo aveva lavorato da ragazzo in ferrovia, reparto manutenzioni. Al nord.  Ma se ne scappò dopo aver visto un collega morire folgorato mentre aggiustava i cavi della linea elettrica. Gli cadde davanti ai piedi, aveva poco più di 20 anni, come lui… E lui, Blendo, disse basta. Si lavora per vivere non per morire. Tornò a Chiusi e lavorò in fabbrica, l’unica fabbrica vera che c’era a Chiusi: la Bianchi Confezioni (o successive derivazioni). Uno dei pochi uomini in mezzo a 200 donne. Dura, durissima restare concentrati. Perché,  come è noto tira più un pelo di… che una coppia di buoi. Bendo in questo non faceva eccezioni. Anzi c’aveva una certa fissazione, diciamo…

Poi la fabbrica aveva orari precisi, stringenti e ritmi ossessivi. Blendo era un filosofo e anche un pescatore. Amava pescare con la “bilancia”, e con la bilancia ci sapeva fare, era un maestro. Aveva altri ritmi biologici. La catena di montaggio una gabbia troppo stretta. Quindi… adiòs Bianchi. E così prese secchio e pennello e si mise a fare l’imbianchino. Ci sapeva fare anche con il pennello. E poteva gestire meglio e come gli pareva le sue giornate di lavoro. Sempre dispensando, insieme a vigorose pennellate, anche le sue massime tranchant su un mondo in cui si riconosceva poco… E dal quale si teneva a suo modo alla larga…  Forse troppo alla larga. Perché intorno ai 50 anni la testa di Blendo ha cominciato ad andare per conto suo, a prendere vie traverse…  Quelli che prima erano timori o scelte consapevoli (si lavora per vivere, non per morire), diventano manìe di persecuzione, fobìe, fantasmi… E il Blendo filosofo si perde.

Da anni ricoverato in una casa di riposo a Fabro, ieri Enzo Fabianelli, detto Blendo, se n’è andato. Aveva solo 71 anni. Sì, “solo”, perché 71 anni oggi sono pochi per morire. Ma forse ha voluto liberarsi anche di quell’ultima gabbia troppo stretta.

L’ho conosciuto che ero un bambino. Ha frequentato casa mia a lungo, mio padre ha lavorato un paio di mesi con lui, mentre attendeva la pensione all’inizio degli anni ’80… Abitavamo entrambi nella case popolari. Edifici diversi in zone diverse, ma sempre case popolari. Ricordo la sua 500 celestina e ricordo bene le sue battute, le sue massime dissacranti e spesso amare, più del Fernet. Come quella volta che alle elezioni entrò nella cabina con un panino in tasca, mise una fetta di salame nella scheda e ci scrisse sopra “Uomini di facili costumi e di atavica fame, mangiatevi anche questa!”

Forse, noi amici di un tempo ce lo siamo dimenticati troppo in fretta il vecchio Blendo. Forse lo abbiamo dato per perso, senza nemmeno provare a capire. Il Blendo che conoscevamo noi se ne è andato molto tempo fa. Da anni era un’altra cosa.

La mente a volte fa scherzi cattivi, feroci, ti lascia solo in mezzo al deserto. Il deserto ti acceca, ti fa perdere la cognizione del tempo, dello spazio, ti fa perdere conoscenza lasciandoti in piedi, disorientato. Solo in mezzo ai fantasmi che ti ronzano intorno. E in quelle condizioni “aspetti sol lo schianto e poi che giunga il manto della grande consolatrice”.

La chiudo qui con una citazione di Guccini. E di una canzone che gli piaceva, perché mezzo anarchico era anche lui, Enzo Fabianelli, detto Blendo.

Riposa in pace amico. Ti sia lieve la terra.

 

M.L.

Nella foto: Chiusi Scalo, Bar Italia, anni ’70. (Archivio Sacco).

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