LA “SQUADRA IDEALE” DEGLI AUTARCHICI E LA SORPRESA DI RITROVARSI BOMBER A 60 ANNI SUONATI…

sabato 28th, marzo 2020 / 11:32
LA “SQUADRA IDEALE” DEGLI AUTARCHICI E LA SORPRESA DI RITROVARSI BOMBER A 60 ANNI SUONATI…
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CHIUSI –  E’ senza dubbio una bella idea quella di allestire una “squadra ideale” della città, scegliendo come giocatori gente che i suoi gol, le migliori parate o i salvataggi sulla linea (ma anche qualche salutare entrata a gamba tesa) li fa nella vita di tutti i giorni, nel proprio lavoro, con le cose che dice o che scrive, e non necessariamente in campo. E’ un’idea che “fa comunità” che ti fa sentire parte di una comunità. Della tua comunità.

E in tempi difficili come questi in cui si deve stare chiusi in casa, ognuno nel proprio guscio, una cosa del genere ti fa capire che anche stare nel guscio può essere utile a tutti gli altri. A me insomma l’idea dei ragazzi della ASD Città di Chiusi (che è una squadra di calcio vera e non “ideale”) è piaciuta molto.

Poi se scorrendo quei video postati sui social, scopri che proprio a te hanno assegnato la maglia numero 9 beh, allora diventa tutto anche un’altra storia.

Non nascondo la sorpresa, né un pizzico di quasi commozione. Perché quei ragazzi li conosco bene, sono gli amici di mio figlio, alcuni li ho visti crescere e diventare uomini fatti. Qualcuno è passato anche dalla redazione di primapagina per qualche tempo… Sentirsi definire “penna autarchica” dal capitano e leader della squadra degli “Autarchici”(definizione che ho coniato io, su questo giornale, perché squadra composta per scelta solo da giocatori di Chiusi o provenienti da squadre di Chiusi) è una soddisfazione aggiuntiva. Segno di sintonia… E a 64 anni sentirsi in sintonia con ragazzi che – i più anziani – non ne hanno 35 fa piacere. Tanto più adesso che negli ospedali c’è il rischio che da 65 anni in poi ti considerino, per forza di cose e per situazioni contingenti, uno da lasciare al proprio destino, perché in terapia intensiva ci vanno quelli più giovani, con maggiore aspettativa di vita…

Devo dire a Francesco Ferretti  e Andrea Fei (rispettivamente autore e voce narrante e videomaker) che io per la verità non ho mai avuto il fisico per fare il 9 e nemmeno la tecnica del falso nueve… Da ragazzo giochicchiavo, come tutti, più nei cortili e per strada, che nei campi sportivi veri. Si giocava nei campini improvvisati tra i palazzi in costruzione, come il Nino di De Gregori, quello che non deve aver paura di sbagliare un calcio di rigore… Anch’io avevo le spalle strette e ho giocato solo un paio d campionati con una squadra messa su da Francesco Crezzini, una squadra dei preti. Io che ho fatto la prima comunione e solo quella, poi mai più nemmeno un’ostia e in Chiesa non ci andavo… Crezzini però non mi diede la maglia numero 7.  Quando giocavo, giocavo con l’8, che è una maglia da gregari, magari coi piedi non proprio da buttare, meglio del 4 insomma, ma ruolo di chi deve lavorare per gli altri. Per il 9 e anche per il 10… allora si giocava con maglie dall’1 all’11. Ma una cosa era certa, il 2, il 4, il 6 e l’8, salvo rarissimi casi, non erano mai le stelle della squadra. Era un calcio dispari. Pensateci…

Francesco Ferretti invece mi fa fare la punta. Il bomber. Perché la n.9 è la maglia di chi la deve buttare dentro. Di chi ha il compito di fare gol e trascinare l’attacco. Evidentemente anche lui e i suoi amici autarchici amano un altro calcio, quello che piaceva a Soriano (e anche a me), quello dei punteros tristi, solitari… spesso predicatori nel deserto. Ma tignosi, attaccati alla maglia e capaci con qualche guizzo o con metodica fatica, sempre in direzione ostinata e contraria, di far esplodere lo stadio. Non sempre magari, ma a volte sì…

Quasi commosso (il quasi è perché un po’ mi ci viene da ridere) ringrazio della stima e della fiducia. Perché il centravanti, il portiere e il leader della difesa sono i primi tre che si scelgono nel costruire una squadra.

