UN PARTITO DELLA SINISTRA? SI PUO’ FARE, A PATTO CHE RIPARTA DAI TERRITORI…

venerdì 31st, agosto 2018 / 14:30
UN PARTITO DELLA SINISTRA? SI PUO’ FARE, A PATTO CHE RIPARTA DAI TERRITORI…
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Il professor Massimo Cacciari è uno dei pochi intellettuali italiani che dice la sua sui temi della politica. Ha fatto il sindaco a Venezia, ma è un filosofo e per questo, talvolta vola un po’ alto, con il rischio che le cose che dice si perdano nel vento… E’ una figura riconosciuta e riconoscibile della sinistra. Inizialmente quella estrema. Poi meno. Molto meno. Di sicuro è una mente lucida e pensante e ieri i una intervista a Repubblica ha tracciato in 3 righe, come dovrebbe essere il “partito della sinistra”, dopo che il Pd modello Renzi ha fatto fallimento e le scissioni o i tentativi improvvisati tipo Potere al Popolo non si sono rivelati all’altezza, anzi hanno se possibile contribuito a fornire un’immagine negativa, sbiadita, fiori tempo massimo della sinistra a sinistra del Pd. Ma come lo vorrebbe Cacciari il partito della sinistra?

“Un partito con un radicamento territoriale, con gruppi dirigenti che emergano dal basso, dalle località. Che valorizzi chi nel suo ufficio, ospedale, giornale, scuola, sindacato rappresenta quel luogo. Il contrario di quanto ha fatto il PD, che scelse le cooptazione. Ci vuole discontinuità netta: un partito non liquido ma di massa” .

E’ l’idea che dalle colonne di questo giornale personalmente sostengo da anni. Da prima ancora che nascesse il Pd, 11 anni fa, quando già nei Ds e in Rifondazione si intravedevano i segnali della crisi e del “distacco” crescente degli apparati dal sentire non solo della gente in senso lato, ma anche da quello della propria base.

Il partito tratteggiato da Cacciari sembra in effetti il contrario di ciò che è stato il Pd, con Veltroni, con Bersani e soprattutto con Renzi. E anche una cosa molto diversa, non solo autorefenziale, da Liberi e Uguali o Potere al Popolo.

Ricordo di averlo scritto anche all’indomani delle ultime elezioni politiche del 4 marzo, dopo la debacle del Pd  e il succcesso di Lega e 5 Stelle, invitando il Pd a cambiare strada, ad affidarsi appunto a quanti sono rimasti al pezzo nei territori, continuando a difendere non tanto una storia passata, ma anche valori e ideali irrinunciabili e non negoziabili, come la democrazia, l’antifascismo, la centralità del lavoro, la solidarietà umana e l’accoglienza, la difesa delle classi e fasce sociali più deboli, il rifiuto della violenza fisica e verbale…

Parlando dei territori, ho sempre sostenuto che si dovesse guardare ai sindaci e agli amministratori che avessero dimostrato, anche nell’ubriacatura renziana, di rimanere comunque ancorati ai principi di cui sopra. Ma non solo a loro, anche a figure appunto riconosciute e riconoscibili, per storia personale, scritti, prese di posizione, esperienze sul campo. Ho sempre sostenuto su queste colonne che non basta essere under 40, non basta una camicia bianca e una cravattina nera adottate come divisa d’ordinanza, e soprattutto che non basta essere fedeli alla linea, sempre allineati e coperti, rispetto al capo di turno.

Ha ragione Cacciari, serve radicamento, rappresentatività vera, non fasulla. L’appartenenza e la fedeltà non sono rappresentatività, sono altre cose. E questo vale anche per altre situazioni, dalle associazioni ai sindacati, non solo per i partiti.

Ecco, io ho avuto solo una tessera di partito, quella del Pci. E la lasciai nel 1984, perché già allora, dopo la morte di Berlinguer, anche il Pci mi sembrava una gabbia stretta. Ad un partito come quello disegnato da Cacciari, però potrei di nuovo iscrivermi. Perché è quello che ho sempre pensato, ma anche perché ritengo che ci sia ancora bisogno di un partito di sinistra. Anzi, della sinistra. Meglio se uno solo e non 35…

Lo dico (e lo penso) a maggior ragione oggi, fine agosto 2018, dopo la fine ingloriosa del modello Renzi e anche dopo  la deriva imboccata dai 5 Stelle con il governo a guida Salvini. Perché è Salvini che guida e imposta il navigatore, non Giuseppe Conte. Molta gente di sinistra, delusa e incazzata con il Pd, ha votato 5 Stelle sperando nella spallata e nel cambiamento. La spallata c’è stata. Il cambiamento no. O forse sì, ma in peggio. Con svolta a destra.

