ASCANIO CELESTINI AL MASCAGNI CON “PUEBLO”, STORIE DI PERIFERIA IN UN GIORNO DI PIOGGIA…

venerdì 11th, gennaio 2019 / 19:06
ASCANIO CELESTINI AL MASCAGNI CON “PUEBLO”, STORIE DI PERIFERIA IN UN GIORNO DI PIOGGIA…
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CHIUSI – Venerdì 18 gennaio si apre ufficialmente la Stagione invernale del Teatro Mascagni. La prima firmata da Gianni Poliziani in veste di direttore artistico. E l’apertura del sipario è affidata ad un attore che a Chiusi è già venuto un paio di volte, la prima ai tempi di Manfredi Rutelli, la seconda sotto la gestione di Andrea Cigni. E tutte e due le volte ha incantato il pubblico con quel suo modo di raccontare delle storie. Si tratta di Ascanio Celestini. Di solito un one man show, un mattatore che ama la navigazione in solitaria. Un affabulatore tra i migliori che ci siano in circolazione in Italia. Lo spettacolo che presenterà il 18 al Mascagni di Chiusi non è nuovissimo, ha debuttato nel 2017 al Romaeuropa Festival, ma è quanto mai attuale. “E la storia di un giorno di pioggia. O meglio è la storia di un giorno. Che poi sono tutti i giorni. E che si tratti di pioggia o di sole il tempo atmosferico è un fatto incidente, mica scatenante. Perché sono i giorni di una storia che di giorni è fatta. E sono tutti uguali. Solo cambiano forse i ruoli dei protagonisti, cambia il peso delle forze in campo, insomma gli uomini e ciò che gli accade, più raramente quali atti decidano di compiere. E allora, una volta che si sia convenuto il tempo e lo spazio, l’azione e il suo luogo, non resta che far coesistere lo sguardo e la rappresentazione, intenzione e proiezione di accadimenti in una sequenza coerente che chiameremo, infine, racconto”. Così la rivista Teatro e Critica ne parlava un anno e mezzo fa.

C’è il bar, c’è il supermercato, ci sono le strade d’asfalto e il limite scandito dalla linea dei marciapiedi: di qua e di là, un muretto di dieci centimetri… E poi ci sono le case. Quelle nascoste dietro le tende semichiuse, quelle con la luce bassa che non si capisce mai se viene dalla stanza accanto o è proprio lì, senza illuminare poi niente altro che poche vite indifese, da una casa a quella di fronte. E’ una storia tipica di quelle che racconta Celestini. Le sue storie sono quasi sempre storie di periferia. E si muovono proprio lì, tra la periferie urbana e quella umana.

Ad accompagnare il racconto e la scena, le note della fisarmonica di Gianluca Casadei. E nel racconto affiorano le figure come quella di Violetta, che sta chiusa in casa con sua madre, della barbona che vive ai  margini della sua stessa vita, quelle dei lavoratori licenziati, di quello che è vittima dei videopoker, della vecchia del bar  che faceva la prostituta e il ragazzino zingaro che a 8 anni già fuma le sigarette…  Il racconto di Ascani Celestini è un “racconto di vita”, di una vita agra. La vita di gente che nessuno racconterebbe mai ormai. Lo fece Pasolini negli anni ’60. Oggi sembra fuori moda, perché c’è anche qualcuno che sta peggio di chi abita le periferie senza luce e senza storia. Ci sono vite ancora più agre, che però molti tendono a nascondere o a cacciare via dove non si possano vedere, perché sciupano il decoro.

“A me interessava raccontare la storia di un luogo che normalmente conosciamo solo quando vi accade qualcosa di scandaloso, di tremendo, di violento – spiega Celestini – quando quello che accade, insomma, si trasforma in una notizia. E invece questo posto può essere osservato semplicemente perché esiste ogni giorno e non solo quando i fatti si trasformano in notizie. Qui abitano personaggi con un’umanità molto evidente il cui tratto principale è la debolezza. Sono deboli anche quando sono violenti, sono deboli anche quando sono cattivi, sono deboli anche quando sono colpevoli.”

Celestini crea un nuovo ritratto dei margini della società e invita lo spettatore a identificarsi con i suoi protagonisti: personaggi che, al di là della loro particolare condizione sociale, come tutti noi, affrontano la propria condizione di esseri umani. Il titolo “Pueblo”. Riecheggia la parola popolo. El pueblo che “unido jamas serà vencido” , ma in questo caso è un pueblo che è stato certamente sconfitto. E le musiche di Casadei riecheggiano la pioggia incessante e le danze indiane, i Pueblo, appunto, che la consideravano benefica perché portatrice delle anime dei morti nel loro passaggio dal cielo alla terra… I Pueblo e gli emarginati della periferia. Uniti nella lotta e nella pioggia… E nel destino.

Da vedere, senza se e senza ma. Anzi da non perdere.

m.l.

 

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Farida