Mi avrebbe stupito meno se mi avesse dato la maglia n.11, quella dell’ala sinistra. E’ una vita che faccio l’ala sinistra. Ostinatamente. E anche adesso che non si capisce bene dove comincia e dove finisce quella fascia, io sono sempre lì, convinto che la fascia sinistra debba essere presidiata e percorsa in su e giù, senza rilassamenti o cambi di gioco troppo repentini.

Ci sono indubbiamente delle analogie tra il calcio autarchico della Asd Città di Chiusi e il giornalismo mio e di primapagina, in entrambi i casi è roba fatta in casa. Artigianale. Ma fatta con passione e tigna, appunto, come sono i prodotti artigianali. Ha capito bene il capitano della Asd che viaggiare controvento è una scelta, ma anche una sorta di condizione dell’anima, come tifare Fiorentina, soprattutto se sei nato nel ’56. Una congiunzione astrale.

Scrivere ogni giorno su un giornale locale di gente che conosci, che incontri per strada, al bar, in banca, al palasport o al campo sportivo è più complicato che scrivere sul Corriere della Sera. Si guadagna molto meno e si fa incazzare più gente. Per questo si deve avere misura, si deve parlare chiaro, schierandosi sempre, in modo che chi legge capisca subito da che parte stai. E diffidare sempre delle posizioni che diventano troppo maggioritarie o pensiero unico. Consapevoli, ovviamente, dei propri limiti e e del contesto… Francesco Ferretti & C. questo l’hanno colto in pieno, con lucidità. Molta più lucidità di alcuni commentatori seriali anche più avvezzi alla politica di ragazzi che giocano a pallone, che invece la menano da anni sui cambi di linea di primapagina (loro c’hanno capito poco).

Ricordo che quando l’amico Luca Cardinalini, giornalista di Rai 2, venuto a intervistare gli “Autarchici” chiusini per la trasmissione Dribbling chiese a Francesco Ferretti notizie sul mercato della squadra, lui seraficamente rispose che al mercato ci andava tutti i giorni con il camioncino dei salumi e formaggi. Ecco in quella frase, che era una battuta, ma non del tutto, c’è anche molta sostanza. La sostanza di chi considera lo sport quello che è. E vede anche oltre il rettangolo di gioco. Sa cosa è il lavoro e capisce anche cosa significa fare il giornalista in un giornale locale, o il barista, o il prete… Cosa significa essere una comunità.

Ricordo anche che quando si giocava a pallone nei ‘campini’ tra i palazzi in costruzione a Chiusi scalo, una delle sfide più sentite era quella tra i ragazzi della Fornace (me compreso) e i ragazzi di Via Piave e via Montegrappa dove giocava Giovanni Cupelli, ora avvocato e presidente degli Autarchici… Forse non vuol dire niente, o forse sì.

Questa iniziativa della “squadra ideale” fatta dagli Autarchici chiusini, dimostra anche un’altra cosa. Che anche a Chiusi c’è una gioventù sveglia. Che ha spessore. Che sta sul pezzo e sa come vanno le cose. Quella serie di video è un piccolo saggio di quella che è “la meglio gioventù” di casa nostra.  Una gioventù che è fatta anche di ricercatori, di ragazzi e ragazze che si stanno facendo valere in giro per il mondo, alcuni nelle professioni o nel loro lavoro. Altri, oltre al lavoro, magari nel teatro, nella musica, in altri sport diversi dal calcio o nel volontariato.

Ora siamo in guerra contro il virus malefico che ci tiene chiusi in casa, che ci sta facendo paura, perché uccide. Ma quando questa faccenda finirà, e dovrà finire, ricordiamocene tutti (la politica, chi scrive sui giornali, chi organizza iniziative e comitati…) che questa “meglio gioventù” ha delle carte da giocare, ma va fatta giocare. Noi vecchi punteros, terzini o mediani possiamo al massimo dare una mano e qualche consiglio. Certe maglie, a sessant’anni suonati, pesano sulla schiena…

Grazie ragazzi. Ci vediamo al campo, quando tutto ricomincerà…

Marco Lorenzoni

 

 

 

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