PROGETTO ACEA: PERCHE’ IL COMUNE DI CHIUSI NON CHIEDE UN PARERE AL “PARTNER” SLOW FOOD?

mercoledì 28th, novembre 2018 / 11:47
PROGETTO ACEA: PERCHE’ IL COMUNE DI CHIUSI NON CHIEDE UN PARERE AL “PARTNER” SLOW FOOD?
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L’ASSOCIAZIONE DELLA “CHIOCCIOLA” CHIEDE MODIFICHE AL DECRETO GENOVA SULLA QUESTIONE  FANGHI DI DEPURAZIONE E…

CHIUSI – «Lo spargimento di fanghi inquinanti sui terreni agricoli non ha nessun fondamento né nella tradizione agricola, né nella cultura rurale. Slow Food da anni lavora affinché le pratiche agroecologiche si diffondano sempre più capillarmente e pertanto auspica che il governo possa a breve intervenire per disciplinare la materia ponendo rimedio a quanto introdotto in maniera impropria nel “decreto Genova”». Ad affermarlo è Giuseppe Orefice, che, a nome del comitato esecutivo di Slow Food Italia, interviene nella polemica suscitata in questi giorni dall’articolo 41 contenuto nel DL 109/2018 di cui abbiamo già parlato anche su queste colonne.

Slow Food scrive inoltre: “La norma è inserita all’interno del cosiddetto “decreto Genova” ma non tocca in alcun modo la tragica vicenda del ponte Morandi e il tema della sicurezza infrastrutturale. Riguarda invece la gestione dei fanghi di depurazione contenenti idrocarburi del gruppo C10-C40 che vengono sversati nei terreni agricoli. Al momento l’utilizzo dei fanghi in agricoltura è disciplinato dal decreto legislativo n. 99 del 1992, che recepisce una precedente direttiva europea (Direttiva 86/278/Cee), ma si accontenta di fissare i valori limite per i metalli pesanti e le caratteristiche agronomiche dei fanghi, trascurando la questione degli idrocarburi. In presenza di tale lacuna normativa, la Corte di Cassazione ha stabilito che per gli idrocarburi si debbano applicare i valori limite fissati nel codice dell’ambiente, con il decreto legislativo n. 152 del 2006. Questo valore è pari a 50 milligrammi per chilo, ma per effetto del decreto Genova il limite verrebbe portato a 1000 mg/kg: un incremento di ben venti volte rispetto a quello attualmente in vigore. Con un paradosso ulteriore, se si considera che per i fanghi di depurazione in discarica vige un limite di 500 mg/kg. In altre parole, nei terreni agricoli si rischia di vedere presto sversati fanghi che contengono una quantità di idrocarburi addirittura doppia rispetto a quelli di una discarica e venti volte superiore a quanto la legge consente nei terreni industriali sottoposti a bonifica (dove continuano a valere le disposizioni del codice dell’ambiente, ovvero il limite di 50 mg/kg). A ciò si aggiunga il fatto che controlli e campionamenti vengono effettuati dagli stessi fanghisti e non da enti terzi che possano certificare la provenienza e le modalità di prelievo dei campioni. Ha davvero senso continuare a utilizzare fanghi di depurazione contenenti idrocarburi su campi impoveriti proprio dall’uso di sostanze derivanti dagli idrocarburi?”

Slow Food Italia ribadisce che “la salute dei campi, e quindi di tutti noi, è un bene primario che non si può barattare né mercanteggiare in alcun modo”.

Confidiamo quindi che gli emendamenti aggiuntivi al decreto Genova portino a una vera soluzione normativa coerente con il principio di precauzione recepito nel nostro ordinamento e con la tutela del suolo, il bene comune da cui trae origine e sostentamento l’intera filiera agroalimentare italiana.

Abbiamo riportato questa presa di posizione di Slow Food per tre motivi: il primo è che Slow Food sulle questioni ambientali e sull’uso della terra non è certo un sodalizio di sprovveduti. Il secondo è che domani a Chiusi ci sarà il Consiglio Comunale e nel corso della seduta si parlerà di nuovo del Progetto Acea per l’area del Centro Carni che come è noto è proprio un progetto industriale per il trattamento e il riutilizzo dei fanghi di depurazione, evitando che essi finiscano nei campi. Il terzo è che il Comune di Chiusi ha stretto un patto di partnership con l’associazione Slow Food, che è certamente cosa buona e giusta… 

Quindi il parere di Slow Food ci sembra pertinente alla questione che è sul tappeto a Chiusi e rappresenta un elemento di valutazione in più. Secondo noi è anche una indicazione di marcia, un messaggio di cui tenere conto anche nell’approccio alla questione Acea.

La partnership con la “chiocciolina” non può valere solo per la promozione di un particolare tipo di oliva o del pesce del lago (cosa buona e giusta anche quella), ma è l’adesione ad una “filosofia”, ad una precisa idea di gestione e sviluppo del territorio. Si chiamino anche i tecnici e gli esperti di Slow Food a parlare del progetto Acea. Si chieda il loro parere. Lo faccia il sindaco Bettollini che ha firmato il “patto” con la Chiocciola e lo ha anche ribadito al Salone del Gusto di Torino. Gli altri, le opposizioni, i comitati, si associno alla richiesta, se vogliono. Così avrà più peso. C’è qualcuno che ritiene l’associazione Slow Food non titolata o estranea a questo tipo di questioni?

m.l.

 

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