CHIUSI SCALO, I MIGRANTI, L’INTEGRAZIONE CHE NON C’E’ E QUELLA CHE INVECE C’E’

venerdì 05th, giugno 2026 / 22:04
CHIUSI SCALO, I MIGRANTI, L’INTEGRAZIONE CHE NON C’E’ E QUELLA CHE INVECE C’E’
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CHIUSI – Tre giorni fa, il 2 giugno, alla Fiera alla Stazione molti hanno notato che gli ambulanti e anche buona parte dei visitatori erano stranieri: nordafricani, sudamericani, cinesi. Il panorama è cambiato molto dalle prime edizioni. E questo perché nel frattempo è cambiato il mondo. E non si vede solo dalla Fiera che si tiene due volte l’anno.  Si vede tutti  giorni. Al mercato settimanale del lunedì a Chiusi Scalo, per esempio, la situazione non è molto diversa. Ormai anche quello è multietnico. Chiusi Scalo è sempre stata un “porto di mare” e una cittadina di “immigrazione”. Sono sempre stati di più i cittadini venuti da fuori, che quelli del posto che se se andavano via. In passato però arrivavano per lo più italiani di altre regioni, molti anche dai paesi limitrofi: Castiglione del Lago, Città della Pieve, Sarteano e Cetona su tutti. Quindi la differenza alla fine era poca o addirittura nulla.  Ma arrivavano anche ferrovieri, professori delle scuole, dipendenti e direttori di banca, e questi magari venivano dal sud, o da Siena, da Foligno, da Arezzo o da Orvieto… Era comunque una “immigrazione” di fascia medio alta. Gente con uno stipendio sicuro e in qualche caso anche piuttosto consistente. Per decenni la lingua parlata, per strada, nei bar, nelle botteghe è rimasta l’italiano. Un italiano contaminato e imbastardito da accenti diversi, ma comprensibile e neanche fra i peggiori…

Negli ultimi tempi Chiusi Scalo è un’altra cosa. E’ rimasta una cittadina di immigrazione, ma da paesi stranieri, non più da quelli limitrofi o da altre regioni. Per strada, nei supermercati, nei bar, davanti alle scuole all’entrata e uscita degli alunni, negli ambulatori medici, la lingua prevalente è ancora l’italiano, ma solo perché le altre sono tante e diverse. Si sente parlare lo spagnolo strascicato dei sudamericani, il rumeno, l’albanese, lo slavo dei kosovari e macedoni, si avvertono chiaramente accenti russi o ucraini (soprattutto donne), e poi l’arabo, con l’inflessione francese dei tunisini e degli algerini, il pakistano che sembra una cantilena…  Tra i musulmani parlano quasi solo gli uomini. Ma le donne con il velo sono tante.

Dal sottopasso pedonale che attraversa la ferrovia ai supermercati della zona commerciale di Po’ Bandino è una processione. Molti stranieri vanno a piedi a fare la spesa. Lì Chiusi Scalo somiglia ad un quartiere di Manchester. O alle banlieu parigine. Ma, va detto, con molta meno tensione. C’è un mondo intero, multicolore, ad ogni ora del giorno in quei 200-300 metri… Non è tenuto benissimo quel tratto di strada, ma la gente che vi transita (a piedi) è uno “spaccato” di mondo impensabile solo 10-15 anni fa: lingue, colori, abiti diversi e borse della spesa diverse.  Con dentro cose diverse. Tranne una, uguale per tutti: il pane.

E che l’immigrazione sia un fenomeno in crescita è dimostrato inequivocabilmente da un altro fatto: la proliferazione delle attività commerciali etniche. Cioè gestite da immigrati e destinate per lo più agli immigrati.  Non parliamo solo dei bazaar cinesi, dove vanno tutti. Ma di negozi specifici. A Chiusi Scalo per esempio c’è un negozio di prodotti alimentari balcanici, ci sono due supermercati di quartiere pakistani (uno con ristorante), più un kebab. Nei giorni scorsi ha aperto un altro negozio etnico proprio nel centro, in via Leonardo da Vinci. Il bar che accoglie i viaggiatori che scendono dai treni, in Piazza Dante, è gestito da cinesi. C’è anche una sartoria cinese. E un lavaggio auto gestito da giovani nordafricani. A Po’ Bandino, nella zona dei supermercati c’è un ristorante giapponese (gestito da cinesi).

