CHIUSI, UN CONVEGNO SUI MONACI SILVESTRINI. MA…L’ANTICA LOTTA TRA FRANCESCANI E BENEDETTINI E’ IN ATTO ANCHE OGGI NELLA CHIESA LOCALE?

martedì 30th, giugno 2020 / 16:03
CHIUSI, UN CONVEGNO SUI MONACI SILVESTRINI. MA…L’ANTICA LOTTA TRA FRANCESCANI E BENEDETTINI E’ IN ATTO ANCHE OGGI NELLA CHIESA LOCALE?
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CHIUSI-  Nell’ambito dei festeggiamenti patronali di S. Mustiola, quest’anno segnati come tutti gli eventi dall’emergenza covid e dalle norme di sicurezza per evitare contagi, ieri sera a Chiusi si è tenuta una conferenza su un tema storico, partendo dalla presentazione del volume  “I Monaci Silvestrini e la Toscana” curato da Francesco Salvestrini ed edito Olschki a Firenze. L’autore  è docente di Storia Medievale all’Università di Firenze e si occupa in particolare del monachesimo benedettino e delle istituzioni ecclesiastiche medievali di cui è un vero e proprio esperto. Quindi una occasione “ghiotta” per saperne di più su cose che hanno lasciato segni sulla storia della città.

La serata chiusina ha ricostruito la presenza in Toscana della “famiglia monastica silvestrina”,  una congregazione nata per iniziativa di un predicatore marchigiano, Silvestro Guzzolini, che entrò in rotta di collisione con il suo vescovo e nel 1227 e si diede alla vita ascetica e contemplativa, prima di entrare nell’Ordine di San Benedetto. Era l’Italia del liberi comuni, di Dante e Boccaccio, ma anche di Francesco d’Assisi. Anni di scontro durissimo anche all’interno della Chiesa, divisa tra papi e vescovi sempre più uomini di potere e dediti al lusso e al “governo” di territori immensi e predicatori e frati che invece si battevano per una chiesa povera, ascetica, portatrice di messaggi di pace, ma pure di fraternità e uguaglianza… Anche Silvestro voleva una chiesa di questo tipo, ma aderendo all’Ordine Benedettino, quello dell’ora et labora, e dei grandi conventi, fondato da San Benedetto da Norcia nel 500 d.C., divenne con la sua “famiglia monastica” un elemento di concorrenza nei confronti dei francescani e degli ordini “minori” e pauperistici che stavano nascendo come funghi…

L’ordine benedettino, molto popolare, ebbe grande importanza nel Medioevo. I monasteri, spesso molto ricchi, costituivano importanti centri religiosi e politici. Era lì che si formava la classe dirigente. Alcune scuole monastiche contribuirono a salvare la cultura antica e a sviluppare la teologia occidentale, ma furono anche fondamentali e formidabili strumenti per il controllo sociale.

Si confrontavano due visioni del mondo, due modi di concepire la chiesa e il messaggio evangelico. E anche due modi di approcciarsi al potere papale e a quello “civile”. Da una parte i Benedettini (descritti magistralmente da Umberto Eco, ne “Il nome della rosa”), dall’altro i francescani, seguaci del santo di Assisi e di Chiara, una sorta di protofemminista in tempi in cui la donna poteva fare solo la moglie, la madre, la puttana o andare in convento, per volontà altrui e non sua…

L’ordine Benedettino nei secoli ha subito varie riforme che diedero origine ai cistercensi, ai camaldolesi, ai vallombrosani, agli olivetani, ai silvestrini ecc. Tutte congregazioni e ordini che sorsero e si svilupparono in particolare tra Marche, Umbria e Toscana, sull’Appennnino  e di qua e di là della catena montuosa nell’Italia centrale. Nell’Umbria mistica e tutto sommato vicina a Roma, ma anche appunto a Camaldoli e Vallombrosa nel Casentino, Monte Oliveto nei pressi di Asciano, Sant’Antimo tra Montalcino e il mare…  Ma la stessa cosa avvenne per gli altri, i francescani, che ebbero presenze importanti a Cortona, a Cetona a Montepulciano e Chiusi.

Ovviamente questi predicatori e “propagandisti” ante litteram di un’unica fede, ma di diversi metodi per applicarla alla vita quotidiana e alla gestione della Chiesa, si davano battaglia senza esclusione di colpi. E quella tra gli ordini monastici fu a tratti guerra vera, non meno feroce di quelle che combattevano i capitani di ventura al soldo di duchi, marchesi, piccole repubbliche e vescovi guerrieri e guerrafondai. Una guerra e una battaglia teologico-ideologica che si combatté anche in Umbria e in Toscana e più precisamente in città come Firenze e Siena (da sempre l’un contro l’altra armata), a Perugia e Assisi e pure in centri minori come potevano essere all’epoca Montepulciano e Chiusi, quest’ultima città dal grande passato, ma già in preda ad un inesorabile declino (lo scrive Dante nel Canto XVI del Paradiso della Divina Commedia).

E oggi, sembrerà strano, ma la chiesa di Chiusi che è una delle più antiche della Toscana ed è stata una delle prime ad aderire 60 anni fa alla linea del Concilio Vaticano Secondo, è ancora attraversata da correnti contrapposte: da un lato una cultura conciliare, aperta e attenta alle questioni sociali, dall’altra un’ala più oltranzista, conservatrice, addirittura reazionaria (il convegno sulla famiglia con esponenti dell’associazione Pro Vita organizzato nel marzo scorso ne è una prova tangibile) che sembra aver ripreso il sopravvento dopo la parentesi piuttosto lunga e feconda del vescovo francescano Cetoloni. Ora a Chiusi sembra tornata l’era del benedettini. Con tutto ciò che ne consegue.

La politica locale (anche quella che non frequentava le sacrestie) un tempo era attenta a ciò che avveniva dentro e intorno alla cattedrale, ci faceva caso, come si dice da queste parti, osservava e ne traeva spunto di riflessione. Oggi, partecipa alle conferenze sui frati silvestrini, e va pure in processione. Ma di riflessioni se ne vedono e ascoltano poche. Sembra quasi abbia preso alla lettera il motto benedettino ora et labora e, se possibile, non rompere le scatole al  manovratore.

Marco Lorenzoni

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