4 NOVEMBRE, IL RICORDO DELL’INUTILE STRAGE

mercoledì 04th, novembre 2026 / 17:01
4 NOVEMBRE, IL RICORDO DELL’INUTILE STRAGE
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Oggi è il 4 novembre. Soino passati 108 anni dal 4 novembre del 1918. Dalla fine di quella che il Papa di allora definì l’Inutile strage. La Grande Guerra. Per capire cosa significò e che dimensioni ebbe l’inutile strage basta fermarsi un attimo davanti ai monumenti ai caduti che ci sono in tutte le piazze d’Italia. Anche nei paesi più piccoli e sperduti sono file di nomi e cognomi. Decine, centinaia. Ovunque. C’è una epigrafe in piazza Garibaldi a Cetona, un’altra sul muro della Rocca a Città della Pieve, c’è una stele al giardino del Prato a Chiusi… per rimanere nei paesi della zona.  In questo periodo in cui la guerra sembra essere tornata fra e opzioni possibili anche in Europa, vale la pena darla un’occhiata a quei monumenti. Proponiamo di seguito un brano tratto dal nostro spettacolo teatrale L’Italia chiamò, presentato l’estate scorsa a Cetona, Città della Pieve e Chiusi. E’ il racconto-testimonianza di uno dei “ragazzi del ’99” chiamati al fronte a meno di 18 anni dopo la disfatta di Caporetto. Nello spettacolo è il brano finale:

Mi me ciami Clement… Prima fasevi el garzon de butega… m’han ciamàa anch’a mi… L’Italia m’ha ciamà … m’han menà a la  guera… “La mè mama l’è lì che la piang, la senti?” 

E’ un giorno novembre, uno dei primi, dopo la festa dei Morti. Fa già freddo a Milano. In una casa popolare, una ca’ de ringhera nel quartiere di Brera , una donna piange a voce alta. Piange e impreca, maledice uno a uno Cadorna, il Re e tutti i generali.

Si chiama Giselda, quella donna.

E’ disperata, a ognuno che passa davanti a quel cortile gli vomita in faccia la sua rabbia. Si ricorda ancora l’eccidio del generale Bava Beccaris

Adesso siamo nel 1917. L’Italia è in guerra. La Grande guerra.

Il marito Giuseppe è tornato dal fronte. Ma non l’ha neanche riconosciuta. Ora è in ospedale. Perso. Sente solo il fragore delle granate. Niente altro.  Lei non sa neanche se lui si riprenderà.

Piange e impreca Giselda perché anche suo figlio Clemente, fra 4 giorni deve partire per il fronte. Anche lui.

Il 24 ottobre l’esercito italiano ha ceduto a Caporetto. Una disfatta di dimensioni epocali: 10.000 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri, 350.000 sbandati…

Per resistere ai generali servono forze nuove. Anche i ragazzi. … Anche i ragazzi.

Clemente non ha ancora 18 anni e il 12 novembre si ritrova al fronte. Con altre migliaia di “ragazzi del ‘99”. Cioè quelli nati, come lui nel 1899.

Addestramento rapido e sommario. Freddo. Un cappotto che quando si inzuppa di pioggia o di neve pesa un quintale. E ti si gela addosso.

Clemente è un ragazzo. Prima di indossare la divisa faceva il garzone. Non sa perché si trova lì. Non sa bene contro chi deve combattere e perché.

Lo mandano sul monte Tomba, massiccio del Grappa. Un nome che è tutto un programma. E ti fa fare cattivi pensieri.

Gli hanno messo in mano un moschetto con la baionetta. Le trincee sono dei canaloni pieni di fango. E di neve. E di piscio e di merda.

C’è una puzza che non si respira.