Quante volte abbiamo letto (e noi anche scritto) che per riportare o tenere la gente nei centri storici e negli agglomerati urbani servono servizi e dunque anche negozi che prima c’erano e poi sono spariti? Ecco la “ripopolazione commerciale” la stanno facendo gli immigrati arabi, cinesi, pakistani, slavi… Come a Brooklyn la fecero gli italiani 100 anni fa…

Chiusi Scalo, senza accorgersene, è entrata nella globalizzazione e ci sta dentro fino al collo. Perché si presta più di altre realtà. Chi arriva da fuori e non sa niente del luogo in cui è capitato, questa certa predisposizione da “porto di mare”  la avverte, quindi vi si ferma più facilmente.

Qualcuno grida alla sostituzione etnica, parla di invasione, della necessità di fare argine…, di farla finita con il buonismo e cose del genere. Eppure a Chiusi e negli immediati dintorni non si sono verificati episodi malavitosi eclatanti e diffusi causati da immigrati (furti, rapine, accoltellamenti…). Forse una rissa con danni in un bar; di stupri negli ultimi 5 anni ce n’è stato uno in territorio pievese, ma lo stupratore, arrestato e carcerato, è un chiusino doc, cinquantenne, non un immigrato. C’è stato un omicidio (di un bambino) ad opera di una madre di origini polacche e un femminicidio-suicidio, ad opera di un italiano ex militare in congedo. Insomma una casistica che non fa pensare ad un allarme-sicurezza dovuto alla presenza o aumento degli immigrati.

Ovvio che la questione immigrazione (che non si esaurisce nella problematica legata ai profughi, richiedenti asilo alloggiati nei Centri di Accoglienza) va monitorata, governata e gestita e non lasciata alla spontaneità del mercato, perché il mercato è un mostro feroce che crea schiavi e fa morti e feriti. E aumenta le disuguaglianze e i rischi di devianza. E perché più guerre e tensioni etniche, religiose, politiche, ci sono e ci saranno in Medio Oriente, in Africa, nell’est Europa, più profughi e migranti arriveranno.

Non c’è alternativa all’accoglienza e all’integrazione. E se gli immigrati tendono a non integrarsi, a fare gruppo fra di loro, un po’ è perché sono orgogliosi delle loro tradizioni, della loro cultura, come lo erano gli italiani a Buenos Aires, a Montevideo, a New York, ma anche in Svizzera, in Belgio, in Germania; come i lucchesi che sono andati in massa a vendere il gelato nel nord della Scozia dove piove 250 giorni l’anno, ma un po’ è anche perché trovano accoglienza, ma non benevolenza. Perché anche la popolazione autoctona tende a isolarli e  isolarsi. A non mischiarsi più di tanto. A scansare o evitare i luoghi in cui la presenza di immigrati è più evidente. Vedi via Pasubio, il centro-centro dello Scalo,  dove c’è un luogo di preghiera degli islamici.

Ci sono supermercati, compresa la Coop, che per decenni ha rappresentato il commercio equo e solidale, il punto di riferimento per la clientela popolare e proletaria, che adesso fanno una politica di “selezione naturale” basata sui prezzi da gioielleria. Così, invece di andare verso una sempre maggiore integrazione, si va verso una sorta di apartheid. Ma non solo fra autoctoni e immigrati, anche fra chi può permettersi certi prezzi e chi no.

Forse l’integrazione vera ci sarà quando anche i cittadini del posto faranno spesa nei negozietti e minimarket etnici. Tra qualche anno non solo i camerieri di bar, pizzerie e ristoranti e qualche cassiera nei supermercati, ma anche gli impiegati di banca, le commesse delle boutique, gli autisti dei pullman saranno di origine straniera. Il Chiusi Calcio ne ha già diversi di giocatori “colored” o con origine nordafricana o slava. Qualcuno però è italianissimo, è nato qui, ha frequentato le scuole del posto e parla pure il dialetto come i suoi coetanei.