E allora serve qualcos’altro. Dal mio punto di vista almeno. Serve un partito come il Labour inglese che torni a rappresentare e a dare voce alle idee della sinistra e ai lavoratori, ai disoccupati, ai pensionati (non a quelli con le pensioni d’oro); che cerchi di fermare le tentazioni sovraniste che poi sono fascistoidi e razziste; che punti a cambiare il Paese e l’Europa, ma non nella direzione che vorrebbero Salvini e Orban, per intenderci… Che torni indietro, come sta facendo Corbyn in Gran Bretagna (ma in Gran Bretagna non solo lui) sulle privatizzazioni dei servizi essenziali come sanità, trasporti, acqua, energia;  che rimetta in campo la cultura e la conoscenza, invece di rincorrere le semplificazioni e le scorciatoie;  che combatta il pensiero unico e che torni a proporre un modello di società alternativo al capitalismo globalizzato…

In tre parole un partito che torni a fare la sinistra. Certo non guardando solo al passato che fu e che non esiste più, ma a ciò che si muove in questo senso nel mondo. Corbyn in Inghilterra e le giovani leve radicali e apertamente socialiste che stanno prendendo il testimone di Bernie Sanders nel Partito Democratico americano, sono segnali incoraggianti, da seguire, per esempio.

Finora – diciamo negli ultimi 10 anni – nel Pd, ma non solo nel Pd, si è privilegiato il leaderismo rispetto al radicamento, alla reale rappresentatività, al legame con la propria base sociale e politica e il risultato è che sconfitto il leader non è rimasto più niente. L’immagine delle feste de l’Unità che vanno deserte anche in Emilia, in Toscana e in Umbria è una fotografia impietosa e drammatica dello sfascio attuale. Qualcuno paragona la situazione del Pd a quella del Psi nel 1992-93 con la base, avvelenata coi comunisti e con i “giustizialisti” di Tangentopoli, che si preparava a migrare verso il berlusconismo… Qualcun altro parla di “8 settembre”, con riferimento non tanto all’armistizio, quanto al “tutti a casa”…

Non so, francamente, se il Pd avrà la voglia e la forza di rialzarsi, di ricominciare. Non sono sicuro neanche che Martina, Zingaretti e gli altri pensino ad un partito disegnato sulle coordinate indicate da Cacciari. Mi piacerebbe sapere che ne pensano i sindaci e i dirigenti locali, umbri e toscani e quale è la loro idea di partito. Se un’idea ce l’hanno. Anche perché nella primavera del 2019 molti comuni saranno chiamati al voto, e andarci con un partito organizzato alle spalle è un conto, andarci al buio, con qualche amico o comitatino elettorale è un altro.

Senza entrare nelle questioni e logiche interne al Pd e alle altre forze di sinistra, chiaro che chi ha avuto ruoli determinanti e ha determinato scelte politiche sconfitte e sbaragliate dagli elettori e dagli stessi militanti (vedi il deserto alle feste de l’Unità) dovrebbe quantomeno avere l’umiltà di tenersi in disparte.  Se non del tutto fuori (la situazione non consente, né consiglia di fare troppi distinguo), almeno un passo indietro o di lato… Diverso il discorso per quei sindaci, amministratori, segretari ecc, che o sono stati all’opposizione del renzismo o, pur essendo renziani si sono riposizionati o hanno comunque tenuto, con una certa determinazione, la barra a sinistra sui temi generali e sui temi locali. Ripartire è necessario, ripartire da zero, anziché da uno, due o tre sarebbe certamente più faticoso e più incerto. Tornare a parlarsi e vedere il da farsi, indipendentemente dalle appartenenze, dalle scissioni, dalle incomprensioni, e dalle diffidenze, mi sembra il minimo che si possa e si debba fare. Prima possibile…

Marco Lorenzoni

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