Alura ti  te voerett savè cuml’è la guera,? An un bel mument passava il furiere e ci dava la grappa, tanta grappa… tanta e cativa  e vureva dì che l’era rivada l’ura de ndà a l’assalt. Gheren  quei che se faseven el segn de la crus, quei che tremaven  e quei che se pisaven adoss…. e pèaù el Capitan el vusava  “Avanti Savoia!” duvevam saltà foera dala trincea, tùch insema,  e  cumincià  a cur cum i matt , cun la baioneta picada sul fusil. Mi, Clement seri minga bun de vusà avanti Savoia; g’avevi semper un grop ne la gola … e pèaù Savoia chi?  ghe n’era manca vun de Savoia in quel infern. Manca vun…

A Clemente Non gliene frega un cazzo dei Savoia. Non ci vorrebbe andare all’assalto, perché non gli hanno fatto niente di male quelli che dovrà infilzare con la baionetta. Non li conosce, non gli hanno fatto niente. Non sa nemmeno chi sono, se sono austriaci, tedeschi, ungheresi… o turchi. Non ha niente contro di loro. Ma non si può rifiutare, non può tornare indietro, perché da dietro un battaglione dei carabinieri alla prima esitazione gli sparerebbe addosso, per farlo andare avanti. Con tutti gli altri.

E allora maledice tutti: i crucchi che gli sparano i carabinieri che gli sparerebbero, i generali e i Savoia che non ci sono.

E maledice tutti come sua madre Giselda nella ca’ de ringhera…

E lì, nel campo di battaglia, alla puzza di piscio e di merda si aggiunge quella del sangue, della carne e delle divise bruciate dalle granate, l’odore acre della polvere da sparo, dei gas…

La grappa al metanolo che gli hanno dato prima dell’assalto non gli fa sentire il pericolo. Clemente va avanti ad occhi chiusi…. Forse prega. Forse bestemmia.

Pensa una sola cosa: che l’inferno, se c’è, è di sicuro un posto migliore di quel costone sul Monte Tomba. Vede cadere i compagni come le mosche. Li vede avanzare mentre piangono e sparano alla cieca.

Vede braccia e gambe che volano. Brandelli di carne, cadaveri calpestati, muli, cavalli e somari sventrati. Ma va avanti, con i carabinieri che da dietro sparano a loro per costringerli ad avanzare.

Non sa se siano più nemici quelli che ha di fronte o quelli che ha alle spalle. Non sa che cazzo ci sia in cima a quel costone di tanto importante. Tutti quei morti per arrivarci…  “ma  se g’hè lassù, gh’è propri nient… perché  ghem de rivà lassù?

Alla fine l’apporto dei ragazzi del ’99 sarà decisivo per vincere la guerra dopo la disfatta di Caporetto. Clemente riuscirà a tornare a casa dall’inferno. Sano e salvo.

Centinaia di migliaia furono meno fortunati. Basta vedere i monumenti e le lapidi che si trovano in tutti i comuni d’Italia coi nomi dei caduti. File di nomi anche in paesi di poche anime. Un’ecatombe. Una intera generazione sbaragliata sull’Isonzo, sul Monte Tomba, sul Monte Grappa… sbaragliata, decimata o rimasta per sempre ferita, menomata nel corpo e nella mente. Perfino nell’anima. Se c’è.

Clemente non dimenticò mai il sibilo delle pallottole, il fragore delle granate, e quella puzza di sangue, alcol e piscio… misto a fango, sudore e polvere da sparo. E gas. Non dimenticherà più quelli che gli sparavano alle spalle per farlo andare avanti. Né la grappa cattiva che doveva trangugiare. Né i compagni morti: Attilio, il toscano, Antonio il barese, Aldo di Orvieto… Avevano diviso le gallette, l’acqua, le sigarette e li aveva visti esplodere…

Quando l’Italia chiamò, nel 1917, lui partì. Non voleva combattere, ma combattè, per continuare a vivere e per non morire a 18 anni sul Monte Tomba.

Forse non ha mai capito per cosa combatteva. Una cosa l’aveva capita benissimo: quella che lo aveva chiamato e a 18 anni scarsi lo aveva mandato sul Monte Tomba e gli faceva gridare Avanti Savoia! non era la sua Italia.

Non era l’Italia che voleva. 50 anni dopo, 60 anni fa lo ripeteva ancora e sempre in quella ca’ de ringhera. E questo lo so per certo, e so che si iscrisse al Partito Socialista.

Perché lo so? come faccio a saperlo?  perché l’ho sentito tante e tante volte con  quel bicchiere di vino sul tavolo con quegli occhi  lucidi e sorridenti e la testa ancora più lucida di brillantina: “Si te ciaman a fa la guera, va minga a fa la guera  che se la fasen de per lur “.  Se la facciano da soli la guerra!!

Lo so per certo perché Clemente, il ragazzo del ’99, era mio nonno.

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