HO VISTO UN FILM: DIO RIDE, MA MICA TANTO…

giovedì 05th, novembre 2026 / 15:07
HO VISTO UN FILM: DIO RIDE, MA MICA TANTO…
0 Flares 0 Flares ×

Sono andato a vedere “Dio ride” il film di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino, in programmazione in questi giorni al Clev Village di Chiusi. Non ne sapevo molto e mi aspettavo una cosa diversa, un film tipo i “I moschettieri del re, la penultima missione” sempre di Veronesi e sempre con Favino (insieme a Rubini, Mastandrea e Papaleo).

Non ci sono andato neanche vicino. Perché Dio ride non ha nulla di comico. Ma il film mi è piaciuto. Parecchio. Per più motivi:

1) perché i luoghi che fanno di sfondo mi sono familiari, siamo tra l’Umbria e la Toscana, soprattutto nel senese, con le Crete, la Val d’Orcia, la “Balena bianca” di Bagni di San Filippo sulle pendici dell’Amiata;

2) perché il dialetto di Fra Leopoldo da Casamacchia (interpretato da Pierfrancesco Favino) mi ha ricordato l’amico fraterno Luciano Fiorani che essendo nato a Montefalco e vissuto a Foligno, parlava più o meno nella medesima maniera: quell’umbro di mezzo che non è perugino, né ternano-laziale e che sconfina nelle Marche;

3) perché ci racconta da dove veniamo. E cosa è stata la nostra Chiesa Cattolica Apostolica Romana, con la sua Santa Inquisizione, che nel periodo narrato nel film, anche nel nostro territorio ebbe figure di spicco (vedi Roberto Bellarmino, di Montepulciano, personaggio di cui c’è poco da vantarsi). E, forse non a caso, l’inquisitore del film, interpretato magistralmente da Silvio Orlando, parla della curia senese come di “quei macellai di Siena”… Che non ne escono bene.

Qual è la vicenda? Siamo nel ‘600. In Umbria, a Scheggino, che è dalle parti di Norcia, c’è la peste e in Europa la controriforma, per fermare i luterani… Un frate, tale Leopoldo da Casamacchia cerca di sfuggire al morbo portandosi il suo priore malato e ormai moribondo sulle spalle, come Enea col padre Anchise in fuga dall’assedio di Troia…

Fra Leopoldo è un frate semplice, analfabeta e “trovatello”, è stato allevato in un convento nei pressi di Bevagna dove fu abbandonato da genitori sconosciuti. Vagando per evitare la peste, arriva nel senese… e lì predica un vangelo a modo suo. Lo racconta in modo semplice, diretto, anche comico. Parla di un Dio che ride insieme ai suoi fedeli. Racconta, ridendoci su, le parabole, i miracoli di Gesù Cristo: i pani e i pesci, la resurrezione di Lazzaro, il camminare sulle acque…  La gente comune, i poveri cristi, i diseredati, gli orfani di un convitto, lo ascoltano estasiati, lo seguono… finalmente capiscono cose che dette in latino, nella lingua ufficiale della Chiesa, non capivano… Diventa una sorta di predicatore che fa proseliti, come San Francesco 400 anni prima…

E questo alla Chiesa ufficiale non va giù. Il Papa manda un inquisitore, uno di quelli che hanno indotto all’abiura Galileo Galilei, il cardinale Vincenzo Maculani di Benevento, a cercare di fermarlo.  La Chiesa non può tollerare un frate analfabeta che parla di un Dio vicino agli uomini, capace persino di ridere insieme a loro, lontano dall’immagine austera e punitiva veicolata dalla Chiesa del tempo. Il Papa dell’epoca è Innocenzo X il quale percepisce immediatamente il pericolo di quella voce inusuale che parla di riso e di gioia, e che mette (senza saperlo) in discussione la narrazione di chi governa attraverso la paura. Questo è uno dei nodi del film. In fondo è lo stesso tema de Il nome della Rosa (romanzo di Umberto Eco e film di Jean Jacques Annaud).

Attenzione però, perché il film non è solo una incursione in un passato oscuro, è un monito sul presente. Veronesi usa una storia del Seicento, in parte vera, in parte romanzata, per parlare di questioni che attraversano ogni epoca: il rapporto tra verità e potere, la libertà di espressione, il coraggio di mettere in discussione l’ortodossia, la capacità di un’idea di sopravvivere a chi l’ha generata. Insomma intreccia storia, spiritualità e riflessione sul potere. Propone una riflessione sul pensiero unico. Sulla manipolazione delle notizie. Su come si costruisce un nemico o un pericolo, che in realtà non esiste, ma fa comodo alla narrazione mainstream, al potere costituito, che fa quadrato e mobilita truppe e trombettieri, quando qualcuno lo mette anche minimamente in discussione.

Ed è emblematica, nel film, la figura dell’inquisitore Maculani, che ha capito benissimo che fra Leopoldo non rappresenta alcuna minaccia, ma alla fine si piega alla logica del potere che gli garantisce la posizione che ha e che può portarlo a diventare addirittura Papa. Prova a far abiurare il povero frate, per evitargli guai peggiori, come fece con Galileo, ma non fino in fondo. Non fino al punto di dover abiurare lui le logiche di cui sopra per difendere l’innocenza del povero frate eretico a sua insaputa.  E il povero fra Leopoldo da Casamacchia, non abiurando come Galileo, fa la fine di Giordano Bruno non a Campo de’ Fiori, ma davanti a Castel Sant’Angelo a Roma.

Il potere non tollera gli eretici. E nemmeno chi eretico non è, ma parla in maniera diversa dagli addetti stampa dell’establishent. Non tollera  chi è contro e nemmeno chi osa solo avere dei dubbi o la racconta in maniera un po’ diversa, magari solo più comprensibile… Era così nel ‘600, ma è così anche adesso. E i roghi sono sempre accesi.

m.l.

0 Flares Twitter 0 Facebook 0 Google+ 0 Email -- LinkedIn 0 Pin It Share 0 0 Flares ×
Mail YouTube