Ci sono luoghi in cui l’integrazione c’è ed è già acquisita. Nelle aule scolastiche per esempio dove gli alunni con famiglie di origine straniera sono una percentuale alta. E più si abbassa l’età, più tale percentuale aumenta. Oppure nel parco giochi di Piazza XXVI giugno, dove si vedono giocare tranquillamente insieme bambini e bambine di famiglia chiusina doc, con altri che hanno la pelle scura, le treccine afro, i tratti asiatici o sudamericani, e magari tradiscono anche qualche accento non proprio tosco-umbro, dovuto alla lingua che sentono parlare in casa, ma parlano e giocano in italiano. Lo stesso vale per il “campino” parrocchiale di via Meucci. Passateci il pomeriggio verso le 18,00: sia che giochino a calcio o a basket, vi sembrerà di assistere ad un allenamento degli allievi del Paris Saint Germain… Alla gelateria di Piazza Garibaldi, l’età si alza leggermente, ma l’atmosfera è identica: lì si incontrano ragazzi e ragazze dai 13 ai 18 anni, parlano tutti italiano, scherzano in italiano, flirtano in italiano, ma le loro famiglie vengono dal Perù, dall’Equador, dalla Romania, dall’Ucraina, dalla Tunisia, dal Marocco, dalla Siria, dalla Cina o dalle Filippine. E ovviamente anche da Chiusi o dai dintorni. Molti di questi ragazzi e ragazze frequentano il Centro Giovani Culsans che fa le veci del doposcuola, ma sta diventando anche un importantissimo incubatore di integrazione vera dove i ragazzi e le ragazze fanno delle cose insieme. E’ facendo le cose insieme che si diventa uguali e “paritari”. Il Culsans è anche sede distaccata della Biblioteca Comunale e fare le cose insieme in mezzo ai libri aiuta ancora di più.

Qualcuno dice – magari a mezza bocca – “io in quella strada non ci passo perché sembra di essere a Bagdad”, “a vedere le partite non ci vado più perché anche il Chiusi ormai è pieno di neri e di stranieri”, “al mercato l’unica cosa che si può comprare è la porchetta, almeno siamo sicuri che quella non la vendono gli islamici”, “che esci a fare la sera se incontri solo arabi e africani?”

Le avrete senza dubbio sentite anche voi frasi del genere, perché sono frequenti. Come è frequente assistere a scene in cui qualche venditore di collanine o di ombrelli viene cacciato in malo modo da un bar o da un negozio perché la sua presenza disturba e rovina l’ambiente. Ecco, cosa significa tutto ciò? significa che stiamo diventando razzisti. E sempre più chiusi, in ossequio al nome della città, che non si chiama “Aperti”.

Sarebbe invece molto più semplice uscire di casa, riappropriarsi dei luoghi, ripopolarli, renderli vivi e non vuoti e spettrali come i quadri di De Chirico. E magari cominciare a scambiare qualche parola con quei giovani vestiti diversamente da noi, con le madri con il velo… Chissà, magari piano piano, qualcuna se lo toglie pure il velo…

Bisogna avere chiaro, tutti, che senza gli immigrati in questo territorio (quindi anche a Chiusi) avremmo già visto chiudere il punto nascita dell’ospedale di Nottola (perché non farebbe il numero di parti necessario per rimanere aperto), avremmo visto ridimensionare il Pronto Soccorso;  avremmo visto chiudere asili, scuole primarie e secondarie e anche buona parte delle superiori, per mancanza di alunni; avremmo visto chiudere le imprese industriali, artigianali e agricole più importanti per mancanza di manodopera. Non avremmo più tutti i magazzini e supermercati che abbiamo attualmente; anche bar, ristoranti, pizzerie e alberghi farebbero fatica ad andare avanti per la difficoltà a reperire personale. Mancherebbero pure i giocatori per le squadre di calcio, anche in Seconda categoria, il livello del Chiusi.

Saremmo dunque più sicuri, più ricchi, più tranquilli o più soli, più poveri e sempre più vecchi e con sempre meno servizi?

Fate due conti…

m.l.

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